04/06/13

La faccenda dei quadri - A. Baricco

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. 
Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, FRAN!!! giù, cadono. 
Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, FRAN!!! cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, FRAN!!! 
Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. 
FRAN!!!
Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? Ci ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, FRAN!!!. 
O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, FRAN!!! 
Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. 
Quando cade un quadro. 
Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. 
Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. 
Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. 
Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. 
Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: «A New York, fra tre giorni io scenderò da questa nave».
Ci rimasi secco.

Alessandro Baricco, "Novecento"


02/06/13

Madre dolcissima


O voi che siete i miei fratelli,
tristi creature vicine e lontane
voi che sognate di raddolcire
la vostra pena in un giro di stelle,
voi che prostrati senza parole
offrite esili mani pazienti
allo stellato pallore notturno,
voi che soffrite , voi che vegliate,
misero gregge senza una meta, 
battelli senza stella e senza sorte –
stranieri eppure a me così congiunti,
voi ricambiatemi il saluto!

Hermann Hesse




Madre dolcissima, Zucchero (1989)


01/06/13

Festa del corpo e sangue di Gesù

Lc 9, 11b-17

In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del Regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta, circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. 

«Mandali via, è sera ormai e siamo in un luogo deserto». Gli apostoli hanno a cuore la gente, ma solo in parte, è come se dicessero: lascia che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Gesù non li ascolta, lui non ha mai mandato via nessuno, vuole fare di quel deserto, di ogni nostro deserto, una casa dove si condividono pane e sogni.
Per i discepoli Gesù aveva finito il suo lavoro: aveva predicato, aveva nutrito la loro anima, era sufficiente. Per Gesù no. Lui non riusciva ad amare l'anima e a non amare i corpi: «parlava alle folle del Regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure». In tutta la Bibbia l'uomo non «ha» un corpo, «è» un'anima-corpo senza separazioni. 
Il Vangelo trabocca di miracoli compiuti sui corpi di uomini, donne, bambini. I corpi guariti diventano come il laboratorio del Regno, il collaudo di un mondo nuovo, risanato, liberato, respirante. Diventato casa: «fateli sedere in gruppi», metteteli in relazione tra loro, che facciano casa. Il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci - il Vangelo non parla di moltiplicazione - inizia con una richiesta illogica di Gesù ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Ma gli apostoli non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane ogni mille persone. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso con gli altri è sufficiente, che la fine della fame non sta nel mangiare a sazietà, da solo, il tuo pane, ma nello spartire con gli altri il poco che hai, il bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d'altri.
Gesù avanza questa pretesa irragionevole e profetica (voi date da mangiare) per dire a noi, alla Chiesa tutta di seguire la voce della profezia, non quella della ragione; di imparare a ragionare con il cuore, il cuore sognatore di chi condivide anche ciò che non ha. 
Dona, allora, anche il tempo che non hai. Non conta la quantità ma l'intensità. E vedrai che il tempo e il cuore donati si moltiplicheranno. Vedrai che torneranno a te ore più liete, giorni più sereni, battiti danzanti del cuore.
Tutti mangiarono a sazietà. Quel «tutti» è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi, nessuno escluso.
Così Dio immagina la sua Chiesa: capace di insegnare, guarire, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune tutto quello che ha. Capace di operare miracoli, che non consistono nella moltiplicazione di beni materiali, ma nella prodigiosa e creativa moltiplicazione del cuore.

Padre Ermes Ronchi

tratto da   http://www.avvenire.it 


Armonia e bellezza, riflesso di Dio - C. Lubich



Contemplando "la Pietà" di Michelangelo


Stai, Madonna bella di Michelangelo, in quella cappella di San Pietro, ed ogni volta che ti guardo sembri più bella. Passano giorni, anni, secoli e uomini di tutto il mondo sono corsi a vederti e tu hai lasciato nell'animo loro qualcosa di sublime, di dolcissimo. Dai, a chi ti ammira, di provare un senso come di beatitudine: sembra che tu tocchi il fondo di ogni anima umana, il fondo dell'anima umana, e questo raggio celeste, che da te parte, squarcia il centro immortale dell'uomo, di ogni uomo: di ieri, di oggi, di sempre.
Quando le tragedie del vivere mi incupiscono, quando la televisione con alcuni programmi mi umanizza ma non mi eleva, quando il giornale con le sue cronache sempre troppo eguali mi mette malinconia, quando il dolore mi morde nell'anima e nel corpo, ti guardo e mi sollevo.
C'è in te qualcosa che non muore.

(...) Oggi, mentre ti guardavo, Madonna bella, pensavo: quanto è sublime e divino l'effetto di un'opera d'arte. Testimonia l'immortalità dell'anima, perché se l'oggetto plasmato non muore, ma è arte proprio perché è immortale (nel senso che non passa finché si mantiene), colui che ti ha fatto non può morire. E mi parve che l'arte assurgesse a un'altezza mai pensata e il bello fosse, come il vero e il buono, materia prima del regno celeste, e che gli artisti veri, avessero, senza saperlo, una missione apostolica.
(...) Basta che l'artista trasfonda nell'opera l'anima sua, e l'anima dell'artista, anche se incredulo o ateo, è sempre immortale.
E' immortale, è spirituale: è una. Ed è qui, credo, la prima causa dell'opera d'arte. 
Se contenuto della filosofia è il vero, dell'arte è il bello. E il bello è armonia: e armonia vuol dire "altissima unità". Ora, chi saprà comporre in armonia i colori e le parti di una pittura, se non l'anima dell'artista che è una ad immagine dell'unità di Dio che l'ha creata?
E' l'anima umana, riflesso del Cielo, che l'artista trasfonde nell'opera, e in questa "creazione", frutto del suo genio, l'artista trova una seconda immortalità: la prima in sé, come ogni altro uomo nato quaggiù, la seconda nelle sue opere, attraverso le quali si dona nel corso dei tempi all'umanità.
L'artista è forse il più vicino al santo. Perché se il santo è tale portento che sa donare Dio al mondo, l'artista dona, in certo modo, la creatura più bella della terra: l'anima umana.

Questo ho meditato di fronte a te, Madonnina bella di Michelangelo.
E giacché a te ho parlato, a te chiedo un dono: guarda gli artisti, che ti contemplano ogni giorno, con occhi di maternità, e sazia la sete di bellezza che il mondo sente: manda grandi artisti, ma plasma con essi grandi anime, che col loro splendore avviino gli uomini verso il più bello tra i figli degli uomini: il tuo dolce Gesù.

Chiara Lubich




31/05/13

Ave Maria - Fabrizio De Andrè



da un canto tradizionale sardo

"DEUS TI SALVET MARIA"


Deus ti salvet Maria,
chi ses de gràtzia plena:
de gràtzias ses sa vèna e sa currènte.
.....

Pregade a Fizu ‘ostru
pro nois peccadòres;
chi tottu sos erròres nos perdònet.

E sa Gràtzia nos dònet,
in vida e in sa mòrte;
e in sa diciòsa sòrte in Paradìsu.




Fabrizio De Andrè 
arrangiamento Mark Harris
(album "L'indiano", 1981)



TRADUZIONE

Dio ti saluta, o Maria,
tu che sei piena di grazia e
delle grazie sei fiume e sorgente.
.......

Pregate il Figlio vostro
affinché perdoni a noi peccatori,
tutti gli errori;

La sua Grazia ci doni,
in vita e in morte;
e nella felice sorte in Paradiso.
E la  felice sorte in P


30/05/13

Ci manca la gioia - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)


La domenica, tornando da messa...
Lo scrittore Julien Green, sulla soglia della conversione, prima di risolversi a compiere il passo decisivo, si appostava alle porte delle chiese e rimaneva in attesa. Ragionava: «Se questi veramente credono a quello cui partecipano, dovranno uscire di qui con facce splendenti, occhi incendiati dalla luce, il fuoco nel cuore». 
Invece si trovava di fronte a individui incolori, sguardi opachi, musi lunghi, volti senz'anima. E commentava: «Scendono dal Calvario, e parlano del tempo sbadigliando».
La Madonna, probabilmente, nell'osservare certe facce, commenterebbe: «Non hanno più gioia».
Qualche volta, alla nostra tavola, ci può essere una gioia forzata, un po' troppo ostentata per essere autentica. Manca la gioia vera, limpida, genuina.
Nel mondo, certa allegria sgangherata, fracassona, volgare, a comando, rappresenta il segno più evidente che è venuta a mancare la gioia, così come a Cana si era esaurito il vino.

Abbiamo fatto il funerale alla gioia
Un grande umorista, Bruce Marshall (...) confidava: «Trepido per il futuro dei monasteri, delle abbazie, dei conventi e dei seminari, perché non tremano più come un tempo, per le grandi risate».
La preoccupazione si potrebbe estendere anche agli ambienti cristiani in generale.
C'è gente che parla continuamente del Cristo che ha vinto la morte, ma troppo spesso lo fa... con facce da funerale, non con volti trasfigurati dalla letizia pasquale.

La gioia che ci dà Cristo
La gioia, non il lutto, dev'essere l'abito che caratterizza il cristiano, il volto della comunità cristiana.
Il cristiano non è un "diminuito" in fatto di gioia, al massimo "risarcito" nell'al di là. No, gusta la gioia qui, ora.
Certo, non qualsiasi gioia, ma la gioia che ci dà Cristo: «Queste cose vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Fissiamo alcuni elementi di questa gioia.
Prima di tutto, la gioia di essere veri. Senza preoccuparsi delle apparenze.
Senza il peso e l'impaccio delle maschere.
Senza essere costretti a recitare una parte, sovente assegnata dagli altri. 
La gioia scaturisce quando c'è il coraggio e la libertà di essere se stessi.
Povertà di gioia, vuol dire povertà di "essere". (...)
La gioia, infatti, è ancorata alla persona, al suo sviluppo, alla sua crescita, alla sua possibilità - e volontà! - di diventare ciò che deve essere.
La gioia dipende dall'essere autentico, profondo, non dalla maschera superficiale.
La gioia si innesta nel centro della persona, non si appiccica alla sua pelle. (...)
Se cresco come persona, come cristiano, la gioia "cresce" con me, in me. Fa tutt'uno con me. Se mi blocco nella mediocrità, nelle mezze misure, nei compromessi, nelle apparenze, blocco, inaridisco anche la sorgente della gioia genuina.
Più "sono" e più sono nella gioia.  (...)
Procura di legare saldamente la gioia al centro della tua persona, a Colui che te la offre in maniera permanente, definitiva. 
Fissata a quella profondità, sarà cosa veramente tua, perché regalata da Uno che non si riprende mai i suoi doni.
Dipenderà esclusivamente da te: dai tuoi "sì" o dai tuoi rifiuti. Da nessun'altro.
Finché la gioia ci viene data da altri, è mutevole, provvisoria. Ma se è la "sua", allora diventa "intoccabile" e "inattaccabile", non fluttuante. Diventa amen.

Una gioia cercata "altrove" rispetto ai soliti itinerari
(...) Esistono vastissimi, inesauribili giacimenti di gioia nel mondo. I primi uomini ne hanno scoperti alcuni e si sono tramandati l'informazione. Così tutti, da secoli, si precipitano ai soliti pozzi: potere, avere, valere, sapere, godere, apparire, ricevere, possedere, denaro, piacere, sesso... E trascurano l'esplorazione e lo sfruttamento degli altri.
L'uomo è decisamente un animale abitudinario. Non sospetta nemmeno che la gioia possa trovarsi da altre parti.
Qualcuno talvolta viene a lagnarsi: «Padre, mi aiuti, ho perso la gioia...».
Rispondo imperturbabile: «Stia tranquillo, non è un disastro irreparabile. Ce n'è tanta inutilizzata in giro, che nessuno vuole. Basta darsi un po' da fare per cercarla... L'uomo, vede, non fa altro che sprecarla. Alla fine del mondo ci accorgeremo con stupore, che la maggior parte  delle risorse di gioia esistenti sulla terra sono quasi intatte...» (...).

Attenti a non cercare la gioia nel posto sbagliato
Già. Il problema sta tutto qui. In fondo è il problema dell'altrove.
Ci accaniamo a cercare quel prodotto prezioso presso pozzi già troppo sfruttati, in via di esaurimento, o, per usare l'espressione della Bibbia, presso «cisterne screpolate» (Ger 2,13). E, dopo interminabili attese, dopo fatiche disumane e sofferenze inaudite, spremiamo qualche goccia stantìa, assolutamente inadeguata alla nostra sete.
Tutti noi, ostinati bietoloni, abbiamo la pretesa che le cose e le azioni e le persone sbagliate ci diano la felicità "giusta" che cerchiamo.
T.S. Eliot osservava che il cristianesimo è «la via che conduce al possesso di ciò che avevamo cercato nel posto sbagliato».
Gesù presenta un criterio nuovo della gioia. Ci rivela quei giacimenti inesplorati di cui parlavamo. E ci fornisce addirittura la mappa per rintracciarli. 
Il Sermone sul Monte, introdotto da un ripetuto invito alla gioia: «Beati... Beati... Beati...», è, precisamente, questa stupefacente mappa delle risorse, finora inesplorate, della felicità umana.
Sulla terra devi trovare quel tesoro. Basta scavare, avere del coraggio, prendere iniziative, inoltrarsi per sentieri poco battuti, accettare di passare magari per pazzi o per illusi. La maggior parte degli uomini, infatti, considera "anormale" uno che rifiuta le regole della gioia accettate dai più. Secondo la mentalità comune, viene ritenuto stupido uno che non è, non fa come gli altri; è squilibrato uno che non si accontenta; è "alienato" uno che... cerca altrove.
Dunque, sei disposto a cercare "altrove" la tua gioia? Ad allontanarti dalla ressa soffocante per effettuare sondaggi nei luoghi più impensati?
Si tratta di provare. Proprio là dove tutto sembra indicare che è arduo, improbabile o addirittura impossibile, non vale la pena, non si ricava niente, è troppo faticoso... può zampillare il prodotto prezioso. 
Occorre soltanto vincere la ripugnanza iniziale, il disgusto, le prevenzioni, la paura di apparire poco ragionevole, la pigrizia e mettersi al lavoro.
Gesù, Colui che ci dà la "sua" gioia, ci fa anche capire che quella gioia si trova sul versante del più difficile. Non dimentichiamo che il Dio delle beatitudini è il Dio esigente, non il Dio bonaccione, accondiscendente.
Si tratta di esplorare il terreno dell'umile servizio, dell'ultimo posto, del minuscolo favore fatto alla persona che non se lo merita, del silenzio di fronte ad un'accusa ingiusta, del perdono, del tempo regalato a quell'individuo insopportabile, della preghiera recitata per il nemico, del lavoro compiuto anche se nessuno si accorgerà di nulla o magari qualcuno se ne attribuirà il merito finale... e infiniti altri. Vedrai quanta gioia "nuova" e "migliore", inaspettata (proprio come il vino di Cana)!  (...)

Aiutaci ad affrontare l'emergenza-gioia
Maria, credo non sia irriverente, da parte mia, immaginare che tu abbia raccomandato ai servitori di Cana «Fate quello che vi dirà», con un sorriso di ammiccamento e di complicità.
Quasi a lasciar intendere: quando c'è di mezzo Lui, ci si può aspettare qualsiasi sorpresa, può accadere l'incredibile.
Basta fidarsi, stare agli ordini senza troppe storie.
E, di fatto, il vino eccellente, incomparabile, inatteso, viene fuori dalle anfore riempite d'acqua «fino all'orlo».
Così è per la gioia.
Dobbiamo convincerci che, trattandosi di un cristiano, la gioia, come quel vino, risulta imprevedibile, sorprendente, non programmabile umanamente.
Chissà quante volte l'hai sperimentato anche tu, Maria.
Quando hai dichiarato - e ripetuto - «avvenga di me quello che mi hai detto», non ti sei certo ritrovata sprofondata nell'amarezza. Hai invece scoperto la gioia di chi si abbandona, senza porre condizioni, percorrendo strade impossibili (impossibili per gli uomini, ma non per Dio, cfr. Mc 10,27), ubbidendo a un richiamo misterioso, interpretando la vita secondo un copione non scritto dagli uomini.
Maria, ammicca nello steso modo anche a noi.
Facci dubitare delle gioie troppo facili, a basso prezzo, superficiali, presenti in tutte le bancarelle del nostro mercato.
Mettici nell'animo il sospetto che la gioia vera non si trova qui, ma "altrove" rispetto alle indicazioni comuni. Che il vino adatto alla nostra sete viene prodotto in un laboratorio segreto, e la formula la conosce unicamente Lui. (...).
E fa', sopratutto, che non ci venga la voglia di andarlo a nascondere, quel vino, nelle tetre cantine di una religiosità uggiosa.


don Alessandro Pronzato

tratto da "C'era la madre di Gesù... A Cana con Maria, per scoprire quello che ci manca"


a tutti i Bartimeo senza voce

dal Vangelo di Marco 10, 46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!»
Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

* * * * * 

Grida Bartimeo, grida dal profondo del suo dolore, dalla sua vita segnata dalla cecità e dal giudizio dei tanti che pensavano (e pensano) che la malattia sia una punizione di Dio e che il malato, quindi, è qualcuno che si merita la malattia per le malefatte che ha combinato. Grida, Bartimeo, anche se tutti sono sordi, anche gli apostoli. Grida, Bartimeo, anche se il mondo, intorno, gli dice di tacere, di arrendersi all'evidenza, di portare pazienza, che non c'è nulla da fare, che la vita è condanna e l'uomo uno scherzo del destino. Tutte buone ragioni per farlo tacere, per farlo zittire. Grida, Bartimeo, tutto il dolore del mondo, l'angoscia incontenibile e insopportabile degli uomini feriti e piagati, degli sconfitti da sempre e per sempre, dei crocifissi e dei falliti. 
Grida, Bartimeo, e Gesù solo lo sente, lo ascolta, lo vede e interviene. A noi, fragili peccatori, apostoli incapaci, Gesù chiede solo di andare da Bartimeo, da ogni Bartimeo e dire: «Coraggio, alzati, ti chiama». Diciamolo, oggi, a coloro che incontreremo, ai tanti Bartimeo evidenti o nascosti, di avere coraggio perché siamo chiamati a sperimentare l'illuminazione interiore perché, al si là di ogni apparente evidenza, alla fine di ogni dolore c'è l'orecchio del Dio di Gesù che ascolta e interviene, forse non come e quando vorremmo, ma certamente quando è giunto il momento di riacquistare chiarezza interiore.

Paolo Curtaz



Simone Cristicchi,  "Ti regalerò una rosa"