27/07/14

Polvere di gesso - Gianmaria Testa


Mi sento solo
solo
come quei balconi
con le tapparelle abbassate
abbandonati
dove la pioggia cade
la sabbia si posa
si posa la polvere

e che se avessero voce
li sentiresti
invocare gli uccelli
se avessero mani li vedresti
disegnarsi gerani e azalee

aspetto come loro
qualcuno che mi riapra:
pavimento da calpestare
veicolo di luce
altro
non so immaginare

Piermario Giovannone



POLVERE DI GESSO

Io ogni mattina ascolto l'alba
e la sera il tramonto
e tutto il rumore che fa
e poi per ogni giorno che passa
faccio un segno su un muro
di questa città
perché non é il tempo che mi manca
e nemmeno l'età
Io ogni mattina quando parto
lascio aperta la mia porta
se qualcuno verrà
e poi metto polvere di gesso
sul pavimento di casa
per i passi che farà
perché quando c'é una porta aperta
di sicuro prima o dopo si sa

Io ogni sera quando torno
lascio delle tracce bianche
sulla polvere che sa
che qui non ci viene mai nessuno
e nemmeno per oggi
non ci sono novità
e poi richiudo la mia porta
per la notte e per il freddo che ci fa

Io ogni mattina ascolto l'alba
e la sera il tramonto
e tutto il rumore che fa
e poi per ogni giorno che passa
graffio un pezzo di muro
di questa città
perché non é il tempo che mi manca
e nemmeno l'età

Gianmaria Testa

19/07/14

A coloro che non trovano pace - don Tonino Bello


E troverete ristoro per le vostre anime. Mt 11, 29


Carissimi,

l’idea di rivolgermi a voi mi è venuta stasera quando, recitando i vespri, ho trovato questa invocazione: «Metti, Signore, una salutare inquietudine in coloro che si sono allontanati da te, per colpa propria o per gli scandali altrui».
Per prima cosa mi son chiesto se, nel numero delle mie conoscenze, ci fosse qualcuno che poteva essere raggiunto da questa preghiera.
E mi sono ricordato dite, Giampiero, che, dopo essere passato per tutta la trafila dei gruppi giovanili della parrocchia, un giorno te ne sei andato e non ti sei fatto più vedere.
L’altra sera ti ho incontrato per caso. Pioveva. Eri fermo sul marciapiede e ti ho dato un passaggio. In macchina mi hai chiesto con sufficienza se durante la quaresima continuavo a predicare le «solite chiacchiere» ai giovani, riuniti in cattedrale. Ci son rimasto male, perché mi hai detto chiaro e tondo che tu ormai a quelle cose non ci credevi più da un pezzo, e che al politecnico stavi trovando risposte più utili di quelle che ti davano i preti.
Mi hai raccontato che a Torino hai conosciuto Gigi, ex seminarista e mio alunno di ginnasio, il quale ti parla spesso di me. Ho notato che avevi una punta d’ironia e sembrava che ti divertissi quando hai aggiunto che ora sta con una ragazza, bestemmia come un turco, e fuma lo spinello.
Quando all’improvviso ti ho chiesto se eri felice, mi hai risposto che ne avremmo parlato un’altra volta, perché dovevi scendere e poi era troppo tardi.

Addio, Giampiero! L’invocazione del breviario stasera la rivolgo al Signore per te. E per Gigi. E la rivolgo anche per te, Maria, che ti sei allontanata senza una plausibile ragione. Facevi parte del coro. Ora a messa non ci vai nemmeno a Pasqua. Tu dici che hai visto troppe cose storte anche in chiesa, e che non ti aspettavi certe pugnalate alle spalle proprio da coloro che credono in Dio. Non so che cosa ti sia successo di preciso. Ma l’altro giorno, quando sei venuta da me per implorare un ricovero urgente al Gemelli a favore del tuo bambino che sta male, e io ti ho esortata ad aver fiducia in Dio, e tu sei scoppiata a piangere dicendomi che in Dio non ci credi più... mi è parso di leggere in quelle lacrime, oltre alla paura di poter perdere il figlio, anche l’amarezza di aver perduto il Padre.
Non temere, Maria. Pregherò io per il tuo bambino, perché guarisca presto. Ma anche per te, perché il Signore ti metta nel cuore una salutare inquietudine.
Vedo che non afferri il senso di una preghiera del genere. Di inquietudini nei hai già tante e non è proprio il caso che mi metta anch’io ad aumentartene la dose. Tu sai bene, però, che in fondo io imploro la tua pace. Ecco, infatti, come il breviario prolunga l’invocazione su coloro che si sono allontanati da Dio «Fa’ che ritornino a te e rimangano sempre nel tuo amore».

E ora, visto che mi sono messo ad assicurare preghiere un po’ per tutti, vorrei rivolgermi anche a voi che, pur non essendovi mai allontanati da Dio, non riuscite ugualmente a trovar riposo nella vostra vita.
Per sè parrebbe un controsenso. Perché Dio è la fontana della pace, e chi si lascia da lui possedere non può soffrire i morsi dell’inquietudine. Però sta di fatto che, o per difetto di affido alla sua volontà, o per eccesso di calcolo sulle proprie forze, o per uno squilibrio di rapporti tra debolezza e speranza, o chi sa per quale misterioso disegno, è tutt’altro che rara la coesistenza di Dio con l’insoddisfazione cronica dello spirito. 

Mi rivolgo perciò a voi, icone sacre dell’irrequietezza, per dirvi che un piccolo segreto di pace ce l’avrei anch’io da confidarvelo.
A voi, per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi. A voi, che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso. A voi, che fareste pazzie per tornare indietro nel tempo e dare un’altra piega all’esistenza. A voi, che ripercorrete il passato per riesaminare mille volte gli snodi fatali delle scelte che oggi rifiutate. A voi, che avete il corpo qui, ma l’anima ce l’avete altrove. A voi, che avete imparato tutte le astuzie del «bluff» perché sapete che anche gli altri si sono accorti della vostra perenne scontentezza, ma non volete farla pesare su nessuno e la mascherate con un sorriso quando, invece, dentro vi sentite morire. A voi, che trovate sempre da brontolare su tutto, e non ve ne va mai a genio una, e non c’è bicchiere d’acqua limpida che non abbia il suo fondiglio di detriti.  

A tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura. La sorgente di quella pace, che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti.
Non importa che, a berne, non siate voi. Per adesso, almeno.
Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare» per garantire la pace degli altri.
O, se volete, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità.

Vi auguro che stasera, prima di andare a dormire, abbiate la forza di ripetere con gioia le parole di Agostino, vostro caposcuola: «O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Buona notte. 


don Tonino Bello


14/07/14

Sessantuno

In questo momento ci viene dato un destino, invece che una vita...
Non devo più armeggiare con i pensieri e trafficare con la mia vita: ora c'è un processo organico in corso. 
Cresce qualcosa; lanci un'altra volta lo sguardo verso l'intero e là c'è di nuovo qualcosa che è cresciuto e devi solo accettarlo e assumerlo, portarlo con te e lasciare che sbocci.

Etty Hillesum




 

05/07/14

L'agave sullo scoglio - Eugenio Montale

O rabido ventare di scirocco
che l'arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d'una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell'aria
ora son io
l'agave che s'abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d'alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d'ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento. 


Eugenio Montale


24/05/14

Vi manderò un Paràclito - VI Pasqua (A)

 Gv 14, 15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».



Tra la dimora e la strada: sono i due ambiti nei quali ci trattiene quest’oggi una liturgia della Parola che ci invita a vivere non a scompartimenti.
Tra la dimora e la strada… un’esperienza di sconfinamento tra ciò che sperimenti nel profondo del tuo cuore e ciò che sei chiamato a tradurre mentre sei per via.
Pensati così i credenti, come persone che si lasciano abitare dal Signore e dal suo Spirito e nello stesso tempo come persone che non temono di stare in cammino.
Tanto, tropp,  il nostro stare lungo la strada, nella vita, non ha un luogo di interiorità, non attinge a ragioni profonde che facciano sì che i passi siano un pellegrinaggio e non un vagabondare.
Penso anzitutto al nostro mondo relazionale. Quanti i gesti senza contenuti e senza verità: parole di cortesia senza cortesia, parole di saluto senza accoglienza, gesti di amore senza amore, gesti di vita senza fecondità!  Quanto vivere fisicamente insieme e col cuore altrove, senza più i riti del cuore ma solo adempimenti formali!
Penso poi all’esperienza ecclesiale: spesso pronti a organizzare eventi esterni senza essere capaci di gustare e vivere la presenza del Signore. Come se bastasse proporre iniziative e nello stesso tempo lasciare la propria casa, quella del cuore, vuota. Quanta mentalità aziendale, quante parole usate e urlate, quanti gesti che non nascono da un cuore che si lascia plasmare da quel Dio che ha scelto di porre la sua dimora in chi, ascoltando la sua voce, gli apre appena arriva e bussa.
Chi ha fatto almeno una volta l’esperienza dell’amore sa che può vivere della presenza dell’altro anche quando l’altro non c’è.  Riesce a stare nella vita con uno sguardo riconciliato solo chi ha qualcuno di cui può dire: tu sei davvero tutto per me. Tu sai che non vivi più per te stesso bensì per qualcun altro. Ma non è possibile – ci ripete la liturgia di questa domenica – annunciare con la bocca, nella vita, qualcuno che hai smesso di adorare dentro di te: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori. Non è possibile vivere alla luce della memoria dell’altro nella tua vita, se hai smesso di custodirlo nel tuo cuore. Quanta illusione da parte nostra di essere segno di qualcuno che forse abbiamo estromesso. Come se bastassero solo dei segni esterni, un abito o dei riti!
Come dovette essere diversa la presenza di Filippo – di cui ci narra la pagina di Atti (At 8,5-8.14-17) – se ad un certo punto l’autore può attestare che vi fu gioia nella città. Filippo aveva trovato un cuore aperto, disponibile in persone di per sé escluse dalla possibilità di accedere a un’esperienza di vita nuova. Ma è anche vero che la sua stessa presenza era una presenza che lasciava il segno. Penso alla mia presenza: quale segno lascia?
Filippo stava fuggendo a motivo di una persecuzione ma la sua presenza diventa il segno di un Dio che inaspettatamente apre strade nuove in spazi insperati. Paradossalmente, un’esperienza di rifiuto permetterà un nuovo inizio grazie ad un uomo all’apparenza fuori dagli schemi ma con un cuore ben radicato nel Signore.
Quando il cuore è abitato comprendi che sei chiamato a stare lungo la strada con uno stile ben preciso: con dolcezza e rispetto. Mai urlando, neanche le cose di Dio. Mai offendendo. Mai brandendo la fede come fosse una spada. Mai con declamazioni ipocrite ma con una vita che ha il gusto del vangelo. Questo restituisce gioia. Anche nelle nostre città.
Se ti lasci impregnare dello Spirito di Gesù, del suo modo di vivere, del suo modo di amare, tu diventi la dimora di Dio in mezzo agli uomini. Ecco la dimora di Dio! Si dovrebbe poter dire di me, di te. Una dimora mobile, itinerante, proprio come lo era stata la tenda della presenza di Dio mentre accompagnava il cammino di Israele e proprio come lo fu la carne di Gesù.
Lui se ne va ma la sua presenza non viene meno grazie a coloro che si lasciano animare dal suo stesso Spirito. La sua presenza non è legata ai toni urlati dell’arroganza o dell’esibizione. Il ricordo della sua presenza, il segno che lo si ama davvero è legato ai gesti di chi ha attenzione per chiunque, al gesto di chi ha cura di una ferita, al gesto di chi ha occhi per la stanchezza dell’altro, al gesto di chi sta nella vita con passione, con disponibilità, con il cuore e non con il calcolo.
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Facciamo fatica a tenere insieme amore e comandamento. Eppure si tratta di due modi per esprimere il grado di appartenenza a qualcuno: infatti, adempiere i desideri di chi abbiamo amato è il solo modo per custodire la comunione con lui.

don Antonio Savone

http://acasadicornelio.wordpress.com


16/05/14

Il ruolo della donna nella Chiesa - Enzo Bianchi

 

La bisaccia del mendicante - 2

 

Vi sono realtà che non stanno nella bisaccia del mendicante, eppure egli non può abbandonarle da qualche parte: sono le sofferenze che abitano il suo cuore. Una di queste, sempre viva e mai assopita, riguarda il mio quotidiano: vivo da monaco con fratelli e sorelle, uomini e donne nella stessa comunità. Ora, proprio le donne conoscono nella chiesa una condizione paradossale. Presenti ovunque, accanto agli uomini in tutte le forme della vita cristiana, impegnate nella trasmissione del Vangelo e testimoni di Cristo quanto gli uomini, in realtà si trovano escluse dagli ambiti decisionali e possono essere solo semplici fedeli, “christifideles”, appartenenti al laicato oppure alla vita religiosa, comunque senza autorità deliberativa perché donne.
Da decenni la chiesa cattolica si interroga sul ruolo delle donne nella chiesa, ma senza che nascano risposte adeguate e convincenti. Si esalta la femminilità con espressioni curiose (“il genio femminile”...), si sottolinea la loro eminente dignità di spose, madri e sorelle, ma poi non viene loro riconosciuta alcuna possibilità di esercitare responsabilità e funzioni direttive nella chiesa. Così tutto il corpo ecclesiale ne risulta menomato: un corpo in cui la metà delle membra deve ascoltare solo gli uomini intervenire nella liturgia, in cui le decisioni che riguardano tutti sono prese solo dagli uomini, in cui ciò che le donne sono e devono essere è stabilito da uomini, senza neppure ascoltarle...
Leggendo i Vangeli e il Nuovo Testamento, troviamo le donne presenti quanto gli uomi­ni, e Gesù stesso le annovera alla sua sequela insieme agli uomini in una comunità itinerante; Maria di Magdala è destinataria, insieme ad altre donne, del primo annuncio pasquale da parte di Cristo risorto; nella fondazione delle prime comunità cristiane le donne svolgono compiti apostolici. Non a caso san Paolo osa proclamare che ormai nella comunità cristiana non ci sono più appartenenze discriminate, “non c’è più né giudeo né greco, né maschio né femmina”, anche se poi, paradossalmente, resta incapace di trarne tutte le conseguenze nella vita della comunità cristiana.
Inizialmente, infatti, autorizza le donne a prendere la parola nella chiesa di Corinto (1Cor 11,5), pensa e predica che i doni dello Spirito santo sono dati a tutti i battezzati, senza preferenze tra uomini e donne. E non si dimentichi che nella società del tempo la donna era priva del diritto di prendere la parola nell’agorà. In seguito tuttavia, verso la fine dell’epoca apostolica, quando si imporrà il vescovo presbitero come successore degli apostoli, si toglierà alle donne il diritto di parlare nell’assemblea cristiana (1Cor 14,34). Così una prassi patriarcale prevarrà nuovamente nella chiesa e quel soffio di libertà portato dal Vangelo sarà istituzionalmente contraddetto fino a oggi.
Da allora alla donna è affidata la diaconia, il servizio alla chiesa, mentre agli uomini è riservata l’autorità e, di conseguenza, il potere. Solo nel monachesimo, fenomeno originariamente non clericale, la donna ha gli stessi diritti e doveri dell’uomo: può diventare abadessa, guida spirituale e autorità per una comunità, con il potere di insegnare, di prendere la parola in assemblea, di deliberare sulla vita della comunità. In questo il monachesimo ha un’autentica valenza profetica, anche se sovente non ne è consapevole e non sa vivere tutte le potenzialità di questa forma di sequela cristiana.
Ecco allora le domande che assillano il mendicante senza che nella sua bisaccia vi siano risposte: cosa significa ripetere formule vuote come “Maria è più importante di Pietro” senza accompagnarle con un impegno adeguato per una ricerca biblica e teologica sulla presenza della donna nella chiesa? Perché non c’è ascolto delle donne che elaborano teologia o sono impegnate nella vita pastorale, nella missione, nell’evangelizzazione, nella catechesi? Trovare risposte significa aprire nuovi cammini alla corsa del Vangelo.

 
Enzo Bianchi
da "Jesus" aprile 2014


11/05/14

Il pastore delle pecore - IV Pasqua (A)

 Gv 10, 1-10

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Leggendo i vangeli abbiamo messo più volte in evidenza che Gesù era un uomo che sapeva vedere, osservare cose, azioni ed eventi quotidiani, e su di essi pensava, per trarre dalla realtà consolazione e lezione. Soprattutto le parabole sono per noi una testimonianza del modo di vedere e di pensare di Gesù, della sua capacità di applicare il quotidiano anche nell’annuncio della buona notizia. Gesù non consegnava verità preconfezionate, formule dottrinali, ma a volte consegnava parole di sapienza, a volte alzava il velo su molti enigmi umani e mondani: tutto questo per farci conoscere Dio suo Padre, il suo Dio, il Dio autentico, e farci conoscere se stesso.Nel vangelo odierno Gesù sta parlando ai farisei, che gli hanno contestato la guarigione in giorno di sabato di un uomo cieco dalla nascita (cf. Gv 9,1-41).
Essi si sentono guide e pastori rispetto al popolo di Dio, perché interpretano la sua parola e sanno insegnarla, dando anche l’esempio esterno di una vita condotta in osservanza alla Legge. Sono abilitati a questo ministero? Hanno veramente l’autorevolezza (exousía) per essere pastori del gregge? 
Gesù con molta convinzione – espressa anche dall’“Amen, amen” iniziale – consegna loroun’osservazione: dove c’è un ovile, c’è una porta attraverso la quale entra ed esce il pastore, e dietro a lui le sue pecore. Su quella porta egli vigila, veglia per proteggere il gregge. Ma a volte qualcuno scavalca il recinto proprio per portare via le pecore: è il ladro, il brigante che vuole strappare le pecore al loro pastore per fini di lucro, di accrescimento del proprio gregge. Ecco la differenza tra pastore vero e ladro, tra chi vuole il bene delle pecore e chi di esse vuole semplicemente servirsi. 
Ecco allora nelle parole di Gesù il ritratto del pastore vero e buono: entra ed esce attraverso la porta, è riconosciuto dal guardiano che gli apre la porta; le pecore riconoscono la sua voce, perché il pastore leconosce, le chiama ciascuna per nome e sa condurle su pascoli erbosi (cf. Sal 23,2), precedendole per custodirle dai pericoli e dagli attacchi dei lupi. C’è un legame reciproco tra pecore e pastore, dovutoall’azione di quest’ultimo: egli le chiama ed esse si sentono riconosciute, le guida ed esse si sentono protette, le precede ed esse si sentono orientate. Il rapporto delle pecore con il pastore è questione di vita, e dunque tra loro si instaura un legame di appartenenza e di riconoscimento. Un estraneo che entra nel recinto, invece, spaventerà le pecore che non lo conoscono, le quali fuggiranno fino a disperdersi, come sempre avviene quando manca il pastore. Il discernimento tra pastore legittimo e pastore usurpatore e ladro non è sempre facile nella vitadella chiesa. Le parole di Gesù sono un severo ammonimento, ma nei fatti quanti sono i pastori estranei o addirittura mercenari? Estranei perché non vivono “in mezzo al popolo di Dio”, non sono conosciuti nella loro vita privata, e lontani dal gregge che non li riconosce se non come funzionari: amministratori, manager, ispettori, ma non pastori... Questa purtroppo è una patologia più diffusa di quanto ifedeli possano accorgersi e avere consapevolezza.
Ma Gesù aggiunge un’altra osservazione. Con un rinnovato, duplice “amen”, dichiara non solo di essere il buon pastore, il pastore autentico del popolo di Dio, ma guardando al passato si comprende anche come la porta dell’ovile. Gesù è la porta per i pastori che lo hanno preceduto in questo servizio: se non sono passati attraverso di lui, sono stati ladri e assassini, sono stati i cattivi pastori nominati soprattutto da Geremia (cf. Ger 23,1-6) ed Ezechiele (cf. Ez 34,-31); pastori che le pecore, anche grazie all’ammonimento dei profeti, non hanno ascoltato. È dunque necessario essere istituiti pastori attraverso di lui, che li legittima a entrare e uscire dall’ovile, a guidare le pecore verso pascoli abbondanti. Gesù parla di briganti (lestaí), di assassini che non vogliono la vita in abbondanza delle pecore, ma vogliono semplicemente possederle e servirsene, mentre parla di se stesso come di un pastore venuto perché gli uomini “abbiano la vita in abbondanza”, nella libertà e nella giustizia. 
Eppure proprio nel vangelo secondo Giovanni durante la passione di Gesù le folle, poste di fronte alla scelta tra Barabba, un brigante (lestés: Gv 18,40), e Gesù, il pastore buono, sceglieranno il brigante, con il peso del loro essere maggioranza. Sarebbe necessario chiedersi quale pastore in verità noi abbiamo e come facciamo discernimento sui nostri pastori.

Enzo Bianchi