22/11/13

Quando sarai triste... - Romano Battaglia


Quando sarai triste siediti sul ciglio della strada e attendi che il vento ti porti la voce dell’ignoto. Ascolta in silenzio quello che la voce ti dice e poi alla luce del sole, chiediti se tutto ciò è possibile. 
Rimani così nella calma sino a quando dal cielo scenderà la sera perché anch’essa avrà un messaggio per te.
Rimani seduto sul ciglio della strada sino a quando si accenderanno le stelle perché anche loro avranno qualcosa da dirti.
Poi verrà la notte con la sua lunga pausa di riflessione e ti verrà in mente la vita. 
Allora pensa di essere sempre te stesso a qualsiasi costo e non fingere mai con gli affetti. Accetta con serenità il passare degli anni perché anche la vecchiaia fa parte della vita. Non avere paura della vita.
L’uomo dimostra di essere piccolo o grande a seconda dell’importanza che dà alle grandi e piccole cose.
Ricorda che se sei venuto al mondo hai pieno diritto di esistere ed essere felice. Cerca un dio anche se non sai dove abita e abbi sempre comprensione per tutti.
Rimani seduto sul ciglio della strada fino all’alba. Passerà qualcuno e ti chiederà se ti sei perduto, e tu allora risponderai che ti stai cercando.

Romano Battaglia



18/11/13

La cenere e il fuoco - Enzo Bianchi

Fuoco e cenere non sono due elementi estranei: uno è strettamente legato all’altro. Il fuoco, bruciando, produce la cenere e la cenere testimonia che c’è stato il fuoco. Anzi, la cenere è capace di conservare a lungo la brace, in modo che il fuoco possa di nuovo accendersi, ardere, essere ravvivato. Proprio perché ho vissuto a lungo con un camino in cella, proprio perché, mancando di luce elettrica per tredici anni, soprattutto alla sera stavo presso il camino a meditare e a pregare, ho coniato questa immagine della chiesa quale cenere e del Vangelo quale fuoco-brace. D’altronde, Gesù stesso ha parlato del Vangelo quale fuoco che egli è venuto a portare sulla terra, fuoco che desiderava tanto veder ardere (cf. Lc 12,49).

La chiesa, costituita da noi uomini e donne, la chiesa evidente nei papi, nei vescovi e nei fedeli, religiosi o laici, la chiesa che i non cristiani vedono è una realtà sovente misera, inadempiente rispetto alla sua vocazione, ma è una necessità per il Vangelo. È lei che lo conserva e lo trasmette di generazione in generazione; è lei che permette che un uomo o una donna venienti nel mondo conoscano Gesù Cristo, il Vangelo, e decidano la loro vita per lui o senza di lui; è lei che con tutti i suoi mezzi – liturgia, sacramenti, predicazione, azioni di carità – plasma la comunione con il Signore; è lei la matrice che, grazie allo Spirito santo, diventa corpo di Cristo nel mondo. Dunque la chiesa è assolutamente necessaria! Ma tutto questo la chiesa lo fa più o meno bene, e a volte contraddicendo proprio il Vangelo che custodisce, trasmette e insegna. Soprattutto il potere, la ricchezza di cui la chiesa si ammanta, fanno sì che il fuoco del Vangelo nella comunità cristiana produca cenere più che fiamma… Perché il fuoco può essere fiamma che risplende, illumina, sfavilla, fiamma ardente, oppure può diventare un consumarsi fumoso del legno. C’è infatti la possibilità che la legna non bruci bene, che si consumi a poco a poco senza fare fuoco, e allora la cenere si accumula e seppellisce la brace.

Sì, è proprio così: la chiesa può seppellire, nascondere il Vangelo. Il Vangelo resta in essa, non viene meno ma si occulta, e la cenere aumenta, cresce, finché diventa difficile non solo scorgere un bagliore di fuoco, ma addirittura percepire il tepore della brace sepolta. Ma la brace nascosta rimane: uomini e donne anonimi, conosciuti solo da chi li incontra, vivono il Vangelo e del Vangelo mostrano fiammelle portate nelle loro mani, che proteggono la fiamma dai colpi di vento. È il Vangelo vissuto quotidianamente e in modo nascosto da tanti cristiani, vissuto nella carità, nella perseveranza, nel non contare nulla, nell’essere irrilevanti. Si dirà: fuoco debole, anzi neppure fuoco, ma solo brace. Ecco la verità della chiesa: tanta cenere che nasconde la brace, dove il fuoco è custodito, conservato. Domina, alla vista della realtà che si impone, il grigio-nero, magari un mucchietto fumigante di cenere, eppure il fuoco del Vangelo è conservato.

Questa situazione a volte dura decenni, secoli: la cenere appare tantissima, il fuoco sembra essere spento, il Vangelo non è più visibile e la chiesa occulta il Cristo, anziché farlo risplendere. È la lampada sotto il moggio (cf. Mc 4,21 e par.)! E poi ecco, a un tratto, un po’ di vento nella cenere, vento che scopre i carboni ardenti; ecco qualcuno che rimuove la cenere, e allora il fuoco si accende di nuovo e divampa; ecco qualcuno che scopre le braci e vi depone un piccolo legno che si accende. Sì, il fuoco c’era, e ora arde! A volte penso che alcuni santi sono stati quelli che hanno smosso la cenere abbondante e hanno posto un piccolo legno, la loro vita, nel fuoco del Vangelo, permettendo al Vangelo di ardere e illuminare. Altre volte qualcuno con coraggio e forza toglie la cenere spessa da sopra la brace, ed ecco il fuoco, fuoco come a Pentecoste! Questi uomini, queste donne non sostituiscono la brace, non accendono un altro fuoco: muovono la cenere, e questo imbarazza e dà fastidio… Eppure senza di loro il fuoco resterebbe a covare, non tornerebbe ad ardere. Sarebbe fuoco seppellito, che tutt’al più riscalda il camino ma non la stanza, riscalda la chiesa ma non l’umanità. Gregorio Magno, Francesco e Chiara, Caterina da Siena, papa Marcello I, papa Giovanni e ora papa Francesco – per ricordare solo alcuni uomini e donne della chiesa di Roma – avevano la passione della “ricerca del fuoco”, non bastava loro la cenere. E nel cercare il fuoco hanno rimosso la cenere, hanno portato loro stessi nella cenere e, raggiunto il fuoco, hanno fatto sì che questo ricominciasse ad ardere.

Sì, il Vangelo nella chiesa resta sempre, non viene meno. E anche quando la cenere fosse una montagna, sotto di essa il fuoco non finisce; attende piuttosto qualcuno che lo cerchi, lo disseppellisca e gli permetta di ardere. Nella mia vita ho visto la cenere, poi un’ora in cui risplendeva il fuoco come in una novella Pentecoste, con Giovanni XXIII e il concilio, poi di nuovo cenere, tanta cenere, fino a far dubitare qualcuno della permanenza del fuoco. E ora nuovamente un po’ di cenere è rimossa… Rimuovere la cenere è compito di ogni cristiano, se cerca il fuoco, se cerca il Vangelo. Ma oggi c’è qualcuno come papa Francesco che chiama, che invita i cristiani a farlo e lo fa lui stesso con autorevolezza: dobbiamo dunque esultare!


Enzo Bianchi
tratto da  "JESUSnovembre 2013


17/11/13

Le persecuzioni e la testimonianza - XXXIII T.O.

Lc 21, 5-19


In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».



Alcuni parlano del Tempio che era ornato di belle pietre e di doni votivi, e Gesù dice:
«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».  Parla del Tempio? Anche. Il suo discorso si allargherà ad una descrizione devastante, angosciante, della fine della cose, della distruzione delle cose. Ma accogliamola questa frase: perché è una frase crudamente vera. 
«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Tutte le cose volgono al termine; tutte le cose sono in travaglio e vanno verso qualche cosa che non sappiamo cos'è. La nostra vita, il nostro essere catturati da tanta bellezza che noi crediamo essere solida... tante cose che hanno la loro apparenza... ma qual'è la loro durata? 
E' angosciante che l'uomo si debba confrontare col fatto che le cose finiscono. Perché non rimarrà "pietra su pietra"? Questa Parola è qualcosa che sembra solo negativa e destinata a tagliare con un colpo d'accetta secco la nostra esistenza e le cose belle che ne fanno parte. 
Ma Gesù inizierà a spiegare "il segreto della fine", il segreto della "distruzione". 
Non bisogna lasciarsi ingannare e non "sbagliare" Messia. Molti addomesticano la stessa Parola di Dio, per tirare fuori argomenti "catastrofisti" che Gesù non vuole assecondare. "Il tempo è vicino", ma non è questo il punto: dice Gesù, non andate dietro a questo tipo di visioni. Quando sentiamo parlare di guerre e rivoluzioni, non ci dobbiamo terrorizzare, perché queste cose non sono la fine
Quando nella vita della persona arriva qualcosa che lo fa misurare con la distruzione: non è quella la fine. Non è quello il punto d'arrivo: quelle cose sono una strada, un percorso. 
E mentre si sollevano nazioni contro nazioni, regno contro regno... e ci sono terremoti, carestie e pestilenze... fatti terrificanti, segni grandiosi nel cielo... Ossia quando la vita salta per aria, quando le cose diventano instabili, quando le cose più certe (il cielo, le stelle, la luna, che rappresentano la "stabilità") iniziano a dare segnali preoccupanti...  potremmo pensare che queste cose sono fuori di noi e non ci riguardano, dice Gesù: queste cose vi toccheranno personalmente. Ci saranno persone che vi metteranno le mani addosso, che perseguiteranno... Ma perché tutto questo? Che lettura gli diamo?

Tutto questo, in realtà, sembrerebbe abbastanza lontano da noi... Ma chi sono questi "voi" che saranno afferrati, maltrattati e perseguitati? Sono i discepoli di Gesù. Certo, queste cose non possono succedere a quelli che non seguono questo Messia, che non seguono questo Cristo. Non c'è problematica di questo genere per chi non segue il Signore Gesù. Seguire Gesù implica il problema di trovarsi, prima o poi, in mezzo a questo macello, in una situazione in cui vengono a mancare punti di riferimento sicuri. E quando la situazione diventa problematica, uno si trova a portare il peso, la colpa, i problemi della società addosso; a trovare qualcuno che ti accusa, ti calunnia, ti carica di responsabilità che non hai... Questo succede ai santi, ed è successo tante volte a coloro che sono costruttori del Regno dei Cieli. E il "regno di questo mondo" si ribella, aggredisce, morde, distrugge. 
Da questo testo, un cristiano, ha dunque una chiave per capire che in realtà tutte queste sofferenze sono occasioni. Essere perseguitati, essere consegnati alle sinagoghe, alle prigioni... tutto questo è occasione per dare testimonianza.  La nostra fede non è un sistema di sicurezza contro gli infortuni, ma è una risposta, quando Dio ci destina agli infortuni, quando dobbiamo affrontare i problemi e la cattiveria umana... e tutte quelle cose che sono più frequenti di quanto si possa pensare. In quel momento bisogna pensare: questa non è una distruzione, questa non è la fine, questo è l'inizio di un'avventura, l'avventura di una missione, essere chiamati a fare qualcosa di bello. Un terremoto può essere una chiamata all'amore; un'ingiustizia è una chiamata al perdono; un tribunale iniquo è una chiamata alla testimonianza. Ed è inutile, dice questo Vangelo, "prepararsi prima la difesa" perché queste cose non le gestisci mai come penseresti.
"Prepararsi la difesa": c'è gente che passa la vita a "prepararsi". C'è gente che passa la vita a rinserrarsi dentro i propri sistemi di sicurezza per evitare problemi... e così si diventa ingabbiati dentro alle proprie sicurezze. E' inutile prepararsi prima, perché in quel momento arriva la grazia "propria" di quel momento. E' inutile passare la vita ad organizzarsi perché non succedano problemi... perché alla fine il problema sarà che mi sono organizzato! Fare questo è stupido, è futile. 
Occorre invece aprire il cuore a questa luminosa speranza che c'è in questo testo che può apparire solo tenebroso. Tutte queste cose sono occasioni.
Essere traditi persino dai genitori, dai fratelli, dai parenti, dagli amici, essere uccisi, essere odiati da tutti.... vuol dire trovare la strada per salvare la vita che vale, per perdere la vita che non conta. Perché qui c'è un paradosso:
«
uccideranno alcuni di voi
» ma 
«
nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto
». Come si spiega questa contraddizione? Se vengo ucciso, anche i "capelli del mio capo" non sono perduti? 
C'è qualcosa che viene ucciso e c'è qualcosa che non si perde. Io posso perdere la vita, ma non la salvezza. Questo è ciò che si sperimenta in questo stato di persecuzione, di sofferenza, di assurdità... quando "va in onda" il caos nel mondo e il caos ti viene addosso. In quel momento forse una vita si perde, ma c'è la salvezza che uno può acquisire in Gesù Cristo, che nemmeno un capello del mio capo non è redento, non è salvo.

«
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». 
Allora di fronte alle cose che ci angosciano nella vita, se non siamo seguaci di Cristo, possiamo scansarle, evitarle... passare la vita a ripararci da queste; oppure possiamo accoglierle, sapendo che è la perseveranza quella di cui abbiamo bisogno, quella capacità di stare nelle cose, di "stare sotto ai fatti" (traducendo dal termine greco). Essere di fronte alle cose come chi crede che Dio sta portandomi da qualche parte, verso qualcosa che va molto oltre quella che è l'apparenza di questo momento. Posso anche morire, ma nemmeno un capello del mio capo non è redento.

don Fabio Rosini


16/11/13

I nostri idoli e Dio (2) - André Louf


Maledire Dio

Dio ci sorprende con la sua pazienza disarmante: a volte lascia che questo stato di illusione duri anni, per poi intervenire all’improvviso nella nostra vita, per farvi irruzione e detronizzare in un istante tutti questi idoli mandandoli in frantumi.
E’ quanto di meglio ci può capitare, ma è anche un’esperienza terribile, che inizia in modo brutale, con una tentazione dolorosa e sconcertante. Meno eravamo coscienti di sacrificare al nostro idolo e più velocemente affiora in questo momento la peggior bestemmia mai sgorgata nel nostro cuore: Dio non esiste, Dio è morto! Dio era l’illusione
Effettivamente il Dio davanti al quale per anni ho bruciato incenso, quel Dio non esiste, non è mai esistito al di fuori della mia immaginazione: quel Dio è morto. (…) Anche una vita di fede impegnata in diversi modi per il regno di Gesù può inconsciamente accompagnarsi all’idolatria ed essere, a nostra insaputa, nient’altro che opera delle nostre mani. Misuriamo questa vita sul metro dell’ideale che ci siamo fissati o che ci imponiamo a noi stessi e agli altri e al quale siamo pronti a dedicarci, progettando incessantemente di realizzarlo meglio. (…) A volte abbiamo l’impressione che questo ideale sia troppo elevato per noi, che alla fine ci sfugga. Grazie a Dio! Ci sfuggirà e deve sfuggirci. (…) La conseguente delusione e l’impressione costante di scacco che ci affligge costituiscono la piccola fessura, appena visibile, attraverso la quale la grazia cerca di infilarsi in noi. (…)
Il passaggio dall’idolo al vero Dio crea sempre un momento di sconforto, in cui siamo esposti alla dolorosissima tentazione di credere che Dio forse è veramente morto, oppure che, se esiste, non è Dio ma un terribile tiranno. Eccoci spinti al sacrilegio e alla bestemmia! E, meraviglia delle meraviglie, al cuore stesso della Bibbia: in certi libri della Bibbia la bestemmia è presente. (..) Il libro di Giobbe ne è l’esempio più lampante: vibra e scoppia di bestemmie. (…) Forse la bestemmia è un primo modo, molto imperfetto o, piuttosto, a rovescio, di dire qualcosa che si avvicini un poco alla verità su Dio.
Giobbe non è capace di riconoscere Dio c’è un muro, il muro della buona teologia del suo tempo. Giobbe pensava che, essendo giusto, tutte le prove dovessero essergli risparmiate. Tale era l’immagine che ci si faceva di Dio a quell’epoca: Dio punisce solo i peccatori, mentre i giusti vengono ricompensati con la prosperità. (…)
“Dio ti punisce - dicono a Giobbe - (…) e se gli piace trattarti così, significa che ne avevi bisogno. Dio vuole convertirti e correggerti: basta che tu riconosca di aver peccato e i tuoi beni ti saranno restituiti”. Il Dio di cui parlano (…) è il Dio di un sistema, a misura umana, facile da consolare e da calmare, ma altrettanto facile da lusingare e da ingannare. E’ il Dio che possiamo attirare dalla nostra parte, rendere favorevole (…) E’ il Dio di cui abbiamo bisogno per essere degni di ammirazione, il Dio sui cui applausi possiamo sempre contare. Naturalmente a condizione di fare sempre al meglio ciò che è in nostro potere fare… (…)
Giobbe ha bisogno di un Dio che lo approvi e si congratuli con lui, che lo applauda per il bene che ha fatto. E se Dio non lo fa, Giobbe lo accusa e minaccia di intentargli un processo pubblico (…).Giobbe vorrebbe tutto sommato essere il salvatore di se stesso. Giobbe ha ancora bisogno di Dio se la propria destra può salvarlo? (…)
Ma quando il Dio vivo e vero si rivela, deve fare i conti con questo atteggiamento inconscio di Giobbe e con l’idolo che solo lui può infrangere. Giobbe stesso afferma che Dio interviene in modo sconcertante, che lo assale. Urla il proprio lamento:
«Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri mi circondano; mi trafigge i fianchi senza pietà, versa a terra il mio fiele, mi apre ferita su ferita, mi si avventa contro come un guerriero… Sappiate che Dio mi ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete… Mi ha sbarrato la strada perché non passi e sul mio sentiero ha disteso le tenebre… Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco, ha sradicato, come un albero, la mia speranza.. Insieme sono accorse le sue schiere… e hanno posto l’assedio interno alla mia tenda» (Gb 16, 12-14).

Le opportunità di Dio

Come reagisce Giobbe e come reagiamo noi a questa sfida di Dio? Facciamo così fatica ad abbandonare il nostro idolo per convertirci al vero Dio che ci sono solo due sbocchi possibili: negare Dio oppure negare noi stessi, cioè la bestemmia o il suicidio. O “Dio è morto”, oppure “Magari non fossi nato!”. Quando il nostro idolo va in frantumi, è tale il nostro smarrimento ed è talmente grande la nostra vulnerabilità di fronte al vero Dio che ci sembra più facile negare lui, oppure noi stessi - se Dio esiste, allora è meglio che noi scompariamo! - piuttosto che arrischiarci a un autentico incontro con lui. «Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: "Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: E' stato concepito un maschio! Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall'alto, né brilli mai su di esso la luce"» (Gb 3, 1-4). Giobbe anela alla morte e lo ammette, la cerca come altri cercano una sorgente d'acqua viva.  Che Dio lo riduca a nulla, lo stermini: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! Ciò sarebbe per me un qualche conforto e gioirei, pur nell'angoscia. Che non mi risparmi!»  (Gb 6, 9-10) (...)  Lo sguardo stesso di Dio diventa insopportabile (...) : «Che è l'uomo che tu ne fai conto e a lui rivolgi la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e a ogni istante lo metti alla prova? Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai  inghiottire la saliva? Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell'uomo? Perché m'hai preso a bersaglio e ti son diventato di peso? ... Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!» (Gb 7, 17-21). (...) Giobbe accusa Dio di fare di lui il bersaglio della sua azione sconcertante: ai suoi occhi Dio è un mostro, un custode disumano. Quest'ultimo termine è forse la bestemmia più orribile che Giobbe abbia potuto inventare. Stravolge le parole stesse di Dio, per poi scagliargliele contro. Nella Bibbia, infatti, Dio è chiamato sovente lo Shomer Jisra'el, il custode d'Israele, colui che con sguardo attento e paterno osserva il suo popolo (cf. Sal 121). Per il momento Giobbe non può sopportare questo sguardo d'amore: è uno sguardo che, senza motivo spiegabile, lo ferisce a morte.

Il Dio conosciuto per sentito dire

Ma questo sguardo è lo stesso che può anche curare Giobbe e infine guarirlo: dopo interminabili bestemmie, il libro di Giobbe termina con un epilogo liberatore. Attraverso lo smarrimento e la disperazione, Giobbe ha pur imparato qualcosa, ha potuto intuire il volto del vero Dio: «Allora Giobbe rispose al Signore e disse: "Ho esposto senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io ti interrogherò e tu istruiscimi. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto"» (Gb 42, 1.3b-5).  Il libro di Giobbe non si dilunga oltre sul modo in cui Giobbe è arrivato a questa comprensione, ma queste poche parole sono sufficienti per intuirlo. Giobbe non conosceva il vero Dio: si aspettava infatti un semplice idolo domestico, modellato da lui stesso, a sua misura e secondo i suoi gusti, l'opera delle proprie mani. (...) All'improvviso, al cuore della prova cui il suo idolo non può fornire soluzione, si imbatte nel vero Dio, che è fuoco divorante. (...) Lo sguardo di Dio è infatti è così diverso da come se lo aspettava... E' uno sguardo che non approva né condanna, ma che lascia a Giobbe tutta la sua libertà: è uno sguardo unicamente d'amore, di un amore infinito. Dio rimane sempre accanto a Giobbe, nella buona come nella cattiva sorte, nella malattia come nella morte. Dio non è a misura umana, non risponde puntualmente ai desideri di Giobbe, né ai suoi timori: Dio ascolta Giobbe e lo prende così com'è. Non ascolta solo le sue buone intenzioni e i suoi progetti, ascolta anche le sue bestemmie, le sue invettive sacrileghe, la sua disperazione: ascolta con attenzione e amore. (...) Ora gli occhi di Giobbe si possono aprire. Solo la disperazione poteva insegnare a Giobbe qualcosa su Dio. 

Anche noi conosciamo Dio solo per sentito dire, a volte addirittura per molti anni. Anche noi, nella prova, reagiamo subito come Giobbe: il vero Dio viene a infrangere qualcosa in noi e noi cerchiamo di difenderci. Dio viene a spezzare i nostri idoli. C'è in noi una tale sicurezza, alla quale siamo pronti ad aggrapparci fino alla disperazione e contro la quale Dio non trova antidoto. Il suo scopo è quello di toglierci questa sicurezza, ma questo ci fa talmente soffrire e noi siamo talmente delusi da Dio che preferiamo maledirlo e bestemmiarlo, e a volte arriviamo fino a dubitare della sua esistenza, vorremmo vendicarci di Dio. Tutto questo non è grave perché anche nelle nostre bestemmie più amare continuiamo a gridare la nostra fede. Dietro ogni bestemmia si nasconde il vero volto di Dio, anche se viene presentato a rovescio. Dio stesso ci prende per mano per spossessarci di ciò che meglio conosciamo e a cui siamo attaccati corpo e anima: il piccolo idolo domestico che ci trasciniamo dietro da anni e al quale offriamo un culto come al vero Dio.
Eccoci spalle al muro: (...) come Giobbe, eccoci diventati il bersaglio vivente che  Dio vuole mandare in frantumi per costruire qualcos'altro. Egli è infatti colui che «ferisce e medica la piaga» (Gb 5,18): dovremo accettarlo con una calma fiduciosa e un umile abbandono. Dovremo aspettare, con una gioia segreta ma profonda: a poco a poco Dio ci apre gli occhi, il suo sguardo libera il nostro. Finora l'avevamo conosciuto solo per sentito dire; presto, molto presto, lo vedremo con i nostri occhi.


André Louf

tratto da "Sotto la guida dello Spirito" ed. Qiqajon


14/11/13

I nostri idoli e Dio (1) - André Louf

(…)  «Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Piccoli figli, guardatevi dagli idoli!» (1Gv 5,20-21).

La sposa infedele

Guardarsi dagli idoli e confessare l’autentico Dio sono aspetti costitutivi dell’esistenza del credente: questi si trova incessantemente nello sconvolgimento della conversione, nell’abbandono degli idoli per convertirsi al Dio unico e vero.

L’esistenza di un solo Dio è diventata chiara per Israele a poco a poco: nei testi più antichi della Bibbia è dato per scontato che ogni popolo possieda il proprio dio, e quindi Israele ha diritto al suo Dio così come gli altri popoli dispongono del loro.
Con il tempo emerge che questi altri dèi non sono altro che idoli privi di significato, mentre il Dio di Israele è il Dio unico e universale, un Dio per tutti, il Dio vero e sempre fedele, al di fuori del quale non c’è Dio: «Ascolta, Israele: JHWH è il nostro Dio, il solo Dio, JHWH solo. Tu amerai Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5).  Un Dio talmente più grande rispetto ai nostri piccoli dèi privati che non ce ne si può fare un’immagine, non può essere colto né fissato in forme legate allo spazio. Ma esiste per Israele, in virtù del suo amore e della sua forza (…) Egli è l’inesprimibile e l’Ineffabile di cui si potrà avere esperienza solo all’interno dell’alleanza conclusa con il suo popolo. Un’alleanza eterna, che attraverserà i secoli, e in cui la fedeltà e la pazienza di Dio prevarranno sempre sull’infedeltà degli uomini.
Israele tuttavia sarà fortemente tentato di allontanarsi da un Dio lontano e invisibile per volgersi alle forme di culto ben più concrete, proprie delle popolazioni circostanti (…): i riti delle religioni naturali sono molto più attraenti della fede spoglia nell’Inaccessibile.

L’idolatria resta sempre una sorta di vena sotterranea nel popolo credente; idolatria da cui Israele deve incessantemente essere liberato perché il pericolo di allontanarsi dal vero Dio e di essere sollecitato dagli idoli è enorme. (…)
Nella maggior parte dei casi, molto prima che il problema diventi troppo grave, Dio interviene personalmente, delineando lui stesso la cornice dell’intervento che farà nella nostra vita.
In un modo o nell’altro corrisponde alla dinamica di ogni conversione, come l’ha descritta con efficacia Osea: 
«Oracolo di Jhwh: ecco, le sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima, perché ero più felice di ora”» (Os 2,8-9). 

Ritornerò traduce la nozione veterotestamentaria che esprime la conversione e che il greco dei Settanta rende con metanoeîn. Il racconto simbolico della sposa infedele che ritorna sui suoi passi per ritrovare il primo marito esprime nel modo più esatto ciò che la Bibbia intende per “conversione”: 
«E avverrà in quel giorno – oracolo di Jhwh – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio Baal. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più nemmeno pronunciati… Ti farò mia sposa per sempre. ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai Jhwh» (Os 2, 18-19.21-22).

Dopo i numerosi profeti dell’Antico Testamento, anche Gesù (…) deve intervenire per liberare il suo popolo dal ritualismo. Per Gesù la difficoltà era maggiore: innanzitutto veniva a portare la buona novella definitiva, alla quale l’ebreo medio non era preparato (…); doveva rivelare il mistero più profondo di Dio: l’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. (…) Ma Gesù doveva morire a causa di questo messaggio, perché lo Jhwh degli ebrei del suo tempo, onorato con un culto quasi fanatico, era stato da loro trasformato a tal punto in un falso dio che non erano più in grado di riconoscerlo in Gesù e nel Padre suo.
Anche la giovane chiesa di Gesù dovrà lottare contro questa tentazione: il cristianesimo aveva appena messo radici nei cuori e l’evangelo cominciava appena a portare frutti, che già si affacciava la tentazione di deviare verso le più svariate forme di idolatria (…) : non la legge ma solo la fede, l’abbandono in Gesù ha il potere di portare salvezza.

E i falsi idoli di oggi?

Dobbiamo chiederci se [questo pericolo] non si applica a noi, ancora oggi. Pensiamo forse che, almeno nei nostro paesi, venti secoli ininterrotti di cristianesimo abbiano allontanato il pericolo dell’idolatria? Ma ci sono numerosi tipi di idoli, e i più pericolosi non sono quelli che plasmiamo con le nostre mani bensì quelli che portiamo inconsciamente nel cuore. Non esiste forse ancor oggi una religiosità che ha poco a che vedere con l’azione dello Spirito in noi? (…) Anche noi potremmo deviare, a volte impercettibilmente, verso pratiche che non hanno nulla a che vedere con l’evangelo di Gesù, e sulle quali la grazia ha pochissima presa; atteggiamenti che al contrario rischiano di paralizzare la grazia nei nostri cuori. (…)
Ciascuno di noi porta in sé dei germi di culti naturali, di osservanze legaliste, di ritualismi. La maggior parte degli uomini prova un sentimento vago e universale di Dio: esiste un Dio panteista, così come ne esiste uno romantico, c’è anche un Dio per i farisei – quel Dio al quale Gesù si oppose così strenuamente – grazie al quale possiamo porre tutta la nostra sicurezza fiducia in noi stessi e nelle nostre opere.

Un Dio simile ci sbarra la strada e ci impedisce di vedere il vero Dio e di riposarci in lui solo. (…) Anche la grazia può essere stornata in modo estremamente sottile, per essere offerta – nel momento stesso in cui è ridotta a nulla – in onore al nostro idolo. Anche la Parola di Dio può essere mutilata, al punto che Paolo arriva a scrivere che a volte è falsificata (cf 2Cor 4,2). La Parola può addirittura diventare una scappatoia, un pretesto per astenerci da un impegno nei confronti di Dio: possiamo maneggiare e manipolare la Parola di Dio con tale facilità da trasformarla in un baluardo fortificato attraverso il quale la grazia non può più aprirsi una breccia. (…)
La virtù, la generosità, i desideri di perfezione o di santità, la liturgia, le tecniche di preghiera, addirittura quella che consideriamo come la nostra preghiera più intima, gli stessi sacrosanti principi della morale possono diventare un modo di fuggire Dio, uno sforzo disperato per evitare di ascoltarne la voce, per nasconderci lontano dal suo volto e da ciò che vuole dirci. Perfino quello che facciamo per gli altri e per la chiesa di Cristo può essere solo un espediente, estraneo al nostro io più profondo, molto lontano anche da Dio e dalla sua voce nel nostro cuore. (…)
Ammettiamo onestamente di correre tutti questo rischio e anche di aver a volte ceduto all’illusione, bruciando ogni tanto qualche grano d’incenso davanti al nostro idolo. Eppure, anche questo è ancora una grazia e, per molti di noi, la prima grazia che ci tocca in sorte inevitabilmente: poco alla volta ci rendiamo conto che, durante lunghi periodi della nostra vita, siamo rimasti in quest’illusione, tagliati fuori dalla grazia e quindi anche da Dio, mentre continuavamo a immolare sacrifici al nostro idolo domestico. 

D’altronde tutto questo non ha nulla di tragico (…) capita così frequentemente da poter dire che, per la maggior parte di noi, questa illusione costituisce una tappa normale; (…) Dio lo consente in modo provvisorio, e questo provvisorio può durare anche a lungo. (…)
Da secoli Dio si preoccupa instancabilmente di mostrarci il cammino verso di lui (…). Lo faceva nel passato con i pagani, continua a farlo con i pagani di oggi e quindi anche con il pagano che si nasconde in ciascuno di noi, sotto la maschera della fede.

André Louf

tratto da "Sotto la guida dello Spirito" ed. Qiqajon


13/11/13

Rinnovare il volto di Dio - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)



Credere in Dio. Ma quale Dio?
Mi vado sempre più convincendo che il vero problema non è tanto quello del credere, quanto piuttosto: in quale Dio credere.
Ci sono, in circolazione, troppe immagini contraffatte, deformi, quasi caricaturali, di Dio.
Domina incontrastata, sopratutto, l'immagine del Dio giudice severo, giustiziere, inesorabile, che incombe sull'uomo.
Ad ogni immagine falsificata di Dio corrisponde una religiosità non autentica, adulterata e quindi pericolosa. Ed ecco, allora una pratica religiosa volontaristica, all'insegna dello sforzo, con la preoccupazione ossessiva di guadagnarsi dei meriti. 
Ecco una concezione della fede in chiave legalista, colpevolizzante, a causa della quale prevale la paura di non essere a posto, di non aver sistemato tutti i conti. Ecco un culto formale, senza spontaneità né vita. Ecco certe esistenze cristiane perennemente tormentate, problematiche, contorte, complicate fino all'assurdo. Ecco un rapporto con Dio visto esclusivamente in chiave di doveri, prescrizioni, divieti, dove tutto è ridotto a colpa, rimorsi, timori, angoscia, sena l'abbandono dell'intimità, della poesia, della musica, della contemplazione, della mistica, del gioco. Sì, proprio del gioco. (...)
Occorre avere l'onestà di ammettere che troppi cristiani esibiscono la loro fede come qualcosa di vecchio, stantìo, tetro, rancido, rigido. Manca, appunto, il senso del gioco. 
Secondo quanto afferma un proverbio inglese: «non smettiamo di giocare perché siamo vecchi; invecchiamo perché abbiamo smesso di giocare». E la cosa incide negativamente anche su un certo stile religioso. Urge, dunque, guardando a ciò che è accaduto a Cana, ritrovare il vero volto di Dio.
Vorrei esprimere tutto ciò sotto forma di colloquio diretto col Signore. Più o meno così.

Tu sei un Dio senza fischietto
Signore, Tu non hai mai usato il fischietto con me. E - ho motivo di ritenere - con nessuno.
Quando ero bambino, chiunque passasse sotto la finestra di casa suonando il violino o la tromba, il flauto o il piffero, la chitarra o la zampogna, l'organino o semplicemente l'armonica a bocca, o uno zufolo rudimentale, mi buttava in strada.
Chiunque suonasse uno strumento qualsiasi - corno violoncello piatti - mi poteva portare dove voleva.
Tu sapevi questa mia debolezza e tutte le volte - quante sono state! - che volevi sloggiarmi, hai pizzicato una corda, premuto un tasto, soffiato una nota, accennato un arpeggio, liberato nell'aria un motivetto... Se penso alla mia chiamata al sacerdozio, non posso dire di aver sentito una voce. Credo di aver avvertito un suono, forse qualche accordo d'organo, come quelli che tira fuori il mio amico Piero, o la mia "sirocchia" clarissa suor Raffaella...
E io ti ho seguito, sia pure arrancando (chissà perché le tue strade non sono mai in discesa...). Ma non ha fatto ricorso al fischietto, neppure le volte che mi presentavi la croce - e non sono state poche -, nemmeno quando pretendevi ti tenessi dietro lungo la via dolorosa - ed è capitato spesso -.
Comunque, se avessi adottato il fischietto, non sarei venuto perché non ti avrei riconosciuto. 
Ho incocciato, invece, parecchi tuoi rappresentanti che si sono intestarditi a farmi rigar dritto a colpi di fischietto. Il prete all'oratorio, dopo aver fischiato i falli nella partita di pallone, usava lo stesso fischietto per mandarci in chiesa (nella tua e nostra casa!), a Messa (alla tua festa!), o a confessarci (all'abbraccio del tuo perdono!), o al catechismo (ad ascoltare notizie sul tuo conto!).
Troppi, lungo la mia strada, mi hanno parlato di Te e delle tue esigenze modulando - si fa per dire - il messaggio a colpi di fischietto. Colpi secchi rabbiosi cattivi. E io avvertivo e avverto ancor oggi, che in quel fischietto sibila un fiato che viene da un fegato guasto, risultato inequivocabile di una cattiva digestione della tua Parola, un'aria gelida, non riscaldata dal cuore, non rigenerata dalla misericordia, non percorsa dalla tua tenerezza.
E provo una ripugnanza istintiva a imboccare quella strada irta di divieti e imposizioni, dove la tirannia del codice ha soppiantato il gusto dell'esplorazione e il fascino dell'avventura.

Tu sei un Dio che mi fa cantare
Io vorrei danzare, correre per i sentieri, ruzzolare nei prati, scavalcare le siepi, scorticarmi i piedi suoi sassi, appostarmi su un roccione per contemplare il paesaggio, arrampicarmi su un albero come Zaccheo, mettermi ad urlare al tuo passaggio come il cieco Bartimeo... 
E lor, invece, si accaniscono a mettermi in riga, impormi il silenzio, e farmi procedere a passo di militare, cadenzato, con la divisa inappuntabile, disciplinatamente, come a una parata ( o a un funerale?).
Io vorrei cantare a squarciagola. E loro mi ammoniscono che non sta bene. Mi costringono a gargarizzare formule che sanno di cenere. 
Io vorrei lodarti, inventando parole nuove, fresche, da innamorato. E loro mi cacciano nella strozza pagine ingiallite di vecchi libri carichi di polvere.
Perfino quando parlano d'amore, invece di imbastire un canto delicato, si preoccupano prima di tutto ossessivamente di scandirne le "regole" a colpi di fischietto che sembrano altrettanti segnali di allarme (...) sirene spiegate contro la vita e la spontaneità (...). 
Tu sei il Signore del canto e della danza e lor non si rendono conto che soltanto cantando e danzando lungo la tua difficile strada è possibile staccarsi dalle calcagna il demonio.
Tu hai fatto del Venerdì Santo una festa.
E loro riescono a trasformare tutte le feste in un cupo Venerdì Santo, senza nemmeno un pallido presagio di Risurrezione.

Tu sei un Dio che mi fa danzare
Signore, fa' che i tuoi rappresentanti, quando parlano di Te, non mortifichino la musica e la poesia, non abbiano paura della bellezza, non dimentichino la cetra.
E fa' che sul loro spartito non ci siano le aride norme di un codice, ma il canto gioioso del tuo Vangelo, molto più esigente e impegnativo. 
Signore, che nessuno mi faccia sentire in colpa se ho voglia di fischiettare, perché Tu mi metti in bocca il sapore della libertà e mi nascondi nel cuore il segreto della follia, e mi fai camminare su per un sentiero aspro verso l'appuntamento segreto del tuo amore. Signore, forse dico un'enormità: ma la tromba del giudizio universale mi fa meno paura del fischietto del tutore dell'ordine (che non è mai l'ordine sognato dalla fantasia del tuo amore...).
Signore, mi raccomando, non cessare di pizzicare almeno una corda su una chitarra qualsiasi,
di dare un colpo di manovella a un organetto sgangherato,
di soffiare una nota in una tromba sfiatata,
di picchiare un colpo su un tamburo ammaccato
- conosco quel richiamo! - 
e io, anche se carico di artriti e reumatismi e acciacchi vari,
mi precipiterò ancora in strada, come un bambino.
E mi lascerò portare ovunque Tu vorrai.
All'inferno, no. All'inferno proprio non voglio andarci.
... Perché ho troppa paura del fischietto.

Tu sei un Dio che mi tiri in faccia una canzone
Molti amano raffigurarti con il grosso libro della legge in mano. Altri hanno l'impressione che Tu gli sventoli sempre sotto il naso le pagine di un regolamento.
Io preferisco riferirmi allo stupendo canto della vigna (Is 5,1-7), lamento struggente per una vendemmia sfortunata, che diventa simbolo trasparente di un amore tradito.
Se non sto troppo a distanza, mi accorgo che quel poema risuona ancor oggi alle mie orecchie, non semplicemente come qualcosa di patetico; so che mi viene gettato in faccia, quale preciso e documentato capo d'imputazione per le mie innumerevoli inadempienze.
Sì. tu continui a rinfacciarmi, ossia a scaraventarmi in faccia, una canzone d'amore.
Signore, non stancarti di attendere, non smettere di replicare quella canzone.
Sarà il tuo canto appassionato, più che le minacce, a farmi prendere coscienza delle mie mancate risposte e a far maturare dentro di me una voglia di fiori e poi, chissà, perfino i frutti.
Guai se venisse a cessare quel canto d'amore...

Sei riuscita a farlo uscire allo scoperto
Maria, permettimi questo sfogo.  Non riesco proprio a capacitarmi come mai i teologi, pur abituati ad argomentare su una virgola, non abbiano sfruttato l'episodio di Cana per proporci l'immagine autentica di un Dio della festa, amante della vita e della gioia di vivere.(...)
Io ho il sospetto che quando hai fatto notare a Gesù che su quella tavola stava esaurendosi il vino, tu non fossi soltanto preoccupata per quella gente. Pensavi anche a noi.
Il tuo intento segreto era quello di far uscire allo scoperto tuo Figlio. E, attraverso di Lui, far emergere il volto nuovo di Dio, che liquidasse definitivamente le vecchie estinte immagini terrificanti di un Dio minaccioso, despota inesorabile, gendarme dell'universo, inquisitore implacabile, che gli uomini si erano fabbricati.
Maria, aiutaci tu a "rinnovare" il volto di Dio, cominciando col togliere tutte le incrostazioni abusive che ci abbiamo appiccicato sopra.
L'immagine cui leghiamo la nostra fede e la nostra pietà si è coperta della patina grigia dell'abitudine, che ha tolto splendore, bellezza, fascino a quel volto.  La distrazione, la sbadataggine, le ipocrisie, l'hanno reso scolorito, privo di espressività.
Rinnoviamo il mobilio di casa, la cucina, le stoviglie, le varie suppellettili, gli arredamenti dell'ufficio. E non ci preoccupiamo di quell'immagine sbiadita, polverosa, sempre la stessa, priva di vita, appiattita, spenta, insulsa o addirittura ripugnante. (...)

Maria aiutaci a scoprire il volto intriso di luce del Dio che ci guarda con simpatia e benevolenza., ci è favorevole, ci manifesta protezione, ci invita al gioco.
M;aria, facci scoprire che Dio sta "voltato" dalla nostra parte. Non è minaccioso ma ci comunica pace, serenità, tranquillità. Non  ci incute terrore, ma al contrario ci vuole liberi dalla paura.
Maria, Dio ha giocato con te quando ti ha scelta, oscura ragazza di un oscuro villaggio mai nominato prima nelle Scritture, proponendoti un'avventura inimmaginabile.
E tu hai avuto, a tua volta, la fortuna di giocare con Lui, anche se pochi ne parlano. Sì, perché non posso impedirmi di pensare che tu Gli abbi a insegnato anche a giocare, e abbia giocato più volte con Lui. (...)
Vedi, Maria. Le nostre vite assomigliano a quelle giare di pietra che stagliavano nella sala delle nozze a Cana. Pesanti - e tanto più pesanti quanto più vuote -, rigide, immobili, impassibili, inappuntabili, come sull'attenti...
Tu fai intervenire tuo Figlio. Ed ecco che comincia il gioco, e le anfore non stanno più al loro posto, si muovono, mettono tutto e tutti in movimento, riservano sorprese incredibili: sono state riempite d'acqua e regalano il vino.
Non è un gioco di magia.
E' il gioco della vita nuova del cristiano, vigilato non da un arbitro munito di fischietto, col regolamento in mano, ma da un Volto sorridente...


don Alessandro Pronzato

tratto da  «C'era la Madre di Gesù. A Cana, con Maria, per scoprire quello che ci manca»

12/11/13

Cinquantasei

A un certo punto non si può più fare, ma soltanto essere e accettare. Io ho cominciato ad accettare già da molto tempo … Io non posso fare nulla non l’ho mai potuto, posso solo prendere le cose su di me e soffrire. In questo sta la mia forza ed è una grande forza.

Etty Hillesum