Robert Lulie
" Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va..." (Gv 3,8)
30/06/13
Quarantacinque
Un'anima donata al vento e' più speciale di un'altra sacrificata al mare. Può si' viaggiar come le correnti degli oceani e rinchiudersi negli abissi, ma in sé può scoprire il mare ed essere libera.
Robert Lulie
Robert Lulie
29/06/13
La sequela - XIII T.O.
Lc 9, 51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
In questo testo noi vediamo Gesù in cammino verso Gerusalemme: «prese la ferma decisione», dice questa nuova traduzione del Vangelo; il testo in greco dice «rese dura la sua faccia», «sollevò il suo volto», cioè prende una espressione decisa... «di mettersi in cammino verso Gerusalemme», e manda dei messaggeri davanti a sé. Comincia così il cammino verso la sua Passione, verso ciò che non poteva che far paura alla sua carne di uomo, qualcosa verso cui non poteva che muoversi decisamente, o altrimenti vi era il rischio di bloccarsi, ma tentennare era impossibile. E' così che bisogna andare verso le cose di Dio, senza restar lì a domandarsi mille volte "lo faccio o non lo faccio": andare, saltare, passare oltre... è un atto dinamico.
Ecco, Gesù parte, e noi vediamo in questo testo tutto un susseguirsi di scene.
In primo luogo, nel suo cammino, Gesù cerca di avere alloggio presso un villaggio di Samaritani, i quali però hanno un'antipatia, un antagonismo, verso Gerusalemme e allora li rifiutano. Giacomo e Giovanni vogliono a questo punto una vendetta, vogliono che scenda un fuoco dal cielo e li consumi, come avvenne per Sodoma e Gomorra. Effettivamente il peccato di Sodoma e Gomorra fu proprio quello della "non-accoglienza", la strumentalizzazione e l'abuso dell'ospite, di colui che non viene accolto e ricevuto secondo la tradizione beduina. In realtà i due apostoli stanno citando le Scritture: "Non ci accolgono, allora il piano di Dio è la vendetta!". No: il piano di Dio è Gerusalemme.
Molto spesso appare qualcosa che sembra molto giusto e ci distoglie da ciò che noi dobbiamo veramente fare.
Questa è un po' la chiave di tutto il testo.
Se continuiamo a leggere il testo, seguiranno tre casi di sequela:
- Il tale che gli dice «ti seguirò ovunque tu vada!», mettendo al centro il proprio saper seguire, la propria capacità di essere fedele. Gesù risponderà, in qualche modo, a questa, che sembra essere una positivissima proposta di sequela;
- un altro che chiede prima di poter andare a seppellire suo padre;
- un altro ancora che chiede di congedarsi da casa propria.
Queste sono tutte situazioni - dalla citazione biblica, alla disponibilità personale, alla emergenza di carità relazionale - che sono buone o comunque giustificabili. Questo testo vuole dirci, invece, che quando seguiamo il Signore Gesù, non è vero che il problema è scegliere tra il bene e il male, il vero problema è scegliere tra il bene e il bene, ovverosia, tra il bene primario e il bene secondario, tra un bene reale e un bene apparente, perché il vero problema è arrivare alla meta. E' assolutamente secondario fare qualcosa che pure sembra importantissimo: salutare i propri genitori, addirittura seppellire i propri defunti: opera di misericordia fondamentale, cosa che nella tradizione ebraica è assolutamente centrale... Non è vero che questo è primario! Noi crediamo di poter mettere d'accordo priorità diverse. La "priorità", invece, per definizione, è una perché è prima di qualcosa. Non possono esistere due priorità! Con il Signore c'è una priorità: il bene che bisogna fare secondo quello che Lui ci ha detto. Qui si tratta di capire che, dalle questioni di giustizia - il non essere stati accolti, e allora punire - alle questioni della propria psicologia, della propria disponibilità, la spinta delle proprie pulsioni e voglie- «ti seguirò ovunque tu vada» - a quelle che sono le emergenze affettive e caritative, non c'è niente che sia valido abbastanza per fermare il cammino della volontà di Dio.
Non si tratta di mettersi i paraocchi e andare avanti senza capire, ma è un cammino interiore, è il cammino della propria semplificazione, il cammino della propria verità. Il fatto è che noi vorremmo far contente un po' troppe persone, vorremmo risolvere un po' troppi problemi, mentre normalmente i problemi che possiamo risolvere sono abbastanza pochi; normalmente le cose che dobbiamo realmente assecondare, anche nel nostro cuore, non sono poi così tante... C'è, sicuramente, un rischio di fare il male, ma molto più spesso c'è il rischio di fare un bene che non è il nostro, fare un bene che non ci spetta: ci sono mille cose buone da fare nella vita, ma semplice e lineare è la nostra missione. Molto spesso nel discernimento della volontà di Dio bisogna partire dalla prima evidenza: sì, ci saranno mille cose da fare, ma io sono una persona; se sono un sacerdote ho delle priorità, non ci sono mille diversificazioni. Quante volte si vede la dispersione di una vocazione perché uno va appresso a cose che sembrano buone, ma sono "altre". Non c'è bisogno che il maligno, quando ci tenta, ci faccia fare il male: basta che non ci faccia fare il bene che dobbiamo fare noi. E così nella vita familiare, nella vita sociale: ci sono i nostri primari doveri, quelle cose che sono proprio "nostre", anche quelle elementari, di un cristiano. Uno finisce per fare grandi cose, ma non fa le cose che veramente deve fare.Uno finisce per essere disponibile alle emergenze sacrosante, ma non nostre!
Questo è un testo molto serio sul "sottrarsi alle dispersioni". Gesù non ha il tempo di pensare a "vendicarsi" o fare giustizia con questi samaritani... perché il problema per Lui ora è andare avanti fino a Gerusalemme.
Gesù non è uno che sta creando una situazione protetta, come una tana, un nido... E' ciò che risponde a quest'uomo che gli dice «ti seguirò ovunque tu vada», che pensa che vi sia un qualche luogo, un posto dove stare... Il Vangelo di Giovanni ci racconta che quando i discepoli lo incontrano e gli chiedono «Maestro dove abiti?», Egli risponderà «Venite e vedete», ossia propone un'esperienza, un'azione, un movimento... e non ci dice dove abita: loro vanno, vedono, ma in realtà fanno un'esperienza. Il vero problema è stare, dunque, in un dinamismo, e non stare centrati su qualche cosa che poi è una staticità.
«Ti seguirò dovunque tu vada» è un volontarismo: sono Io che ti chiamo. Quando il centro parte dal nostro essere, anche nelle cose più sante, finiamo un po' per corromperle: non sono io che faccio il prete, è il Signore che mi chiama, è Lui che decide come lo faccio; non sono io che lo seguo dovunque Egli vada, ma è Lui che misericordiosamente mi apre la strada e io umilmente - se ce la faccio - lo seguo.
E così ci sono "priorità" che non sono priorità; ci sono "emergenze" che vanno disattese; certe volte bisogna saper abbandonare un gran bene per un bene superiore. Non è vero che basta che una cosa sia buona perché debba esser fatta, ci vuole che sia secondo la nostra sequela di Cristo, secondo il suo rapporto con noi, altrimenti come dice Giovanni al capitolo 15° : «Senza di me non potete far nulla». Facciamo le cose, ma non portano a niente. Quanto bene che si fa nel mondo, che però non porta a niente; c'è poco bene che salva veramente: quello che dobbiamo cercare fare.
don Fabio Rosini
La lettera perduta - Paolo Curtaz
In una immaginaria lettera andata perduta nei tempi, e poi recentemente ritrovata, S. Paolo, l'apostolo delle genti. racconta la sua conversione e il suo cammino di fede...
Ogni conversione è una storia da raccontare, ogni incontro con Dio è una testimonianza del suo amore per tutti noi. Molti tra voi, fratelli provenienti dal paganesimo, pensano che la conversione sia passare dal non credere al credere, dall’adorare false divinità al riconoscere il volto del vero Dio.
«Ripenso spesso a quel momento. Come ogni momento iniziale, Quel momento ha rappresentato l’inizio di una vita nuova, completamente diversa per me. Molte volte, in questi anni, mi sono chiesto se non si sia trattato di una suggestione, se io non abbia davvero preso un colpo di sole.
E invece no, fratelli in Cristo: il Signore che stavo perseguitando si è degnato di manifestarsi al mio cuore.
Vorrei chiarire alcune cose semplici.
Molti cercano apparizioni e miracoli, pensando che Dio debba necessariamente manifestarsi in modo straordinario. Forse anch’io, nei primi tempi, pensai a qualcosa del genere, che, cioè, ogni uomo doveva fare un’esperienza straordinaria e miracolosa per incontrare Dio.
Poi, però, capii che la manifestazione più straordinaria è quella del cuore. Gli occhi ingannano, il cuore no. Noi fissiamo il cuore sulle cose invisibili che durano sempre, perché quelle visibili scompaiono.
I miei compagni non videro nulla forse perché, semplicemente, non c’era nulla da vedere.
Io vidi tutto forse perché, semplicemente, era giunto per me il tempo di vedere.
Dio è così: aspetta il momento giusto per farsi vedere.
Ho nuovamente raccontato la mia conversione perché desidero che ognuno di voi incontri personalmente il Signore.
Preso dall’entusiasmo, all’inizio, pensavo che a tutti sarebbe successo come a me. Poi, col passare degli anni, capii che Dio non si lascia mettere in gabbia, nemmeno dai suoi discepoli.
Incontrando Cefa a Gerusalemme, e gli altri, mi feci raccontare la loro conversione: Pietro e Andrea conobbero il Maestro pescando!, Levi mentre riscuoteva le tasse, Giovanni su suggerimento del Battezzatore, e così via. Ognuno aveva incontrato il Maestro in maniera diversa.
Poi, Quando iniziai la mia predicazione di apostolo, mi meravigliai nel vedere come la grazia di Dio attraversasse i cuori in maniera inattesa: Luca il medico si convertì ascoltando le mie parole, così come Lidia e Aquila e Nicanore. Altri, penso a Moses e a Terzio, conobbero Gesù servendo i poveri e le vedove. Alcuni, penso a Felicita, mi dissero di avere incontrato Gesù nelle parole di sua madre Mariam, quando era con Giovanni a Efeso; altri ancora, penso a Lucio Flavio, lo trovarono nel silenzio e nella preghiera.
Così ho capito che Dio si fa incontrare in molti modi, in maniera diversa e non sta a noi stabilire i tempi e i momenti. le circostanze.
L’importante, come disse Gesù, è che le lampade del desiderio siano accese.
Ma io, persecutore, desideravo Dio?
No, credo di no.
Avevo fatto delle mie convinzioni e della mia arroganza il mio dio.
Eppure egli, per un misterioso ed imperscrutabile disegno, seppe leggere in quell’afflato crudele e violento un desiderio nascosto di assoluto.
Nascosto anche a me stesso.
La conversione
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| "Conversione di Saulo", il Caravaggio |
A volte è così.
Per me, invece, la conversione fu tanto più eclatante quanto più difficile: io credevo di credere, ero certo delle mie convinzioni, non dubitavo nulla e di nulla.
Quanto è più difficile convertire un credente!
Quanto è più difficile convertire un devoto zelante che crede di conoscere Dio quale ero io!
Dio ha dovuto urlare, farmi inciampare nelle mie sicurezze, che mi avevano portato a diventare un violento nel suo nome, per farsi riconoscere.
State vigilanti, fratelli nel Signore: anche a noi discepoli può succedere di diventare arroganti, di essere certi di possedere la verità, di guardare con disprezzo a coloro che non si comportano come noi.
Quando Gesù si scagliava contro le certezze di noi farisei, stava parlando ad ogni credente di ogni tempo: anche nel suo nome potremmo tornare a chiudere il cuore, a stravolgere il Vangelo, a rinchiudere Dio in una gabbia.
In questi anni di gioia e di fatica l’ho visto con i miei occhi: l’unico vero discepolo è colui che, pur avendo conosciuto Dio, sa di non sapere; pur avendolo amato, sa di poter amare ancora; pur seguendo le sue leggi, sa di non potersene fare scudo.
Un’altra cosa ho capito, col passare degli anni: la conversione dura tutta la vita.
Non avviene in un momento puntuale, non accade una volta per sempre.
Quando fui battezzato dal fratello Anania, visibilmente timoroso e impacciato, reso tale per effetto della mia triste fama, pensai che le cose sarebbero state chiare e semplici da allora in poi. Ora, vecchio e stanco, pronto a dare la mia vita per il Signore, guardandomi indietro mi rendo conto di quanto io sia cambiato in questi anni di predicazione.
Molte volte le mie certezze sono state messe in discussione, dagli eventi, dai nemici, dai fratelli. E più conoscevo l’inesprimibile mistero della Redenzione e più capivo di non avere ancora capito. Questo vi suggerisco, amati nel Signore che vorrei ancora dare alla luce e offrire a Dio: non rassegnatevi mai, non abituatevi, neppure ad una vita santa.
Cercate il Signore, sempre».
Paolo Curtaz, da «La lettera perduta»
27/06/13
Estiva - Vincenzo Cardarelli
Distesa estate
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore
ci si risveglia come in un acquario
dei giorni identici,astrali
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi
felicità degli spazi
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca
stagione estrema,che cadi
prostrata in riposi enormi
dai oro ai più vasti sogni
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.
Vincenzo Cardarelli
25/06/13
Ritorno - K. Gibran
C'è qualcosa di grande in me
e non riesco a farlo uscire.
E' un "io" grande e silenzioso
che siede e guarda
un "io" più piccolo agitarsi
in azioni di ogni genere.
Sono costantemente consapevole
di una nascita che deve avvenire.
E' come se da anni
un bimbo volesse nascere
e non potesse venire alla luce.
Continua attesa e travaglio
ma nessun parto.
E tuttavia, se morirò
prima che la nascita abbia luogo
continuerò a tornare
finché non avvenga.
Khalil Gibran
24/06/13
Ci manca il sorriso - A. Pronzato
«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)
Una fragola sul ciglio del burrone
Ritorno a parlare di gioia, perché ritengo sia, insieme all'amore, il tema che emerge maggiormente dal "mistero di Cana".
«Persuadere gli uomini che sono infelici è un'azione infame e fin troppo facile. Un compito sacro consiste, invece, nel ripetere all'uomo che è felice, e che si tratta per lui soltanto di rendersene conto!» (L. Pauwels).
Vogliamo, allora, dedicarci a questo "compito sacro"? (...)
In qualsiasi ambiente c'è qualcosa di buono e di bello che legittima la gioia. Si tratto soltanto di accorgersene.
Anche nelle situazioni meno piacevoli occorre rintracciare un appiglio cui allacciare il nostro sorriso.
Buddha, un giorno, raccontò questa parabola:
«Un uomo che camminava per un campo s'imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo.
La tigre lo fiutava dall'alto. Tremante, l'uomo guardò giù, in fondo all'abisso, dove una tigre lo aspettava a fauci spalancate per divorarlo.
Soltanto la vite lo reggeva. Ma ecco due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. Il disgraziato, guardandosi attorno, scorse accanto a sé una fragola fiammeggiante. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!».
Ecco il nostro compito nei confronti degli altri.
Far rilevare le tigri in agguato o il burrone spalancato sul vuoto è un compito meschino, un compito di morte.
Aiutare a scoprire la fragola che è lì, a portata di mano, è un impegno nobile, una missione di vita.
E la fragola, beninteso, non è soltanto la consolazione momentanea. Può essere la salvezza.
Trovare ragioni per la gioia non vuol dire, forse, risalire alla sorgente della nostra esistenza, della nostra vocazione? Non vuol dire forse riscoprire Qualcuno la cui presenza riscatta abbondantemente la banalità e la negatività delle cose che ci circondano e ci opprimono? (...)
Dare la gioia che non si ha...
E arriva l'ora in cui ti trovi con l'otre, e perfino la bottiglia, sprovvisti di vino. Ebbene, quella è la situazione favorevole per distribuire vino a tutti.
Mi spiego. Puoi vivere momenti in cui, per quanto ti frughi in saccoccia ed esplori gli angoli più reconditi del tuo essere, non riesci a scovare neppure uno spicciolo di gioia.
Esistono circostanze in cui, per quanto esamini gli avvenimenti della tua cronaca quotidiana, e li scruti da tutti i lati, non vi scopri nulla che possa legittimare neanche un sorriso della durata di un lampo.
E ci sono situazioni nelle quali le persone che ti circondano, per quanto le pesi con una bilancia benevola, non ti offrono che motivi di delusione, perfino di disgusto.
Con tutta la buona volontà, non riesci a raggranellare in te e attorno a te un solo grammo di gioia. Ti ritrovi povero di gioia.
Nella maniera più desolante, assoluta.
Non un guizzo di luce, uno squarcio di sereno sul tuo orizzonte. Soltanto buio e tristezza, grigio e amarezza, stanchezza e sconforto.
Ebbene, ti resta una incredibile possibilità. Quella di offrire la gioia. La gioia che non hai beninteso.
Sì, proprio tu, straccione, povero in canna, nullatenente in fatto di gioia, sei nelle condizioni di arricchirti di quel prodotto che scarseggia a casa tua, che è sparito dai tuoi armadi, regalandolo agli altri.
Il coraggio - diceva don Abbondio - se uno non ce l'ha, non se lo può dare. La gioia, invece, se uno non ce l'ha, ha sempre la possibilità di darla.
Per uno strano paradosso, dandola la si riceve! (...)
La gioia non è il superfluo, non sono gli avanzi del tuo banchetto, che ti degni di distribuire perché sei ben sazio.
Se aspetti a dispensare gioia soltanto quando la possiedi, queste occasioni fortunate si presenteranno raramente nella tua vita.
No. In fatto di gioia non si offre del superfluo, ma del necessario. Direi di più: del non avere, della mancanza.
Preoccupati, dunque, della gioia degli altri. Esci fuori dal guscio delle tue questioni, delle tue ansietà, dei tuoi problemi angosciosi, delle tue difficoltà. Smettila di pensare a te stesso.
Dimentica i tuoi guai. Trascura i tuoi fastidi.
Pensa, piuttosto, alla solitudine, alle sofferenze, alla tristezza degli altri. Occupati dei guai, dei fastidi del tuo prossimo.
Prenditi a cuore gli affanni, le esigenze di chi ti sta vicino.
Regala agli altri la luce che non hai, la forza che non possiedi, la speranza che senti vacillare in te, la fiducia che sta scricchiolando dentro di te.
Illuminali dal tuo buio. Arricchiscili con la tua povertà.
regala un sorriso quando hai voglia di piangere. Produci serenità dalla tempesta che si è scatenata sulla tua testa.
"Ecco, quello che non ho te lo do...". Sia questo il tuo paradosso, anzi il tuo miracolo personale di Cana.
Ti accorgerai che la gioia, a poco a poco, entrerà in te, invaderà il tuo essere, diventerà veramente tua, nella misura in cui l'avrai regalata agli altri. Esiste una gioia, una felicità e una pace della persona, dell'essere, che si comunica, si trasmette, agisce per contagio. Ed è naturale.
Ma c'è pure una gioia, molto più preziosa, una serenità, che si crea dal nulla nell'atto di donarla.
Nel gesto stesso di offrire un tesoro che non possiedo, me lo ritrovo tra le mani. Meglio, me lo ritrovo "dentro".
Vogliamo provare?
Il sacramento del sorriso
All'interno della gioia, esiste un sacramento particolare: quello del sorriso.
Certo. C'è sorriso e sorriso. Si vedono in giro solo sorrisi artificiali, ingannevoli. Sorrisi esibiti per un senso del dovere. Sorrisi agghiaccianti. Sorrisi devoti che danno sul melenso.
Certi sorrisi di persone religiose richiamano l'idea della morte, sono quanto di più macabro io conosca, mi sembrano il ghigno di un teschio, costituiscono un "memento mori" senza la promessa, o almeno il presagio, della risurrezione.
Esistono perfino sorrisi minacciosi. Shakespeare ha detto che si può ammazzare una persona con un sorriso.
Il sorriso, comunque, non s'improvvisa. E' un'arte che esige un lungo apprendistato. Il sorriso bisogna costruirlo pazientemente, faticosamente. Con che cosa?
Prima di tutto, con l'equilibrio interiore, con la fedeltà a se stessi. Con la pace e la serenità dell'anima. Una persona amareggiata non sa sorridere.
Con la semplicità, che vuol dire unificazione della propria vita, riduzione all'essenziale. (...)
Il sorriso non è appiccicato alla faccia. Ma è la luminosità stessa di un volto vero.
La sorgente del sorriso è dentro, in profondità.
Ogni parola che esce dalla nostra bocca dovrebbe essere impregnata, oserei dire profumata, di sorriso.
La verità è seria, ma sorridente al tempo stesso. La verità ha paura sia della noia che della tristezza.
Il sorriso è qualcosa della trasparenza di Dio.
Sorridere al buio
(...) Quando mancano i denti non si riesce più a mangiare il pane secco. Ma si può sempre sorridere, magari di nascosto, col cuore. Il sorriso, in certe circostanze, può essere l'estrema risorsa per rischiarare un poco il buio che ci minaccia.
Ho parlato di sacramento. Ebbene, questo sacramento ha il potere di creare, all'interno di troppi inferni o purgatori fabbricati dagli uomini, uno spazio di libertà, di gioia, di vita, di pace. Il sorriso, ossia il segno concreto di un paradiso possibile, il presagio di una beatitudine. Perfino sulla terra.
In ritardo di tre giorni...
Si racconta di uno scienziato tedesco che, cercando un posto tranquillo dove sistemarsi, aveva finito per scegliere un'abitazione che stava nelle immediate vicinanze di un monastero di clausura.
Lui non aveva la fede, ma quell'ambiente presentava il vantaggio di essere ideale, quanto a quiete, per le sue ricerche. «Qui almeno troverò il silenzio di cui ho bisogni per i miei studi e i miei esperimenti», pensava.
Le sue previsioni si rivelarono esatte solo parzialmente.
Di fatto, gran parte della giornata la sua casa era come avvolta dal silenzio, rotto soltanto dal suono di una campanella.
Ma poi venivano le ore di ricreazione delle monache. E allora non c'era verso di difendersi da quell'allegria scoppiettante.
L'esplosione delle risate trapassava muri e finestre.
Per lo studioso diventò quasi un'ossessione. Ragionava: «Queste donne sono povere, conducono una vita di penitenza, non conoscono il piacere. Come fanno ad essere così contente? Non ci sarà sotto, per caso, qualcosa di losco?».
Decise di togliersi il pensiero parlandone direttamente con l'abbadessa. Questa gli fornì una spiegazione di una semplicità disarmante: «Siamo le spose di Cristo...».
«Ma il vostro sposo non è morto circa duemila anni fa?», obiettò quello.
«Mi scusi, signor professore, ma lei non deve essere stato informato che tre giorni dopo è risorto da morte. e noi siamo testimoni, appunto, di ciò che è accaduto tre giorni dopo...», concluse la monaca con uno smagliante sorriso sulle labbra.
Io ho il dubbio che parecchi cristiani, come il professore, siano rimasti fermi al Venerdì Santo...
Esortava monsignor Tonino Bello: «Riconciliamoci con la gioia, miei carissimi fratelli: le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del cielo». E, naturalmente, non dimentichiamoci di far udire anche agli altri questa musica.
don Alessandro Pronzato
tratto da
"C'era la Madre di Gesù... A Cana con Maria, per scoprire quello che ci manca"
22/06/13
Quarantaquattro
Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente. Ho passato tutta la vita a remare contro corrente; sono stanca, voglio girarmi, abbandonare i remi e lasciare che la corrente mi trasporti dolcemente fino al mare.
Isabel Allende, da "Paula"
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