16/05/13

Trentacinque

Poi lo stupore.
Ho imparato a volare
e volo quando nessuno mi vede.

Carlo Bramanti


14/05/13

La preghiera, la porta dell'anima - Teresa d'Avila


I, cap. 1
«Mentre oggi stavo supplicando il Signore di parlare in mia vece, perché non riuscivo a dir nulla né sapevo in che modo cominciare a compiere l'obbedienza impostami, mi venne in mente ciò che ora dirò, per iniziare la trattazione con un certo fondamento: cioè che possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un solo diamante o di un tersissimo cristallo, dove sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Infatti, se ci riflettiamo bene, sorelle, l'anima del giusto non è altro che un paradiso dove il Signore dice di avere le sue delizie. Allora, come pensate che sarà l'abitazione dove trova il suo diletto un Re così potente, così saggio, così puro, così ricco di tutti i beni? Io non vedo nulla a cui paragonare la grande bellezza di un'anima e la sua immensa capacità e in verità il nostro intelletto, per acuto che sia, difficilmente arriverà a comprenderla, al modo stesso in cui non può arrivare a comprendere Dio (...)

Non sarebbe forse segno di grande ignoranza, figlie mie, se qualcuno, richiesto della sua identità, non sapesse rispondere né potesse dire chi è suo padre, sua madre, e quale il suo paese? Se dunque ciò denuncia un'enorme ignoranza, la nostra, quando non cerchiamo di sapere chi siamo e ci fermiamo solo alla considerazione del nostro corpo, è, senza confronto, maggiore. Sì, a un dipresso sappiamo di avere un'anima, perché lo abbiamo udito dire e perché ce lo insegna la fede, ma i beni che può racchiudere quest'anima o chi abita in essa, o il suo inestimabile pregio, son cose che consideriamo raramente. Di conseguenza ci si preoccupa poco di adoperarsi con ogni cura a conservarne la bellezza: tutta la nostra attenzione si svolge sulla rozza incastonatura di questo diamante, o sul muro di cinta di questo castello, cioè il nostro corpo.

Consideriamo, dunque, che questo castello, come ho detto, contiene molte dimore, alcune in alto, altre in basso ed altre ai lati. Nel centro, in mezzo a tutte, si trova la principale, che è quella dove si svolgono le cose di maggior segretezza tra Dio e l'anima.
Bisogna che facciate attenzione a questo paragone. Chissà che Dio non si compiaccia, con esso, di farvi avere un'idea delle grazie che egli ha la bontà di accordare alle anime, e della differenza che passa fra loro, fin dove mi sarà dato d'intenderle (...)  Infatti come non ci è di danno la considerazione delle bellezze che sono in cielo e del godimento dei beati, anzi ci è causa di allegrezza e ci serve di spinta per ottenere ciò di cui essi godono, non ci sarà neppure di danno costatare la possibilità che in questo esilio un Dio tanto grande si comunichi a vermiciattoli così ripugnanti come siamo noi, e ci spronerà ad amare una così eccelsa bontà e una così infinita misericordia. (...)  
E così accade che non sempre, quando egli accorda tali grazie a certe anime, lo fa perché siano più sante di quelle a cui non le dà, ma perché si conosca più manifestamente la sua grandezza, come possiamo vedere in san Paolo e nella Maddalena, e per essere da noi lodato nelle sue creature. (...)

Tornando, dunque, al nostro meraviglioso e delizioso castello, dobbiamo vedere in che modo vi potremo entrare.
Sembra che dica uno sproposito , in quanto se questo castello è l'anima, evidentemente l'entrare non ha ragion d'essere, poiché si è già dentro, come sembrerebbe una stoltezza dire a qualcuno di entrare in una stanza, quando già vi si trova. Ma bisogna che intendiate che esiste una gran differenza tra un modo di esservi e un altro. Ci sono, infatti, molte anime che restano nella cerchia esterna del castello, dove stanno le guardie, e non si curano di entrare in esso né di sapere che cosa racchiuda una così splendida dimora, né chi sia colui che la abita, né quali appartamenti contenga. Avrete già visto in alcuni libri di orazione che si consiglia l'anima di entrare in se stessa; ebbene, è proprio questo.

Mi diceva poco tempo fa un gran teologo che le anime che non fanno orazione sono come un corpo paralizzato o rattrappito che, pur avendo piedi e mani, non li può muovere. Ed è proprio vero, perché ci sono anime così malate e così avvezze a vivere fra cose esteriori, che non c'è mezzo di tirarle fuori di lì, né a quanto sembra, possibilità che rientrino in se stesse. E' ormai talmente inveterata l'abitudine di vivere con i vermi e gli animali che stanno nel recinto del castello, che son quasi divenute simili ad essi, e tutto è inutile, nonostante l'eccellenza della loro natura e la possibilità di conversare nientemeno che con Dio. Se queste anime non cercano di comprendere la loro immensa miseria e di porvi rimedio, accadrà che, per non volger lo sguardo a se stesse, si muteranno in statue di sale, come avvenne alla moglie di Lot per essersi voltata indietro.

Infatti, per quanto ne posso capire, la porta di entrata a questo castello è l'orazione e la meditazione. (...)

Non parliamo, dunque, a queste anime paralitiche, le quali, se il Signore non viene lui stesso a comandar loro di alzarsi - come a quell'uomo che da trent'anni stava sul bordo della piscina - andranno incontro a grandi sventure e a gravi pericoli. Parliamo delle altre anime che, alla fine, entrano nel castello perché, anche se molto invischiate nel mondo, hanno buoni desideri e talora, benché di rado, si raccomandano a nostro Signore, e considerano quello che esse sono, sia pure un po' in fretta. Pregano qualche volta al mese, ma con il pensiero quasi sempre immerso nei mille affari da cui sono prese, essendovi molto attaccate, perché là dov'è il proprio tesoro, è anche il proprio cuore. Fanno però, di tanto in tanto, uno sforzo per liberarsene, ed è certo una gran cosa la conoscenza di sé e il rendersi conto che non si batte la via giusta per imboccare la porta. Finalmente, entrano nelle prime stanze, quelle poste in basso, ma, insieme, vi entrano una quantità di animaletti nocivi che non permettono loro di vedere la bellezza del castello né di trovarvi riposo: è già molto che vi siano entrate.
Ciò vi sembrerà forse fuor di luogo, figlie mie, perché voi, per la bontà del Signore, non siete di queste. Bisogna che abbiate pazienza, perché non saprei altrimenti farvi intendere, come le comprendo io, alcune cose interiori riguardanti l'orazione (...)

I, cap. 2
Prima di andare avanti voglio esortarvi a considerare che cosa deve essere lo spettacolo di questo castello così risplendente e così bello, questa perla orientale, quest'albero di vita piantato nelle stesse acque vive della
vita, che è Dio, quando l'anima cade in un peccato mortale. Non vi sono tenebre più buie, né nulla di così oscuro e fosco che possa reggerne il confronto. Non cercatene altro motivo che questo: lo stesso sole che gli dava tanto splendore e bellezza, pur stando nel centro di quest'anima, è come se non ci fosse più; come se l'anima non potesse più partecipare di lui, anche se conserva la capacità di godere di Sua Maestà come il cristallo di riflettere in sé il sole. (...)

Possa pertanto nascere in voi figlie mie, il proposito di pregar molto Dio per coloro che si trovano in questo stato, ridotti a una completa oscurità, come oscure sono anche le loro opere.
Infatti, come da una sorgente molto chiara non sgorgano che ruscelli limpidissimi, così è di un'anima in stato di grazia; le sue opere sono tanto gradite agli occhi di Dio e degli uomini, perché procedono da questa fonte di vita, dove ella si trova a guisa di un albero piantato lungo l'acqua, senza la quale non avrebbe freschezza né fecondità, mentre essa la sostenta, le impedisce di inaridirsi e le fa produrre ottimi frutti. Tutto ciò che, invece, procede dall'anima la quale, per sua colpa, si allontana da questa fonte e mette radici in un'altra fonte, dalle acque scurissime e maleodoranti, riflette la sua stessa assenza di grazia e la sua sudiceria.

Bisogna qui notare che la fonte o, meglio, quel sole risplendente posto al centro dell'anima, non perde il suo fulgore né la sua bellezza: continua a stare nell'anima e niente può portargli via tale bellezza. Ma se sopra un cristallo esposto al sole si mette un panno molto scuro, è evidente che, anche se il sole batte su di esso, la sua luce non avrà nessun effetto sul cristallo. (...)

II, cap. 1
Mi occupo qui di coloro che hanno già cominciato a far orazione e hanno capito quanto importi non fermarsi alle prime dimore, ma che non hanno ancora tale salda determinazione da non evitare, spesso, di restarvi, perché non fuggono le occasioni, cosa assai pericolosa. E' però grande misericordia divina che talvolta cerchino di sottrarsi a serpenti e a rettili velenosi, comprendendo che è bene allontanarsene. (...)
Le persone di cui parlo sentono gli appelli loro rivolti dal Signore, perché man mano che si avvicinano di più alla dimora di sua Maestà, capiscono quale buon vicino egli sia: è così grande la sua misericordia e bontà che, pur stando noi immersi nei nostri passatempi, negli affari, nei piaceri e negli inganni del mondo e pur cadendo e rialzandoci dai peccati (perché fra bestie tanto velenose, la cui presenza è così pericolosa e conturbante, sarebbe un miracolo evitare di inciamparvi e di cadere), ciò nonostante, dico, questo nostro Signore apprezza tanto che lo amiamo e cerchiamo la sua compagnia, che prima o poi non tralascia di chiamarci per farci avvicinare a lui, e la sua voce è così dolce che la povera anima si strugge di non far subito ciò a cui è chiamata. Ecco perché - come ho detto - l'udire è maggior pena che non udire.

Ciò non significa che tale voce e tali appelli siano come altri di cui parlerò dopo. Sono parole che si odono pronunciare da persone virtuose, o sermoni, o ciò che si legge in buoni libri, o altre cose di cui sapete che Dio si serve per chiamare a sé un'anima: malattie, tribolazioni e anche certe verità che egli ci insegna nei momenti in cui stiamo in orazione: sia pur fiacca quanto vogliate l'orazione, Dio le apprezza molto. (...)
La perseveranza è qui la cosa più necessaria, perché con la sua mediazione non accade mai di non guadagnar molto. Ma è terribile il cumulo di assalti dato ora in mille guise dal demonio, e con maggior sofferenza dell'anima, rispetto alla dimora precedente. Là era muta e sorda - per lo meno udiva ben poco - e resisteva meno, come chi in parte ha perduto la speranza di vincere; qui l'intelligenza è più viva e le potenze più abili: i colpi dell'artiglieria nemica sono tali che l'anima non può evitare di udirli. Allora infatti, i demoni presentano queste serpi delle attrattive mondane, di cui ho parlato, e danno apparenza di eternità a beni caduchi: la stima in cui si è tenuti nel mondo, gli amici e i parenti, la salute compromessa dalle penitenze (giacché l'anima che entra in queste dimore comincia sempre a desiderare di farne qualcuna) e frappongono mille altre specie di impedimenti. (...)
Oh Gesù che baraonda fanno qui i demoni e quali sono le emozioni della povera anima, che non sa se deve andare avanti o tornare alla prima dimora! Perché la ragione, per altro verso, le mostra che si sbaglia a pensare che tutto ciò non valga alcunché in confronto alle sue alte aspirazioni; la fede invece le insegna ciò che le deve importare. (...) La volontà propende ad amare chi ha visto darle tali innumerevoli grazie e prove d'amore, e vorrebbe ripagarle, ameno in parte. Sopratutto ha presente come questo vero amante non l'abbandona mai, affiancandola, dandole essere e vita. (...)
Certamente l'anima qui soffre grandi tribolazioni, specialmente se il demonio capisce che per la sua natura e per le sue pratiche abituale ha la capacità di andare molto innanzi. Tutto l'inferno sarà unito per costringerla ad uscire dal castello.

Oh, Signor mio! Qui è necessario il vostro aiuto, senza il quale non si può far nulla. In nome della vostra misericordia, non vogliate consentire che quest'anima sia tratta in inganno e lasci la strada iniziata. Illuminatela, affinché veda che dalla sua perseveranza dipende tutto il suo bene e si tenga lontana da cattive compagnie. Le sarà, invece, sommamente utile trattare con coloro che si occupano di queste cose, avvicinarsi non solo a quelli che vedrà abitare nelle sue stesse dimore ma anche a quelli che vedrà penetrati più innanzi, perché troverà in loro un grande aiuto e, a forza di trattarli, può darsi che la introducano dove essi si trovano. Stia sempre in guardia per non lasciarsi vincere, perché se il demonio vede in lei una ferma decisione di perdere piuttosto la vita, il riposo e tutto ciò che le offre, anziché tornare alla prima dimora, la lascerà assai presto. Sia di anima virile e non somigli a coloro che si gettavano a bere a bocca in giù, quando andavano a combattere non mi ricordo con chi (cfr. Gdc 7, 1-8), ma prenda la sua brava decisione, pensando che va a dar battaglia a tutti i demoni e che non c'è arma migliore della croce. (...)

Di fronte al male di lasciare l'orazione non c'è [infatti] altro rimedio che ricominciare a raccogliersi. Altrimenti l'anima andrà perdendo forze poco a poco ogni giorno di più, e piaccia a Dio che ce ne accorgiamo!»


S. Teresa d'Avila
tratto da "Il Castello interiore"  (I e II dimora)


13/05/13

Che cos'è la preghiera? - Enzo Bianchi


«Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».
Questa affermazione di Agostino (Confessioni I, 1,1), assai celebre e ripetuta di generazione in generazione, può riassumere bene il fondamento posto alla preghiera cristiana dall'epoca dei grandi Padri fino ai nostri giorni. In tale visione la preghiera esprime il desiderio del bonum supremo che abita l'uomo, ed è intesa quale movimento del cuore verso l'infinito, l'eterno, l'assoluto. (...)
Ebbene, oggi questa definizione della preghiera come evento collocato nello spazio della ricerca di Dio da parte dell'uomo appare non smentita, ma perlomeno insufficiente, perché gli uomini e le donne del nostro tempo, in particolare quelli appartenenti alle nuove generazioni, sono allergici alle concezioni ascendenti e "verticali" disseminate in tutta la spiritualità cristiana.
Tale insofferenza può essere salutare, nella misura in cui ci aiuta a focalizzare un dato ben presente all'uomo biblico: la Presenza di Dio è data, non plasmata o raggiunta dall'uomo con le sue forze, e all'uomo spetta l'accoglienza della sua venuta epifanica, così come del suo ritirarsi nel silenzio o nel nascondimento.
In altre parole, il Dio della rivelazione biblica non è l'oggetto della nostra ricerca, ma è colui che ha l'iniziativa, è il soggetto, è il Dio vivente che non sta al termine di un nostro ragionamento, non si trova nella logica dei nostri concetti, ma si dà, si consegna nella libertà amorosa dei suoi atti, che lo mostrano in costante ricerca dell'uomo. E' lui che vuole e stabilisce un dialogo con noi, è lui che dalla Genesi fino all'Apocalisse viene, cerca, chiama, interroga l'uomo, chiedendogli semplicemente di essere ascoltato e accolto. Il Dio che «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19) parla, dando inizio al dialogo; l'uomo di fronte a questa auto-rivelazione di Dio nella storia, re-agisce nella fede attraverso la benedizione, la lode, l'azione di grazie, l'adorazione, la domanda, la confessione del proprio peccato... Insomma reagisce attraverso la preghiera, che è sempre risposta a Dio, finalizzata all'amore verso di lui e verso i fratelli. (...) 
Emerge chiaramente che la preghiera, come si è appena detto, non è ricerca di Dio, ma risposta; che le sue forme sono accidenti, mentre ciò che è sostanziale è la relazione con Dio; che il suo fine è l'agape, la carità, l'amore. (...)  L'"io" che risponde a Dio è definitivamente decentrato nella preghiera, mentre l'agente, il soggetto è Dio stesso il quale, riversando nella nostra preghiera il suo amore, lo effonde nel mondo attraverso di noi, costituiti amanti.

La preghiera come ascolto
Nell'ottica appena delineata, la preghiera cristiana è innanzitutto ascolto per giungere all'accoglienza di una presenza, la presenza di Dio Padre, Figlio e Spirito santo.
L'operazione è semplice ma non per questo facile, anzi è faticosa e richiede capacità di silenzio interiore ed esteriore, sobrietà, lotta contro gli idoli molteplici che ci minacciano.
Dio parla: questa è l'affermazione fondamentale che attraversa tutta la Scrittura, è la "cosa grande", senza la quale noi non potremmo avere nessuna relazione personale con lui. Con decisione assoluta, con iniziativa libera e gratuita, Dio si è rivolto agli uomini per entrare in relazione con loro, per instaurare un dialogo finalizzato alla comunione. (...)
Dio si rivela come Parola e fa di Israele il popolo dell'ascolto, prima ancora che il popolo della fede, svelandone la vocazione permanente: la chiamata ad ascoltare. Non a caso la preghiera ebraica è ritmata dallo Shema' Jisra'el, dall'«Ascolta Israele» (cfr. Dt 6, 4-9) (...).
Se la preghiera dell'uomo come desiderio di Dio presenta un moto ascendente di parole verso il cielo, l'ascolto è, invece, caratterizzato da un movimento discendente, da una discesa della Parola di Dio nell'uomo: il vero orante, a partire da Abramo (cfr. Gen 12,1), è colui che ascolta, colui che presta l'orecchio a Dio. Per questo, «ascoltare è meglio del sacrificio» (1Sam 15,22), meglio cioè di ogni altro rapporto uomo-Dio che poggia sul fragile fondamento dell'iniziativa umana. (...)
E' chiaro, dunque, che la preghiera autentica germoglia là dove c'è l'ascolto. «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,9): questo è il primo atto della preghiera, che noi - purtroppo - siamo costantemente tentati di capovolgere in «Ascolta, Signore, perché il tuo servo parla». Sì, l'ascolto è preghiera e ha un primato assoluto, in quanto riconosce l'iniziativa di Dio (...).
Non lo si dirà mai abbastanza: dove non è ben chiaro il primato dell'ascolto di Dio, la preghiera tende a diventare un'attività umana ed è costretta a nutrirsi di atti e formule, in cui il singolo cerca la propria soddisfazione e assicurazione: diventa l'epifania di un'arroganza spirituale, il surrogato della propria esecuzione della volontà di Dio. Tutt'al più si trasforma in una disciplina di concentrazione che forse elimina le distrazioni, ma non apre realmente a un'attenzione orante al Signore che parla (cfr. Dt 4, 32-33) e che ama (cfr. Dt 7, 7-8): che parla perché ama! (...)

La preghiera: accoglienza di una Presenza
L'ascolto della Parola di Dio contenuta nella Scrittura, parola accolta, custodita e meditata nel cuore, non può che svelare in noi una Presenza, la presenza del Dio vivente, più intima di quanto noi possiamo esserlo a noi stessi (cfr. Agostino, Confessioni III, 6,11). La preghiera ci porta così a scoprire la nostra verità più profonda: Dio è presente in noi, non come frutto della nostra ricerca, non come risultato del nostro desiderio - perché la sua presenza ci precede, è anteriore al nostro sforzo di esserle attenti - , ma come dono e consegna di Dio stesso attraverso la sua Parola.  Tutto l'Antico Testamento testimonia un'iniziazione all'accoglienza, da parte dell'uomo, della presenza di Dio, l'Emmanuele, il Dio-con-noi; ma con l'umanizzazione di Dio in Gesù, è Dio stesso che ha compiuto un gesto definitivo: «La Parola si è fatta carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi» (Gv 1,14). Ascoltare la Parola significa, pertanto, accogliere il Figlio nella sua presenza di Signore e accettare che egli venga con il Padre a porre la dimora in noi (cfr. Gv 14,23) mediante lo Spirito santo; e accogliere il Figlio non significa solo dimorare "in Cristo", ma diventare sua dimora, cioè sperimentare la vita di Cristo in noi, fino a confessare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Si tratta di un'esperienza  capitale per il credente, al punto che la consapevolezza del «Cristo in noi» (cfr. Rm 8,10; Col 1,27) diventa il criterio in base al quale discernere la qualità della nostra fede cristiana  (...) Se, infatti, a partire dalla coscienza della vita di Cristo in noi, cerchiamo di accogliere la presenza di Dio, scopriamo che il soggetto della preghiera, il suo vero protagonista, è lo Spirito santo: tale certezza garantisce perseveranza e continuità alla nostra preghiera, liberandoci dal soggettivismo e dagli impulsi psichici del momento. E' lo Spirito che ci fa gridare: «Abba, Padre» (Rm 8,15; Gal 4,6) (...); è lo Spirito che immette in noi il suo desiderio (cfr. Rm 8,27) e ci fa conoscere la vera natura dei nostri bisogni. Grazie alla sua azione, infatti, i desideri confusi che ci abitano diventano desiderio di Dio, sete di comunione e di alleanza con lui (...) e così ci insegna a pregare. Sì, ogni preghiera cristiana è implicitamente un'epiclesi, è un'invocazione dello Spirito santo, grazie alla quale può avvenire un reale ri-orientamento di tutta la nostra esistenza (...). E così, secondo le parole rivolte da Gesù alla donna samaritana, siamo resi capaci di adorare il Padre «in Spirito e Verità» (Gv 4,23-24), cioè nello Spirito santo e in Cristo Gesù. E il luogo di tale adorazione è il nostro corpo, è questa nostra concreta umanità: «Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente», afferma con audacia Paolo (2Cor 6,16).  (...)
E' l'accoglienza di una Presenza scoperta, desiderata, invocata; una Presenza a volte immensa, schiacciante (cfr. Sal 139, 1-7) (...); altre volte, invece, infinitamente silenziosa fino a prendere la forma del nascondimento, dell'assenza. Ma anche nel silenzio (...) Dio si mostra Padre per chi sa di essere figlio: il silenzio della presenza di Dio non è mai indifferenza, bensì segno della sua gratuità e della sua libertà, perché egli non si lascia esaurire dalle nostre immagini o concezioni o desideri... 

La preghiera: apertura a una comunione
Dall'ascolto, attraverso la scoperta di una Presenza, nella preghiera noi ci apriamo al dialogo, alla comunione con il Signore. Ma proprio a questo livello la preghiera appare come un'attività delicata che, radicandosi nel nucleo più profondo del nostro essere, può essere facilmente manipolata. (...)
In questa tappa della preghiera cristiana la prima cosa necessaria è ammettere la nostra debolezza. Dobbiamo comportarci come il pubblicano della parabola evangelica che prega così come egli è in verità, che si presenta a Dio senza indossare maschere, ma riconoscendo la propria qualità di peccatore. (Lc 18,13). Non solo le sue parole («O Dio, abbi pietà di me, il peccatore») sono un modello per noi, ma lo è sopratutto la sua disposizione interiore: soltanto che è capace di un atteggiamento umile, povero, ma realissimo, può stare davanti a Dio accettando di essere conosciuto da Dio per quello che egli è veramente.  (...) 
Chi compie questa adesione alla realtà è in grado anche di confessare: «Noi non sappiamo che cosa domandare per pregare come si deve», non conosciamo in modo pieno nemmeno i nostri gemiti,  «ma lo Spirito intercede per noi» (Rm 8,26). Si tratta, allora, di supplicare, di chiedere lo Spirito santo: se ci sono parole nostre nella preghiera, le prime che noi possiamo balbettare, sono quelle con cui invochiamo la discesa dello Spirito. La domanda dello Spirito santo, cosa buona tra le cose buone, è prioritaria e assoluta rispetto a tutte le altre, perché in essa tutto è incluso. (...) Solo lo Spirito, infatti, può far sgorgare in noi parole che diventino dialogo con Dio nella lode, nel ringraziamento, nella domanda, nell'intercessione: è lui che le suggerisce, le guida, le sostiene come parole capaci di raggiungere Dio. (...)
E' da qui che nasce la nostra parresia nella preghiera: essa è fiducia, audacia, libertà nello stare davanti a Dio, nel parlare a lui con franchezza, attendendo la sua risposta. (...) Chi prega in questo modo conosce di essere egapeménos (cfr. Col 3,12; 1Ts 1,4; 2Ts 2,13), amato da Dio; conosce l'agape di chi per primo lo ha amato, di chi lo ha perdonato, mentre lui era ancora peccatore e nemico, di chi gli offre costantemente il suo amore. 
Ed è proprio nell'accettazione di questo amore, nel credere a questo amore (cfr. 1Gv 4,16), che la preghiera trova il suo telos: l'agape di Dio diventa in noi amore per tutti gli uomini, fino all'amore per i nemici, diventa compassione, misericordia. (...)
Oggi, in particolare, troppi improvvisati maestri di spiritualità e di preghiera, in nome di una concezione antropologica della preghiera stessa, forgiano iniziazioni ispirate allo yoga, allo zen, alla meditazione trascendentale o ad altro ancora; ma questo si traduce sovente in una confusione tra la sostanza (la comunione con il Signore) e gli accidenti (l'esperienza di stati interiori, psichici). Lo stesso si deve dire a proposito di quanti, più ancorati alla tradizione ecclesiale, sopravvalutano riti e sacramenti rispetto al fine della preghiera, che è l'amore verso Dio e verso gli uomini.

Un occhio contemplativo
Nello spazio della comunione dell'agape, chi prega giunge poco a poco alla contemplazione. Essa non è visione di Dio (...)  ma è uno sguardo nuovo su tutto e su tutti. «Noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione» (2Cor 5,7), afferma  l'apostolo Paolo; ciò significa che nella fede Dio non si fa vedere a noi, e tuttavia egli si manifesta, secondo la promessa di Gesù: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Tale manifestazione non avviene però, come si è detto, attraverso la visione, né in una conoscenza teorica, ma in una comunicazione interiore della potenza divina: Dio svela il suo disegno di salvezza, la sua economia, in cui sostiene la creazione intera e ama tutte le creature, tutti gli uomini. Ecco, dunque, l'autentica contemplazione cristiana: fissare lo sguardo sull'amore di Dio fino a vedere, per grazia, tutta la realtà con i suoi occhi.  (...) L'orante diventa "dioratico", diventa cioè capace di vedere "oltre", di vedere in profondità: egli vede che tutto è grazia, tutto è dono di Dio, e si fa viscere di misericordia nelle viscere di misericordia di Dio, anche di fronte al male e al peccato che contraddicono l'agape.  (...) La preghiera tende, così, a farsi vita, permea tutta l'esistenza del credente, che può cantare col salmista: «Io sono preghiera» (Sal 109,4). Egli non fa più preghiere ma diventa preghiera, come si è potuto scrivere di Francesco d'Assisi: «Non pregava più, era ormai divenuto preghiera» (Tommaso da Celano, Vita seconda 95).


Enzo Bianchi

tratto da  «Perché pregare, come pregare»

12/05/13

Trentaquattro



Che io cerchi il dono del silenzio,
della povertà, della solitudine,
dove tutto quello che sfioro
si muta in preghiera:
dove il cielo è la mia preghiera,
gli uccelli sono la mia preghiera,
il vento tra gli alberi è la mia preghiera,
perché Dio è tutto in tutto.

Thomas Merton




Ascensione di Gesù


Lc 24,46-53

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siete rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Chissà quel giorno cosa si saranno detti in seno alla Trinità quando il Figlio Gesù faceva ritorno, mentre ai suoi lasciava il segno della benedizione? Mentre lasciava i suoi ad avere la meglio, non il rammarico, non la delusione per come erano andate le cose, non un senso di fallimento per l'inadeguatezza dei suoi amici, ma la benedizione. A dire che la vita è molto più grande delle ferite che pure riporta. La benedizione è parola di stima, di speranza, di fiducia: Dio ha stima di me. Dio spera in me. Dio crede in me.
Mentre se ne va consegna una forza, un'energia a cui è possibile attingere ogni volta che lo vogliamo. Quella benedizione suona come un invito e un compito: prova a dare un nome al bene che c'è in te e attorno a te, prova a portarlo alla luce.
Mentre se ne va chiede ai suoi di essere testimoni del fatto che ogni uomo può veder rinascere la propria esistenza e può vederla segnata dalla misericordia e dal perdono. E' possibile rinascere, è possibile conoscere nuove primavere. Si può ricominciare: questo è ciò che i suoi sono chiamati ad annunciare.
E così mi immagino il Padre e lo Spirito Santo in atteggiamento di ascolto della storia dell'uomo narrata da Gesù. Un giorno, infatti, verosimilmente avranno tenuto consiglio per decidere come ritessere il legame infranto da quell'uomo che pure Dio aveva creato a sua immagine e somiglianza.
Il Figlio si era detto disponibile ad intraprendere un'avventura circa la quale il Padre avrà ripetuto parole accorate di quell'altro padre di cui narra una parabola di Matteo: «avranno rispetto per mio Figlio». E così iniziava qualcosa di inedito persino per Dio. Chissà se aveva messo in conto come sarebbe andata.
Era venuto a narrarci che era possibile ripartire grazie a un Dio che si accollava in prima persona l'offerta di una alleanza unilaterale.
Lui, il Figlio, ci aveva provato in tanti modi: anzitutto entrando a far parte della vicenda umana proprio come ciascuno di noi - nove mesi come tutti - con un padre e una madre che - per quanto fossero Giuseppe e Maria - talvolta han faticato anch'essi a star dietro a quel Figlio; ci aveva provato assumendo il ritmo di un quotidiano che per circa trent'anni lo ha visto nell'irrilevanza e nel nascondimento in uno sperduto villaggio; ci aveva poi provato associando a sé un gruppo di amici che avrebbero dovuto rappresentare una possibile continuazione della sua opera; ci aveva provato riscattando tanti che erano prigionieri del male; ci aveva provato rimettendo in piedi non pochi piagati nel corpo e nello spirito. Ci aveva provato restituendo dignità a brandelli di vita. E mentre faceva ciò egli ci narrava di come ciascuno di noi è prezioso agli occhi del Padre. E quando tutto ciò gli aveva restituito il prezzo del rifiuto e dell'abbandono persino da parte dei suoi più intimi, egli non si era tirato indietro, ridicendo la sua ostinata volontà di non interrompere mai la sua comunione neppure con chi lo rinnegava o con chi lo tradiva. Anzi, di più: sulla croce, proprio mentre la violenza infuriava contro di lui, mai parole di vendetta o di rivalsa: «Padre perdona loro... non sanno quello che fanno». Che bello! La nostra storia di male letta dal Figlio di Dio è storia di chi non sa quello che fa, è storia di chi non sceglie il male per male. Come se non bastasse, anche dopo la sua morte, ci aveva provato per quaranta giorni, riannodando legami infranti.
Mi ritrovo così a immaginare lui, il Figlio, che proprio come ciascuno di noi quando torna da un lungo viaggi è lì desideroso di condividere tutto quello che aveva vissuto in quella ammirabile avventura iniziata in uno sperduto villaggio di questa terra e conclusasi in una terra di confine qual era la Galilea. Non ci sarebbero state immagini ad immortalare i passaggi di quel viaggio. Non souvenirs caratteristici di quello che aveva visto. Tuttavia restava impresso nella sua carne il prezzo che gli era costato quel viaggio: quel giorno, infatti, ritornava al Padre con i segni della passione. Quei segni avrebbero ricordato al Padre per sempre cosa significa avere a che fare con l'uomo, cosa significa volergli bene, cosa vuol dire offrirgli amicizia. Quelle ferite sarebbero state il punto prospettico da cui guardare d'ora in avanti l'umanità. E sarebbero state non più ferite cancerose ma feritoie attraverso le quali far passare nuove opportunità di amicizia.
Credo non finiremo mai di comprendere appieno ciò che la festa dell'Ascensione possa significare per Dio e per l'umanità. Quel giorno, infatti, è accaduto l'imprevedibile: d'accordo che Dio si assumesse la nostra condizione umana e che perciò condividesse tutto di noi - la gioia, l'amicizia, la fame, la sete, la stanchezza, il tradimento, il perdono, la sofferenza, la morte - ma che tutto ciò potesse addirittura arrivare a far parte di Dio in maniera definitiva, proprio non ce lo saremmo aspettato. Noi stessi facciamo fatica a credere che tutte queste cose possano essere abitate dalla luce di un senso proprio mentre le sperimentiamo, figuriamoci credere che Dio stesso dia loro diritto di cittadinanza per l'eternità. Eh sì: perché Gesù torna presso il Padre con questa nostra storia. Torna con una storia di ferite, indelebili. La ferita entra per sempre nella vita di Dio. E così scopriamo che «nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia» (Dho).

don Antonio Savone

info@acasadicornelio.it

11/05/13

Antico, sono ubriacato dalla voce - E. Montale


Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento 
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.


Eugenio Montale
da "Mediterraneo", 1924




09/05/13

"Non hanno più sete" - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)


Sono insoddisfatto, dunque posso stare tranquillo 
(...) Julien Green sostiene, con un paradosso, che «fin che si è insoddisfatti, si può stare tranquilli».
In realtà, tutto comincia con l'insoddisfazione. Ossia con la capacità di ammettere: «Non ne posso più... Sono stufo di questa vita che non è vita... Questa recita mi ha stancato... Così non si può andare avanti...».
Normalmente noi siamo insoddisfatti degli altri. Ma è di noi stessi che dobbiamo essere scontenti.
Devo sentirmi impacciato in una vita diminuita, mediocre, apparente, ritagliata sulle misure comuni.
Trovarmi a disagio anche col cuore, gli occhi, la testa, le gambe, le mani.
Qualcosa comincia allorché non riesco più a sopportarmi come sono. Tutto, in me stesso, mi provoca fastidio. Mi fanno male i pensieri, i sentimenti, le idee, i progetti, gli interessi che frequento abitualmente. Avverto che sto stretto dentro di me, fino a soffocare, a esplodere.
E sospetto che posso, devo essere un altro. Quello non sono io! Ci sono in me possibilità sfruttate solo in minima parte. Il mio essere vero non è ancora venuto alla luce.
Insomma, devo passare dall'abitudine all'invenzione di me.
Devo perciò consentire al fatto che la mia minuscola isola di appagamento anneghi e venga sommersa nell'oceano di Dio, della sua tenerezza, dei progetti folli del suo amore.
Sono chiamato a "nascere". (...)

Riconoscibili perché insoliti
«Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu, invece, hai conservato fino ad ora il vino buono» (Gv 2,10).
Le parole del maestro di tavola sono tipiche di una certa mentalità, stando alla quale tutto deve svolgersi secondo una programmazione precisa, un cerimoniale fisso, ubbidendo a regole immutabili, seguendo i binari delle consuetudini accettate da tutti.
Invece il vino offerto da Gesù a Cana è all'insegna dell'imprevedibilità. Qualcosa di sorprendente, non regolamentato.
Così dovrebbero essere i comportamenti del cristiano, sempre che non esiti ad accostare le labbra a quel vino miracoloso.
Non qualcosa di scontato, largamente prevedibile in riferimento al solito copione.
Gli stessi gesti, gli stessi comportamenti, gli stessi pensieri, le stesse chiacchiere e discussioni inconcludenti, le stesse immancabili reazioni, le stesse risposte risapute...
No. Il cristiano dovrebbe essere un sovvertitore delle previsioni. Guai se diventa uno specialista delle repliche, un campione delle ripetitività. Guai se si rassegna alla mediocrità, per farsi accettare nel mondo dell'insignificanza.
La testimonianza cristiana dev'essere la testimonianza e la vocazione dell'insolito.
Un cristiano incapace di sorprendere, fare diverso, è uno che ha dimenticato la propria missione specifica.

La vocazione di Francesco d'Assisi
Dunque. Vocazione allo straordinario, alla marginalità, all'originalità, all'insoddisfazione e all'insolito. 
Il tutto si riassume nella chiamata alla follia evangelica.
L'homo sapiens ha combinato e continua a combinare guai notevoli. E' ora si tiri in disparte, dal momento che non è neppure in grado di risarcire i danni che ha causato. 
La salvezza dell'umanità può essere attuata unicamente con l'apparizione dell'homo demens, del cristiano che esce dal guscio della ragionevolezza, del calcolo, delle prudenze tatticistiche, degli equilibri, del giusto mezzo, e imbocca decisamente la strada dell'esagerazione, dell'eccesso, della provocazione. 
Il mondo non ha bisogno di santerelli afflitti da torcicollo, né di intellettuali raffinati, ripuliti a dovere e con la voce incipriata, né di dottori che prescrivono ricette e pillole con i dosaggi appropriati, magari col metodo omeopatico (che facciano bene al corpo senza arrecare danni all'anima), ma di "folli di Dio" capaci di compiere gesti insoliti, perfino un po' spregiudicati, impertinenti, sorprendenti per la loro fantasia, scandalosi nella loro libertà, che non esitino a piazzare pugni nello stomaco per far digerire il nutrimento evangelico più pesante.
Nel Capitolo delle stuoie, Framcesco d'Assisi proclama davanti a tutti i suoi frati, in mezzo ai quali cominciano a serpeggiare tentazioni intellettualistiche: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo!» (Leggenda perugina, 114).
Personalmente ritengo che le parole di Cristo possano essere comprese e interpretate e tradotte unicamente in una dimensione di stoltezza e perfino di pazzia. 
Le beatitudini stesse non sono altro che una sconcertante, grandiosa, "sinfonia dei folli".
Se non recuperiamo il valore della follia evangelica, non capiremo mai nulla dello spirito che pervade il Sermone del Monte.
Erasmo da Rotterdam si definiva "christianus infirmus". Eppure era un intellettuale coi fiocchi. Ma, in quanto cristiano, riconosceva di essere "debole", senza valore, da niente. Forse perché non abbastanza "irragionevole", non sufficientemente esperto in stoltezza.
E tu, sei disposto a recare il tuo contributo attivo per la composizione di una necessaria "sinfonia dei folli"?

I folli per Cristo
Nella tradizione russa sono stati canonizzati, insieme a martiri e confessori, decine di folli per Cristo ("jurodivyje", un termine che richiama qualcosa come "aborto", "cosa mostruosa"). Erano individui che avevano conseguito il diploma di analfabeti, ignoranti, idioti.
Appartenevano alla razza, non dell'homo sapiens, ma dell'homo demens, nella sottispecie dell'homo ludens.
Erano tipi bizzarri, irrequieti, turbolenti, monelli incorreggibili, che procuravano un fracco di fastidi ai grandi, ai prelati e alla gente perbene.
Il popolo li aveva battezzati "bambini di Dio". O li dichiarava semplicemente - e significativamente! - "beati". 
Si divertivano un mondo a impallinare i galli variopinti issati sul loro personale letamaio (...), che al mattino strillano al mondo che sono loro, col loro canto, a far nascere il sole.
Strappavano volentieri le maschere e le penne ai pavoni che informano la platea estatica come sia la loro ruota a far girare la terra.
In un clima conformistico, opprimente oltre che noioso, loro si sono fatti scanzonati, spregiudicati difensori della libertà interiore.

Io ho l'impressione che oggi troppo cristianesimo sia malato di rigidezza, compostezza, sussiego, seriosità (che è l'opposto della serietà, essendo la cosa più falsa, inautentica da un punto di vista evangelico).
Forse abbiamo dimenticato che Cristo non ci ha detto che dobbiamo essere degli imbalsamatori (mummie che imbalsamano altre mummie può essere l'equivalente del cieco che ha la pretesa di guidare un altro cieco...), ma di essere sale che brucia: «Ognuno sarà salato con il fuoco» (Mc 9,49).
Se non diventerete come bambini... se non diventerete folli... se non avrete sale in voi stessi... non gusterete mai la gioia che permea tutto il messaggio di Cristo, e non potrete diffonderla.

Dio ha bisogno del tuo cuore impazzito
I folli per Cristo ci ricordano qual è la nostra vocazione specifica. Ci trasmettono il loro metodo perché possiamo assolvere il nostro compito di essere sale della terra e luce del mondo.
Ci dicono: «Molti di voi si illudono di possedere Dio con la testa ragionante e di trasmetterlo per mezzo delle idee. In realtà, non fanno altro che girare a vuoto attorno a un'immagine innocua e sbiadita di Dio
Bisogna vi decidiate a lasciarvi sedurre, incendiare da Lui. Perché solo così riuscirete a sedurre e bruciare gli altri col vostro sale.
Occorre prendiate sul serio i paradossi evangelici, non vi limitiate a ricamare pie e dotte considerazioni su quel testo.
L'incontro con Lui è sempre pericoloso. Per voi e per gli altri. Smettetela di essere insignificanti, timidi, ammodo, rassicuranti.
Rifiutatevi di essere decorativi, folkloristici.
Piantatela di fare il verso agli intellettuali. 
Rompete le righe dell'uniformità, del consenso obbligato.
Siate degli irregolari.
Dio non vi conquista quando entra nel vostro cervello.
Dio è sicuro di possedervi, e di arrivare a qualche vicino o lontano, soltanto quando Gli permettete di impadronirsi totalmente del vostro cuore.
Dio non sa che farsene della vostra mente che funziona in maniera inappuntabile, da primi della classe.
Dio ha bisogno del vostro cuore impazzito...».
E anche gli altri che stanno al buio, e che son costretti a trangugiare cibi insipidi, ne hanno bisogno.

Il senso della misura
Resta da precisare che la pazzia evangelica è compatibile con l'equilibrio e perfino col buonsenso. Oserei dire che ne ha bisogno come del proprio terreno di coltura.
E' capace di perdere la testa solo chi ce l'ha e la fa funzionare!
Per perdere la testa, occorre prima dimostrare di possederla!
Il sale è anche questione di dosaggio. Né scarso, ma nemmeno troppo.
Se manca il sale, un piatto risulta senza sapore.
Ma l'eccesso di sale può rendere una vivanda disgustosa, immangiabile.
Come abbiamo già rilevato, c'è uno stile cristiano insulso, rinunciatario, timido, tremebondo. Ma c'è anche uno stile cristiano invadente, urtante, indisponente, aggressivo, borioso, fracassone (proprio l'opposto dell'atteggiamento tenuto dalla Madonna a Cana e durante tutta la sua esistenza). 
Non è compatibile con la vocazione cristiana un comportamento sospiroso, impotente, lagnoso, rassegnato.
Ma la testimonianza all'insegna della franchezza e dell'audacia (parresìa), non ha niente a che vedere con la protervia, il gusto della provocazione clamorosa. (...)
Il senso della misura non diminuisce per nulla la forza di irradiazione, ma le conferisce una maggior intensità ed efficacia.

Non abbiamo sete
Maria, Vergine sorprendente, oggi con tutta probabilità diresti: «Non hanno più sete», invece che «Non hanno più vino».
Siamo sazi, appagati, torpidi, soddisfatti di ciò che siamo e di ciò che abbiamo.
Commettiamo il peccato di "non desiderare altro", di accontentarci.
E poi siamo riusciti a compiere il miracolo opposto a quello di Cana. Lo realizziamo quasi tutti i giorni.
Sì, ci siamo specializzati nel cambiare il vino in acqua.
Annacquiamo abbondantemente i paradossi del Vangelo. Diluiamo le sue esigenze. Addolciamo le sue provocazioni. Cancelliamo le sue asprezze. Abbelliamo le sue ruvidezze. Ammorbidiamo le sue spigolosità.
Al posto di quel vino forte, ingolliamo quantitativi incredibili di camomilla. Provvediamo a spegnere il fuoco contenuto nel sale. Disinneschiamo la pericolosità del messaggio rivoluzionario di tuo Figlio.
Il "troppo" ci spaventa.
E poi abbiamo l'impudenza di lamentarci perché il nostro cristianesimo insipido, insapore, piatto, insignificante, non viene preso sul serio, e noi siamo irrilevanti, trascurabili.
Stiamo diventando innocui, inoffensivi, composti, ammodo, ragionevoli, comprensivi.
La nostra fiamma riscalda così poco...
Maria, dacci la voglia di essere fuoco che scotta, sale che brucia, elemento di disturbo, portatori di inquietudine.
Maria, restituiscici la nostalgia di quel vino forte, anche a rischio di apparire "ubriachi" (At 2,13).
Meglio brilli, che spenti.
Tu sei, insieme, la Donna dell'equilibrio e della follia. 
equilibrio spinto fino alla pazzia. E pazzia che arriva all'equilibrio...


don Alessandro Pronzato

tratto da "C'era la madre di Gesù... A Cana con Maria, per scoprire quello che ci manca"