06/04/14

Sono nata per Te - Teresa d'Avila

Son nata per Te, per Te è il mio cuore
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Sapienza eterna, Altezza inaccessibile,
Signor dell'alma mia,
non ti sdegnar se, del suo nulla immemore,
oggi il mio cuor vorria
a Te dolce innalzare inno d'amore,
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Son tutta tua; la tua bontà ineffabile
m'ha dal nulla creata,
m'ha redenta e chiamata in questo ospizio,
ed io fui sempre ingrata!...
Ma di dannarmi mai ti resse il cuore...
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Che cosa vuoi, o mio Signor, che faccia
per Te quest'alma mia,
sì incapace ad oprar, sì miserabile,
sì peccatrice e ria?
Eccomi quivi ai piedi tuoi, mio Amore:
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
La mia vita, il mio cuor, il corpo e l'anima,
quanta, Signor, io sono, 
tutto ai Tuoi piedi, o Sposo mio dolcissimo, 
tutto depongo e dono, 
ed ostia mi sacro a Te d'amore.
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Vita o morte, trionfo oppur infamia,
infermità o salute,
Sia che in pace Tu mi voglia o in orride
pene continue e acute,
tutto accetta e gradisce questo cuore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Dammi ricchezza o povertà riservami,
inferno dammi o cielo,
vita sepolta fra più dense tenebre
o sole senza velo:
a tutto mi sottometto, o dolce Amore:
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
L'alma, se vuoi, di gioia inalterabile
oppur d'assenzio inonda;
divozione, orazione, ratti ed estasi
o siccità profonda;
nel tuo volere trova pace il cuore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Sia che il mondo per sapienza illumini
o per stoltezza attristi,
sia che giorni d'abbondanza attendanmi
o d'ogni ben sprovvisti,
inalterato t'avrò sempre amore.
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Se vuoi che vita spensierata godami,
vò qui per Te gioire;
se vuoi che assidua nel lavor m'astenui,
vò nel lavorar morire;
quanto a Te piace, tutto accetta il cuore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, o Signore!
Vengan gli strazi del Calvario o vengano
pur del Tabòr gli incanti;
goda, giovanni, sul Tuo petto, o spasimi,
Giobbe, fra pene e pianti;
vite frondosa o sterpo senz'umore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Giuseppe per calunnia chiuso in carcere
o vicerè d'Egitto;
Davide sovra il trono e nella gloria
o per deserti afflitto;
Giona nel pesce o accolto banditore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Parli oppur taccia, inaridisca o prodiga
frutti in fecondo seme
di terror la tua legge inondi l'anima 
o di gioconda speme.
per Te soltanto pulserà il mio cuore;
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
 
Son nata per Te, per Te è il mio cuore
Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

Teresa di Gesù


Estasi di S. Teresa d'Avila - G.L. Bernini

05/04/14

La risurrezione di Lazzaro - V Quaresima (A)


Gv 11, 1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Nella I lettura abbiamo questo annunzio della potenza di Dio (Ez 37, 12-14) che si manifesterà così:
"Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio (...) Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri."
Aprire una tomba: non è che sia una cosa proprio facile, nè tanto meno esteticamente gradevole.
Infatti nel testo del Vangelo di Giovanni (11, 1-45) il punto focale è esattamente quello in cui Marta si "ribella" al fatto che Gesù faccia aprire la tomba: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
Lazzaro è morto da quattro giorni; Gesù ha portato avanti una strana strategia: ha saputo che era malato e non si è mosso, quando ha saputo che era morto si è messo in cammino verso Betania. Infatti possiamo notare come in questo testo Gesù venga rimproverato molte volte! E sopratutto viene rimproverato dalle due sorelle di Lazzaro, che per ben due volte gli dicono: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Allo stesso modo lo rimproverano i giudei: «Lui, che ha aperto gli occhi ad un cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». "Cosa è più facile, aprire gli occhi ad un cieco dalla nascita o guarire una malattia? Cosa vai a fare? adesso ti presenti troppo tardi!". Invece Gesù ha scelto di aspettare tutto questo tempo. Perché come diceva Ezechiele, la gloria di Dio si riconosce a questo livello! Ci sono problemi di piccola portata... e grandi problemi. Dove si conosce Dio? Nelle cose che tutto sommato potremmo anche risolverci da noi... o nelle cose che sono secondo la sua potenza e la sua grandezza?
 
Se Gesù ha atteso a mettersi in cammino verso i suoi amici, significa che lui voleva creare questa situazione: ossia và a Betania esattamente e intenzionalmente nel momento in cui Lui sà di poter intervenire. E infatti dirà ai suoi discepoli: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!»
Quindi, arriva a Betania e tra i rimproveri di tutti (...) e chiede di aprire il sepolcro. Ma il povero Lazzaro si trova già in uno stato di decomposizione (...) e anche sua sorella gli fa notare che ormai è inutile aprire il sepolcro perché manda già cattivo odore. 
Ma è proprio lì che deve arrivare il Signore! Eleva una benedizione, parla con il Padre, lo ringrazia... contento che gli conceda di compiere questo gesto esattamente come lo sta facendo:
Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato.
Perché Gesù vuole proprio aprire il sepolcro. Noi crediamo che Dio venga da noi quando siamo gradevoli? profumati? ... Dio viene da noi quando puzziamo! Quando mandiamo cattivo odore! Quando ciò che esce da noi è solo il profumo della nostra mortalità, il profumo del nostro limite, il profumo di ciò che in noi è marcio. Quanti cristiani si fanno presenti al Signore o riescono ad accettare la fede solamente quando comunque hanno qualcosa da "presentare" a Lui. Pretendo di essere davanti a Lui "stando all'altezza" del Suo Amore. Nessuno di noi lo è!
E l'unica relazione che ci salva integralmente è quella di farci lavare, toccare, percepire... quando siamo sgradevoli e sporchi. Dove ci ama Dio? Quando apre le nostre tombe. Quando entra nelle cose morte della nostra vita.
L'uomo porta in sé zone necrotizzate, irrisolte, malate, sballate, brutte, impresentabili, sgradevoli. E' quando si viene amati lì che finalmente la vita cambia, e uno la vita non la basa più sulle proprie forze ma sulla potenza di Dio!
Quanti pochi cristiani si lasciano veramente amare da Dio!
Quanta gente che continua a coltivare la propria presentabilità come se Dio non ci conoscesse; quante volte noi siamo tanto preoccupati di fare bella figura davanti a tutti, anche come cristiani. Invece noi siamo una Chiesa che vive di Misericordia, siamo gente la cui puzza è stata gradita da Gesù Cristo, che non ha paura della nostra maleodoranza, non ha paura della nostra putrefazione.
Dice Gesù:
Lazzaro vieni fuori!
Quante volte gli uomini stanno rintanati nei loro bunker, nei loro sistemi di sicurezza che diventano le loro gabbie, con pietre davanti alla loro verità, paludati dietro a maschere.
Questa pietra è l'immagine di tante maschere che l'uomo si mette sulla faccia, e intanto macera interiormente.
Solo Cristo può amarci fino in fondo alla fossa. Finché noi non ci lasciamo amare nella parte più profondamente povera di noi stessi, non possiamo essere trasformati dalla sua grazia. 
Ancora stiamo cercando in noi stessi una certa "adeguatezza" all'opera di Dio: nessuno di noi è adeguato alla grazia! La grazia... è grazia, nel senso che è gratis, è regalo.

Questa domenica ci prepara senza ombra di dubbio alla celebrazione della Pasqua, nella povertà, accettando di essere amati lasciando che il Signore senta la nsotra puzza, il nostro cattivo odore. E' lì che si conosce la gloria di Dio, nel suo amarci in maniera scandalosamente incondizionata.

don Fabio Rosini


23/03/14

La samaritana - III Quaresima (A)

Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

La I lettura di questa domenica (Es 17, 3-7) narra un episodio fondamentale: il momento in cui il popolo di Israele, camminando nel deserto, appena uscito dall'Egitto, inizia a mormorare per le difficoltà che incontra lungo il cammino. Il popolo soffre la sete per mancanza d'acqua e qui inizia a mormorare contro Mosè. Se andiamo a vedere, il popolo è uscito dalla terra d'Egitto da pochissimo tempo, non sono nemmeno tre mesi che ha visto qualcosa di spaventosamente grande (i prodigi compiuti da Dio nella liberazione dalla schiavitù egiziana) eppure hanno una memoria "di pochi millimetri" e continuano a non credere alla Providenza di Dio! Che cos'è questa sete di cui parlano le letture di oggi?


Nella I lettura questa sete prima è crisi, mormorazione... con Mosè che non sa che cosa fare e teme di venire lapidato dal popolo... Ma poi vedremo che il Signore Dio avrà una soluzione: Egli conosce un'acqua segreta, una sorgente segreta: darà un'acqua che scaturisce dalla roccia.

Lanciati da questo tema della sete e della crisi per la sete nel Vangelo, ci troviamo difronte allo scontro tra differenti "bisogni di bere", di "seti" diverse... E assistiamo all'incontro tra Gesù e una donna samaritana.
Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica:
Nei luoghi in chi l'uomo va a cercare da bere, Dio lo va a cercare. (...) Perché la preghiera è l'incontro tra la sete dell'uomo e la sete di Dio.
Perché, Dio ha sete?
Ecco: qui sta la cosa sorprendente.
Da una parte c'è il desiderio dell'uomo di provvedere ai suoi bisogni - ricordiamo che la sete è un impulso molto più forte della fame! - e davanti a questo bisogno vitale, incontriamo una donna che va a cercare dell'acqua; arriva ad un pozzo e qui fa un incontro molto strano: trova che non c'è qualcuno che le dà da bere, ma qualcuno che le chiede da bere. Ma questo sconosciuto che inizialmente le chiede da bere, inizierà con lei un dialogo, e ad un certo momento, però, le offrirà lui stesso da bere un'altra acqua.
Se andiamo a scorrere tutto il testo, fino alla fine, tuttavia, ci renderemo conto che non solo Gesù non berrà, ma non berrà neppure la samaritana: si innescherà tra loro un dialogo e questa donna lascerà addirittura la brocca presso il pozzo, perché lei ha ormai un'altra funzione: la sua sete è stata risolta.

Come nella I lettura, anche qui nel Vangelo Dio ha "un'acqua nascosta", ha un'altra acqua da darci.
Quando Gesù chiederà a questa donna  «Dammi da bere», lei crede di trovarsi davanti a qualcuno che le sta facendo una richiesta, ma con stupore, si troverà invece davanti a qualcuno che le sta offrendo qualcosa, che vuole darle qualcosa. 
Questa è un'esperienza che si fa mille volte con Dio: quando Dio sembra che ti chieda qualcosa... in realtà ti vuole dare. Quando Dio si avvicina a noi con la richiesta di obbedienza, di fiducia in Lui... a noi sembra di fare qualcosa per Lui... e invece è Lui che farà qualcosa per noi! 
Allora, davanti un bisogno fondamentale - in questo caso è la sete, ma ci possono essere tante altre cose importanti e serie nella nostra vita! - se invece di stare centrati sul nostro bisogno, obnubilati dal nostro appettito, ossessionati dalla nostra necessità... provassimo a fidarci e ad aprirci, sperimenteremo l'esatto contrario: cioè che quel momento di necessità era il momento di un salto di qualità. 
Infatti il Signore Gesù dice una frase che è molto importante in questo testo: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
«Se tu conoscessi il dono di Dio» è una frase profonda, che ha tante cose dentro. 
Se tu conoscessi i regali che Dio fa'! Ma tu li conosci i regali che Dio fa'? Ma tu conosci veramente la generosità di Dio? E' come incontrare una persona che ha delle idee meravigliose, dei progetti stupendi che ti dicesse: "Lascia tutto e vieni con me!" E tu sai che quella persona ti porterà in un luogo bellissimo, perché è una persona creativa, piena di idee, che sa inventare situazioni piene di novità... e allora tu lasci tutto e lo segui! Sembra che ti chieda, ma tu sai che ti darà tanto!
Dio è così: quando ci chiede qualche cosa ci chiama ad aprirci alla sua generosità.  Questa donna, infatti, incontrerà la Verità. E troverà, ancora, una cosa che è più importante di tutte - e che è il centro di questo testo - : conoscerà il luogo di adorazione di Dio. Ossia, il luogo dell'intimità con Dio
 «I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. (...) Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità»
 E' molto bello che il verbo greco che viene utilizzato per esprimere la parola "adorare" ha dentro la parola "baciare", l'atto di avvicinarsi con un atteggiamento intimo.
Dov'è il luogo in cui Dio può essere stretto vicino al cuore? Questo luogo, curiosamente, non è un posto, ma è un atteggiamento.
Lei che è una donna, che si porta un vissuto di tanti problemi (cinque mariti, relazioni complicate...) e che la costringe probabilmente ad andare ad attingere acqua a mezzogiorno, proprio per non incontrare la chiacchiere e il giudizio di altre donne, di altre persone... Lei consocerà un "altro marito", un'altra intimità: bacerà qualcun'altro...

Se in questa Quaresima, noi finalmente passeremo dall'assolutizzare i nostri appetiti, e riusciamo a fare un "passettino" nella fiducia, un passettino di apertura a quello che Dio ci sta chiedendo,  conosceremo la sua intimità! Conosceremo il bacio che Lui sa darci; conosceremo qualcosa che ci sposa profondamente, qualcosa che noi non conosciamo, qualcosa che è segreto e che solo nell'intimità con Dio finalmente si disseta fino in fondo nel nostro essere.

don Fabio Rosini


19/03/14

Lettera a Giuseppe - don Tonino Bello

Caro San Giuseppe,

scusami se approfitto della tua ospitalità e mi fermo per una mezz’oretta nella tua bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te.
Non voglio farti perdere tempo. Vedo che ne hai così poco, e la mole di lavoro ti sovrasta. Perciò, tu continua pure a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, ti affido le mie confidenze.
Non preoccuparti neppure di rispondermi. So, del resto che sei l’uomo del silenzio, e consegni i tuoi pensieri, profondi come le notti d’Oriente, all’eloquenza dei gesti più che a quella delle parole. (...)

Ecco, attraverso l’uscio socchiuso, scorgo di là Maria intenta a ricamare un panno bellissimo, senza cuciture, tutto tessuto d’un pezzo da cima a fondo. Probabilmente è la tunica di Gesù, ma non per quando nascerà, per quando sarà grande: gliela prepara fin d’ora, prima già che lui nasca. (...)
Quando tuo figlio indosserà quella tunica, lui, l’eterno, si sentirà le spalle amorosamente protette dal fragile tempo di sua Madre.
Povera Maria. A suo figlio, vorrebbe dargliela tutta intera la sua vita. Ma non può. Allora gliene regala una porzione, fin da adesso, racchiusa nello scrigno di quella tunica.
Forse un giorno, proprio per questo, sulla vetta del Golgota, gli uomini della Croce non vorranno lacerarla. (...)
Vedo, però che si fa tardi. Il sole, calando sulla pianura di Esdrelon, illumina di porpora gli ultimi contrafforti dei monti di Galilea. E io ancora non ti ho detto la ragione fondamentale per la quale sono venuto qui da te.
No, non è per affliggerti con le lamentazioni mistiche sulla cattiveria dei tempi, e neppure per evitare gli incroci pericolosi della mia civiltà, che ho trovato rifugio sentimentale nell’oasi della tua bottega, dove, tra tenaglie, lime e seghetti, attaccati in bella mostra alle pareti, sono rimasti attaccati anche i ricordi del tempo che fu; (...) Mio caro San Giuseppe, io sono venuto qui, soprattutto per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù, e come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la vita.
E ti dico subito che la formula di condivisione espressa da te, come marito di una vergine, la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo, e lo stile di servizio messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre così incuriosito, che ora non solo vorrei saperne qualcosa di più, ma mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano trasferibili nella nostra società dell’usa e getta

Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga?
O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi?
È la notte tu hai intriso il cuscino con lacrime di felicità.
Ti scriveva lettere d’amore? Forse si! E il sorriso con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna!
Poi una notte hai preso il coraggio a due mani e sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei Cantici: “Alzati amica mia, mia bella e vieni, perché ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tuia voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro

E la tua amica, la tua bella si è alzata davvero, è venuta sulla strada, facendoti trasalire, ti ha preso la mano nella sua e mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava.
Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio e di dimenticarla per sempre.
Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te”. Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.(...)
Ma io penso penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto in te e in lei.(...)

 Vuoi spiegarmi, Giuseppe, come hai accolto il mistero di quella culla? E perché mai tu, l’uomo dei sogni, torni ogni tanto verso quel piccolo nido di legno, e trattieni il respiro, e tendi l’orecchio illudendoti di ascoltare un vagito?
Oh, figlio della casa di Davide, raffrena la tua impazienza: il bambino che sta per nascere è sì un Dio gratuito, tanto gratuito che spunterà come rugiada sul vello, ma tu devi attendere ancora, e anche la culla deve attendere; anzi, non rimanerci male se ti dico che quel nido, costruito da te con tanta tenerezza, resterà vuoto per sempre: sarà troppo piccolo per tuo figlio, quando egli, dopo tanto peregrinare, metterà piede finalmente nella tua casa. Da ben altro legno del resto saranno cullate le membra del Dio fatto uomo! Ma stavolta non spetta a te costruirlo!
Vedo che la notizia non ti turba granché. Hai così tanto imparato dalla gratuità purissima di Dio, da non provare il minimo sgomento al pensiero che la tua fatica non sarà compensata neppure dalla soddisfazione di sentirti utile a qualcosa.
Culla o greppia, non t’importa. Non pretendi neppure contropartite affettive e continui ad attendere come dono, come semplice dono, da nulla provocato, se non dalla sua stessa liberalità, il tuo imprevedibile Dio: O cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il Santo, o terra, apriti o terra e germina il Salvatore.
Anche la tua vita si è fatta dono. Un dono così grande, che in paragone quello filtrato dal seme corruttibile della carne, sembra appena l’acconto di un avaro. Un dono così libero che tutte le paternità messe insieme dai titolari della tua genealogia, non pareggiano il tuo diritto di chiamarti padre di Gesù.
Un dono così radicale che, pur custodendo la verginità di Maria, ti fa una sola carne con lei infinitamente più di quanto non siano tutt’uno due sposi nel momento supremo dell’amore.
Un dono così gioioso, che la tua contabilità non è segnata sui registri a partita doppia, contempla solo la voce in uscita. Tu non chiedi nulla per te. Neppure da Dio! Ma non per orgoglio, per sovraccarico d’amore, dai tutto senza calcolo, e non accantoni oggi frammenti oscuri di tempo, allo scopo di ritirare domani interessi di gloria per tutta l’eternità. (...)

Si è fatto tardi, Giuseppe.
Nella piazza non c’è più nessuno. I grilli cantano sul cedro del tuo giardino.
Nelle case, le famiglie recitano lo “Shemà Israel”. E tra poco Nazareth si addormenterà sotto la luna. Di là, vicino al fuoco, la cena è pronta. Cena di povera gente. L’acqua della fonte, il pane di giornata, e il vino di Engaddi.
E poi c’è Maria che ti aspetta.
Ti prego: quando entri da lei, sfiorala con un bacio. Falle una carezza pure per me. E dille che anch’io le voglio bene. Da morire!
Buona notte, Giuseppe

don Tonino Bello
 

La preghiera di ringraziamento - Enzo Bianchi

La preghiera di ringraziamento
Nell'episoodio evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù (cfr. Lc 17, 11-19) si afferma che a uno solo di loro si rivolgono le parole del Signore: «La tua fede ti ha salvato»: è colui che, vistosi guarito, ritorna indietro per ringraziare Gesù. Solo chi rende grazie fa l'esperienza della salvezza, cioè dell'azione di Dio nella propria vita. E dato che la fede è relazione personale con Dio, la dimensione dell'azione di grazie non riguarda solo la forma esteriore di alcune preghiere, ma deve impregnare l'essere stesso della persona (...) La fede cristiana è costitutivamente eucaristica, e l'intera vita del credente va vissuta «nel rendimento di grazie» (metà eucharistìas: 1Tm 4,4).
Pur così fondamentale, il ringraziamento è tutt'altro che facile o spontaneo, innanzitutto dal punto di vista antropologico. Esso suppone, infatti, il senso dell'alterità, la messa in crisi del proprio narcisismo, la capacità di entrare in rapporto con un "tu"; solo ad un altro riconosciuto come persona di può dire: "Grazie"! Entrare nella gratitudine significa, pertanto, lottare contro la tentazione del consumo per creare le condizioni di una comunione, di una relazione in cui sia bandita la cosificazione, la strumentalizzazione dell'altro a se stessi. (...)
Nel rapporto personale con il Signore, poi, la capacità eucaristica indica la maturità di fede del credente, il quale riconosce che "tutto è grazia", che l'amore del Signore precede, accompagna e segue la sua vita. L'azione di grazie scaturisce dall'evento centrale della fede cristiana: il dono del Figlio Gesù Cristo che il Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all'umanità (cfr. Gv 3,16). E' il dono salvifico che suscita nell'uomo il ringraziamento e fa dell'eucarestia l'azione ecclesiale per eccellenza. (...) E visto che l'eucarestia, e al suo interno la preghiera eucaristica, è il modello dellapreghiera cristiana, il cristiano è chiamato a fare dell'intera sua esistenza un'occasione di rendimento di grazie. Alla gratuità dell'agire di dio verso l'uomo risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine dell'uomo (...) 
Il posto centrale dell'eucarestia nel cristianesimo ci ricorda anche che il culto cristiano consiste essenzialmente in una vita capace di rispondere con gratitudine al dono inestimabile e preveniente di Dio: il cristiano risponde al dono di Dio facendo della propria vita un ringraziamento, un'eucarestia vivente. Egli infatti conosce, o dovrebbe conoscere, il senso profondo del gesto eucaristico compiuto da Gesù nell'ultima cena: Gesù ha compiuto tale atto per evitare che i discepoli leggessero la sua morte come un evento subìto per caso, oppure dovuto a un destino ineluttabile voluto da Dio.  Nulla di tutto questo. Egli ha concluso la sua esistenza così come l'aveva sempre spesa: nella libertà e per amore di Dio e degli uomini! Perché ciò fosse chiaro, Gesù ha anticipato profeticamente ai suoi discepoli la sua passione e morte, spiegandola loro con un gesto capace di narrare l'essenziale di tutta la sua vicenda: pane spezzato, come la sua vita lo sarebbe stata di lì a poco; vino versato nel calice, come il suo sangue sarebbe stato sparso in una morte violenta.
Dietro a lui, il cristiano è chiamato alla loghikè latreìa (...) «L'offerta del prorpio corpo in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio» (cfr. Rm 12,1), attraverso una vita spesa nell'amore.
Compresa in questa luce, la preghiera di ringraziamento non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza e l'azione di Dio nella propria vita, ma è l'atteggiamento radicale di chi apre la trama quotidiana dell'esistenza all'azione di Dio in lui, fino a predisporre tutto, perché Dio trasfiguri la morte in evento di nascita a vita nuova. (...) Se da un lato la preghiera di ringraziamento considera il passato, ciò che Dio ha fatto per noi, dall'altro essa apre al futuro, alla speranza: e tutto questo mentre si configura come dimensione peculiare in cui vivere cristianamente il presente, lo spazio stesso della vita. (...) 
Sì, ogni giorno, fino a quello della nostra morte, è per noi un dono dell'amore di Dio!

Enzo Bianchi
 tratto da "Perché pregare, come pregare"


16/03/14

"Questi è il Figlio mio, l'Amato" - II Quaresima (A)

Mt 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».


La II domenica di Quaresima tradizionalmente è la domenica dedicata alla trasfigurazione.
Perché questo testo viene presentato a questo punto del cammino di Quaresima? Perché dovendo iniziare il cammino della penitenza, della trasformazione, dobbiamo vedere qual'è lo scopo: lo scopo è prorpio la trasfigurazione.
In questo racconto, in un momento di intimità di Gesù con i suoi tre discepoli più vicini, di solito presenti nei momenti fondamentali della sua missione, Lui mostra la sua bellezza nascosta, mostra la sua identità: mostra di essere luce. Mostra di essere molto più che un semplice uomo. Questo non è finalizzato semplicemente ad una contemplazione di Cristo alta, grande... ma capiamo il senso di questo testo alla luce della I lettura (Gen 12, 1-4): si tratta della chiamata di Abramo; è il momento in cui Dio chiama quest'uomo che ha perso il padre - pur essendo lui stesso anziano - quando si trova in un momento di stasi della sua storia, in cui non sa se andare avanti o indietro, non sa se proseguire il viaggio del padre verso Canaan o se tornare a Ur dei Caldei da dove era partito insieme al padre... Insomma, si trova a metà della strada, in un punto in cui non va né avanti né indietro, e Dio gli si manifesta chiamandolo alla fede. Lo chiama a che cosa? 
Qual'è il punto di contatto tra questa I lettura e il Vangelo?
La trasfigurazione è il cambio di forma, la trasformazione, il greco parla di "metamorphè": la forma (la morphé), l'aspetto, viene cambiato.  Nel testo della chiamata di Abramo, vediamo che questo è esattamente il piano di Dio sull'uomo:  
«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome...»
 ... e quindi, cambierò la tua identità, farò per te qualcosa. Questo è il nocciolo di ogni chiamata: quando Gesù chiama Pietro, Andrea,  Giovanni e Giacomo dirà: "Seguitemi, farò di voi pescatori di uomini". E' sempre un'opera di Dio. Anche qui, ciò che noi vediamo nella chiamata di Abramo è ciò che Dio farà in Abramo, non quello che Abramo sarà tanto bravo da fare. 
E quello che vediamo nel Vangelo della Trasfiguraizone, è ciò che Dio, nel Signore Gesù Cristo, farà dell'uomo. In Gesù, seconda persona della Santissima Trinità, si vedrà questa straordinaria esperienza: che la nostra natura umana sarà cambiata in luce, sarà trasfigurata.  Lì non è semplicemente il corpo di Cristo che cambia, ma è quel corpo che lui ha preso da noi, che ha preso da Maria... è la nostra realtà. Perciò quello che noi vediamo in Lui è ciò a cui siamo chiamati noi, in Lui. Ossia, siamo chiamati a vivere la stessa trasformazione in luce, per mezzo di questa esperienza, che è chiaramente un'esperienza di intimità, preghiera, contatto con la Parola di Dio - vengono citati Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti - , e viene annunziato nel rapporto con il Padre per mezzo del Figlio
«Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»
... Tutto questo porta al cambiamento della nostra natura. 
Noi non ci avviciniamo al Signore Gesù Cristo per rimanere come siamo. Noi non possiamo vivere l'esperienza della preghiera, dell'incontro con la Parola di Dio, l'incontro con la Sua Opera in noi, che è data nei sacramenti e in tutta la vita che provvidenzialmente ci dona all'interno della Chiesa... se non per essere trasfigurati. Dirà San Paolo «Di gloria in gloria siamo trasfigurati ad immagine di Cristo».
Noi oggi siamo chiamati a vivere tutto questo.

Perché questa è la Parola della Quaresima? Perché questo è il tempo della trasformazione, questo è il tempo della "trasfigurazione". 
Se guardiamo bene, questo avviene già a partire da Abramo; Abramo crede di essere un uomo vecchio, senza una terra e senza discendenza.: non sà che in Dio queste cose sono molto diverse, che lui in Dio è un altro uomo, è una benedizione.  E così, quando Pietro, Giovanni e Giacomo vedono Gesù trasfigurato, stanno scoprendo cosa c'è nascosto nella nostra natura umana, cosa c'è nascosto in ciascuno di noi. 
Attraverso questa domenica della trasfigurazione e attraverso il cammino quaresimale, noi siamo chiamati a scoprire lo straordinario nascosto in noi: cosa c'è di bello in noi, attraverso il digiuno, la preghiera, l'elemosina... a fare un cammino di scoperta della luce latente in tutti noi: perché noi in Dio siamo dotati di una bellezza sconvolgente, splendente. Le nostre vesti, il nostro essere in questo mondo... diventa luce, diventa essere bellezza, gioia, pace.
Questo però ha un segreto: il segreto che Abramo scopre in maniera "embrionale" nell'A.T. è ciò che lui è per il suo Dio; questo Dio che si manifesta come "potente", per dargli discendenza, terra e sopratutto una identità al Suo cospetto, una vita da eletto. 
Così, in Gesù Cristo, nel N.T. noi siamo chiamati - attraverso l'incontro con il Signore Gesù - a diventare "figli amati", a vivere, a ragionare da figli amati. 
Proprio quella "identità di figli" che domenica scorsa è stata messa in discussione, nelle tentazioni attraverso cui il maligno tentava Cristo ad essere figlio nella disobbedienza... accapparrandosi una identità rubata; qui egli è "Figlio" in virtù di qualcosa di intimo, di bello: 
«Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento»
Che cosa può fare l'amore di Dio dentro il nostro cuore! Quale bellezza può tirare fuori da un uomo, da una donna, l'incontro con l'Amore tenero del Padre Celeste! Noi possiamo essere parte del corpo di Cristo, eco della Sua bellezza, manifestazione della Sua opera in noi. Se lasciamo che l'Amore di Dio entri nel nostro cuore attraverso l'intimità con Cristo, attraverso il rapporto con le Scritture, attraverso lo "stare al Suo cospetto", attraverso tutta l'opera che Lui compie in noi... noi potremmo sfoderare la nostra bellezza.
Guardiamo Cristo per capire cosa può fare Dio nella natura umana, cosa di bello può tirar fuori da noi. Non rassegnamoci a ciò che siamo da noi stessi secondo le nsotre povere forze; pensiamo a questa cosa straordinaria a cui siamo chiamati: essere Figli di Dio e lasciare Dio operare nella nostra natura. 
Impastandosi con la nostra povertà, la potenza di Dio fa di noi delle opere d'arte.

don Fabio Rosini

13/03/14

La preghiera di domanda - Enzo Bianchi

La preghiera cristiana: tra domanda e ringraziamento
Gli insegnamenti di Gesù (...) vanno collocati all'interno di quella che è una costante della preghiera: essa si muove sempre tra i due poli della domanda e del ringraziamento, articolazioni dell'evento unitario della preghiera. E qui va subito precisato che, nelle'conomia cristiana, la preghiera di domanda non è tanto un prolungamento spontaneo del desiderio umano, quanto piuttosto una risposta obbediente al comando del Signore Gesù: «Chiedete..., cercate..., bussate...». La promessa di esaudimento connessa a questi imperativi - «... e vi sarà dato, ... e troverete, ... e vi sarà aperto» (Mt 7,7; Lc 11,9) - fonda già il legame intriseco e inscindibile tra domanda e ringraziamento, tra supplica e azione di grazie (...). Questa sintesi difficile, operazione spirituale della fede, è richiesta al cristiano da un preciso ammonimento di Gesù: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Mc 11,24). Unico, infatti, è il Dio cui si chiede e cui si rende grazie!
Constatare, pertanto, che oggi a una forte crisi della preghiera di domanda fa riscontro una ripresa della preghiera di azione di grazie è sintomatico di una crisi della fede, di una patologia che investe l'immagine stessa di Dio e quella dell'uomo, creando uno squilibrio nella preghiera.

La preghiera di domanda
La forma di preghiera più attestata nella Scrittura e richiesta da Gesù stesso è quella di domanda. Essa èa nche quella che ha fatto più problema alla tradizione cristiana, che spesso ha affermato la superiorità, la maggior purezza e perfezione delal preghiera di lode e di ringraziamento. (...) Oggi si assiste, invece, a un suo riemergere sotto forme non autenticamente evangeliche, che la riducono ad atteggiamento magico, a una sorta di ingiunzione rivolta a un Dio sentito come immediatamente "disponibile", che avrebbe quasi il dovere di soddisfare ogni nostro bisogno.
Ora, occorre innanzitutto affermare che, antropologicamente, la domanda non è solo qualcosa che l'uomo fa, ma è una dimensione costitutiva del suo stesso essere: l'uomo è domanda, è appello. Questa dimensione non può non manifestarsi nella preghiera: in essa, infatti, «qualunque ne sia l'occasione specifica, tutto l'essere viene portato dinanzi a Dio» (Heinrich Ott). Rivolgendosi a Dio con la domanda nelle diverse situazioni esistenziali, il credente - sena rinunciare alla propria responsabilità e al proprio impegno - attesta di volere sempre e di nuovo ricevere dalla relazione con lui il senso della propria vita e la propria identità, e confessa di non "disporre" della propria esistenza. In questo senso, la preghiera di domanda è certamente scandalosa, in quanto urta la pretesa di autosufficienza dell'uomo. In profondità, poi, dietro a ogni particolare preghiera di domanda vermanete cristiana, vi è una domanda radicale di senso, che il progresso tecnologico non potrà mai rendere superata e che investe direttamente non solo il credente ("Chi sono?"), ma anche il Dio «in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Con la preghiera di domanda, inoltre, il credente stabilisce un tempo di attesa tra il bisogno e il suo soddisfacimento, pone una distanza tra sé e la sua situazione concreta: egli si innalza dal suo bisogno e lo trasfigura in desiderio. La pregheira di domanda è davvero "l'officina" del nsotro desiderio, perchè in essa noi possiamo imparare a desiderare, cioè a conoscere e disciplinare i nostri desideri, distinguendoli dai nostri bisogni e cercando di accordarli con il desiderio di Dio: «nela preghiera lo Spirito santo educa il nostro desiderio, per decentrarlo dal nostro bisogno e ricentrarlo sul desiderio di Dio» (Jean-Claude Sagne). Insomma, noi chiediamo doni che colmino i nostri bisogni, e lo Spirito santo ci porta a invocare la presenza del Donatore, ovvero a chiedere l'amore, desiderio del desiderio.
Ecco perché la preghiera di domanda mira, in realtà, alla Presenza del Dio a cui si rivolge, prima ancora che all'ottenimento di uno specifico beneficio: essa è comprensibile e praticabile solamente all'interno di una relazione filiale con Dio, vissuta all'insegna della fede.  (...) la fede e la relazione filiale vissute da Gesù, il modo in cui egli si è rivolto al Padre, diventano così esemplari per il credente. Ha scritto Dietrich Bonhoeffer:
Dio non realizza tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse, cioè egli rimane il Signore della terra, conserva la sua Chiesa, ci dona sempre nuova fedem non ci impone mai pesi magiori di quanto possiamo sopportare, ci rende lieti con la sua vicinanza e il suo aiuto... Tutto ciò che possiamo a buon diritto attenderci e chiedere a Dio, possiamo trovarlo in Cristo... Dobbiamo immergerci sempre di nuovo, a lungo e con molta calma, nel vivere, parlare, agire, soffrire e morire di Gesù, per riconoscere ciò che Dio promette e ciò che egli adempie. (Resistenza e resa, 1998)
In questo senso è estremamente significativa l'esperienza del Getsemani, l'ora decisiva della vita di Gesù. Nell'imminenza della sua passione egli confessa Dio quale «Abba, Padre» (Mc 14,36) e, con insisitenza, gli chiede che passi da lui «quell'ora» (Mc 14,35), «quel calice» (cfr. Mt 26,39). Nello stesso tempo, però, Gesù sottomette la sua richiesta a un criterio ben preciso: «Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36), «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39).
Questa è l'autentica preghiera di domanda del cristiano, discepolo di Gesù Cristo!

Enzo Bianchi

tratto da "Perché pregare, come pregare"