10/03/14

Dare senso all'insensatezza - Carlo Molari


Dare senso all'insensatezza
Nel cambiamento culturale che velocemento si sta realizzando da alcuni decenni (...) uno dei dati comuni a molte esperienze è la scoperta della insensatezza di situazioni storiche e personali al punto da dubitare del significato e del valore della vita intera. (...)
Molti riconscono che la prospettiva dinamica ed evolutiva, che caratterizza l'attuale cultura, produce sconcerto vitale, disorientamento storico, "disincanto", dato che i punti di riferimento per una direzione sensata al pensare e all'agire appaiono troppo labili e provvisori, quando non sono completamente assenti.
Anche in prospettiva atea il «disincanto fa paura perché costituisce la risposta alla millenaria domanda sul senso» (Flores d'Arcais, Etica senza fede 1992). (...)
L'uomo deve dare senso alla realtà, che non sempre lo contiene, ma il senso non lo può trovare nelle cose o nelle situazioni come il successo o la carriera o altro del genere e neppure nella pietà da esercitare, ma deve introdurlo in altro modo. La soluzione offerta dalle cose non è soddisfacente per chi ritiene che nella vita sia in gioco una realtà più grande di noi. Il problema dell'uomo, perciò, è questo: come introdure senso dove non c'è senso, o, detto altrimenti, quale fede esercitare e quale atteggiamento assumere per vivere in modo sensato le situazioni insensate.


Dare senso in prospettiva religiosa
Anche in prospettiva religiosa è necessario imparare a dare senso agli eventi, perché essi come tali non lo contengono. Neppure si può  affermare che il riferimento a Dio come ricompensa finale o come legislatore
provvidente dia senso all'esistenza. Il non senso sta all'interno delle situazioni ed è lì che deve essere sconfitto. Dentro le esperienze e le situazioni storiche deve essere introdotto un senso che non vi si trova.
Questo modo di impostare il problema contraddice una diffusa concezione di provvidenza. Come se per il credente tutto ciò che accade abbia un suo valore intrinseco, perché in un modo o in un altro corrisponde al volere divino. Questa concezione non è esatta. Non tutto ciò che accade sulla terra corrisponde al volere divino. Anzi, la maggior parte delle condizioni storiche sono certamente contrarie alla volontà di Dio, perché inquinate dal peccato e limitate dalla infedeltà agli uomini.
La volontà di Dio non si realizza negli eventi in quanto tali, ma nel modo con cui vengono vissuti. Stando così le cose l'uomo non compie la volontà di Dio semplicemente subendo ciò che accade, ma immettendovi un senso nuovo. Ci sono infatti molte situazioni della creazione e della storia che non corrispondono al volere divino, ma nelle quali ci è ugualmente richiesto di vivere in modo positivo, così da compiere la volontà di Dio.

In questo senso la croce di Cristo è evento emblematico. La decisione di condannare a morte Gesù sia da parte del Sinedrio che da parte di Pilato, era certamente contrario al volere di Dio, perché ingiusta e peccaminosa. Il discernimento di Gesù è consistito nel determinare come vivere quella situazione ingiusta e peccaminosa in modo da renderla positiva per sé e salvifica per gli altri. 
Discernere la volontà di Dio non consisite nel determinare quale scelta compiere fra le molte possibili, o nel decidere quale evento debba accadere, ma nel precisare con quali atteggiamenti vivere le situazioni nelle quali, per caso, necessità, per scelta nostra o di altri, ci veniamo a trovare.
Anche se le situazioni fossero contrarie al volere di Dio, come la croce lo fu per Gesù, e non potessimo sottrarcene, dovremmo interrogarci come vivere quella situazione in modo da compiere la volontà di Dio. Rendere salvifica una situazione significa viverla in modo da crescere come figli di Dio e fare in modo che le dinamiche negative che essa contiene vengano annullate, suscitando quindi al suo interno spinte favorevoli alla vita. (...)
Concretamente vivere tutte le situazioni in modo positivo significa saper riconoscere e accogliere la forza creatrice presente e aver la consapevolezza della funzione di servizio che ci chiede. Il presupposto teologico di questa consapevolezza è il fatto che la forza creatrice di Dio e il suo amore, che si esprimono nel mondo, non possono essere annullati da nessuna deformazione delle creature. L'azione di Dio si esercita a quel livello profondo della persona nel quale si verifica lo sviluppo dell'identità definitiva e che, a un certo momento della maturità personale, nessuno può più invadere.
Per questo l'uomo è in grado di affrontare e vivere tutte le esperienze storiche con la consapevolezza che prorpio lì, all'interno di quella situazione, la forza creatrice gli perviene. Non perché Dio l'abbia scelta per metterci alla prova, o per vedere se siamo fedeli anche in condizioni difficili, dato che sono le creature per la loro incompiutezza, ad introdurre il male nei processi storici. Ma l'azione delle creature come l'ingiustizia degli uomini non può mai essere così radicale da annullare la forza creatrice, che resta al fondo di ogni processo storico e che, quando abbiamo coltivato lo sguardo di fede e aperto l'occhio interiore, siamo in grado di percepire e di accogliere.
Vivendo in tale modo, ci è dato di crescere come figli di Dio e di raggiungere la nostra identità definitiva. Il passaggio da servi a figli è proprio il processo della nostra identificazione definitiva. Questa è la ragione finale della vita. Se invece noi mettiamo il senso compiuto nella dimensione in cui realizziamo le cose, attuiamo dei progetti, ne scopriamo immancabilmente l'inutilità e l'insensatezza.
La prima condizione, quindi, per annullare la dinamica negativa che le situazioni contengono è viverle in modo da crescere come figli di Dio, accogliendo l'offerta di vita che esse in ogni caso contengono.(...)
L'identità di figli di Dio, infatti, non si sviluppa nella stessa direzione nella quale siamo chiamati ad esercitare il servizio alla vita. Esercitiamo il servizio alla vita facendo cose, realizzando progetti, aiutando gli altri con azioni provvisorie e precarie. La direzione del servizio è la morte nella quale la nostra azione va verso l'esaurimento, mentre la dimensione nella quale cresciamo come figli si sviluppa continuamente e acquista caratteristiche sempre più positive man mano che procediamo. Mentre l'esistenza nella direzione operativa perde senso, diventando inutile, nella direzione spirituale, invece, si arricchisce e acquista senso. Alla fine non possiamo far nulla, ma possiamo essere tutto quello che dovevamo diventare: persone in grado di accogliere «il nome scritto nei cieli» (Lc 10,20). Abbiamo cioè raggiunto la nostra identità definitiva.
Quando non accettiamo questa nostra condizione o non la viviamo con consapevolezza, non riusciamo ad affrontare bene, non solo la sofferenza, il limite, la vecchiaia, ma neppure i momenti positivi perché non siamo in armonia con le profonde dinamiche dell'esistenza. L'esistenza ci appare insulsa.
Questa è la situazione nella quale molti si trovano. Oggi è facilesperimentare l'insensatezza finale in tempi molto brevi. Abbiamo infatti una grande quantità di beni a disposizione, i piaceri sono a portata di mano, il benessere offre continue illusioni. Per questo oggi molti giovani sono già stanchi di vivere e colgono l'insensatezza di tante scelte che pure sono chiamati a compiere. 
L'esperienza dell'insensatezza diventa drammatica e fatale. Quando però si sviluppa la dimensione spirituale anche le situazioni insensate sono affrontate in modo sensato perché, come scrive S. Paolo, nessuno «ci può separare dall'amore di Dio» (Rm 8,39); nessuno, cioè, può impedire di accogliere quella forza creatrice per cui cresciamo come persone definitive.

Carlo Molari
tratto da «Per una spiritualità adulta»

08/03/14

Le tentazioni di Gesù - I Quaresima (A)

 Mt 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.





Apriamo la Quaresima con questo testo classico: il testo delle tre tentazioni di Gesù nel deserto che viene illuminato dalla prima e fondamentale tentazione che compare nella Bibbia, che è quella raccontata dal Libro della Genesi, della caduta del primo uomo. Cerchiamo quindi di capire qual è il punto di unione tra questo 3° capitolo della Genesi e il 4° capitolo del Vangelo di Matteo.
Ci sono tante prospettive di lettura straordinarie su queste tentazioni, ma la cosa fondamentale che vorrei sottolineare oggi, fra le altre, è questo cammino dell'autenticità; dove attacca la tentazione? dove attacca il potere della menzogna? Sulla nostra propria identità. La fedeltà a Dio non è una fedeltà che prescinde dalla fedeltà a noi stessi: è la stessa identica cosa, perché la verità è una sola. Il giorno in cui siamo nella verità con Dio, siamo nella verità con noi stessi, e siamo nella veerità anche con gli altri.
Dove và ad attaccare il serpente con Eva? Nello stesso posto in cui andrà ad attaccare il tentatore con Gesù.
Vediamo le tre tentazioni.

«Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane»
"Essere figli di Dio" (secondo la tentazione) significherebbe manipolare la realtà, ovverosia chiedere alle cose di essere in funzione delle nostre necessità: Gesù ha fame quindi le pietre devono diventare commestibili.
«Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù» perché così Dio opera.
... Ovverosia, prendi in mano tu l'iniziativa: se sei figlio di Dio, Dio deve seguire quello che a te sembra essere un buon progetto.
«Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai»
Che tutte le cose siano tue, a tua disposizione. Dove c'è una Missione del Figlio di Dio (nel caso di Gesù quella di essere il Messia), questo mondo ci può servire per adempierla, e allora entriamo nelle leggi di questo mondo e serviamoci delle sue tecniche, dei suoi oggetti... senza stare a guardare troppo quanto ci costa questo.

Queste tre tentazioni alla fine spingono l'umo verso la necessità di cambiare la sua condizione: il rapporto con i propri sensi, che devono essere sempre appagati; il rapporto con la sua intelligenza, perché se lui ha un progetto questo progettino deve andare in porto! e Dio si deve piegare a questo progetto; il rapporto con gli oggetti, con il mondo, che può essere pervertito in una funzionalità tutta finalizzata a quello che è il nostro potere, la nostra autoaffermazione. 
Tutte queste cose, in fondo, erano già contenute nella tentazione del serpente ad Eva: diventare come Dio. In queste tre tentazioni, ritroviamo questa prima seduzione del serpente: essere come Dio.
Attraverso questa suggestione, in sostanza il serpente dice ad Eva che deve essere diversa da come è.... e implicitamente le sta dicendo che lei non va bene così com'è, che lei deve fare un "upgrade", un "download" di un nuovo modello! Lei non ha da scoprire la bellezza di ciò che è,  ma deve diventare altro: deve diventare come Dio. 
Questa tentazione immette nel cuore umano il problema della competizione: io non mi definisco più per le mie caratteristiche, io mi definisco per essere più o meno uguale a qualcun'altro. 
Questa è una logica di menzogna: l'uomo viene proiettato verso "quello che non è". Di fatto è come se Eva - e noi con lei - dovessimo imparare a rispondere: ma che mi importa di diventare come Dio? Il mio problema è piuttosto quello di "essere Eva"! Essere me stessa, essere felice di quello che io sono!
E così si hanno queste tre "fughe" nelle compensazioni: attraverso gli appetiti (tutto deve essere in funzione delle nostre voglie!), la fuga nei progetti, e il diventare pieni di potere, pieni di possessi... Tutto questo non è altro che una fuga dal nostro "oggi". 
E' un grande, strepitoso, devastante sistema di alienazione... e non ci può che portare nell'infelicità. Eva, nel momento in cui cerca di essere altro da quello che è entra nell'inganno: non ha più occhi che funzionano, non vede più il pericolo delle cose e attraverso gli atti che attestano questa sua scelta di entrare in competizione, di essere come Dio, di essere qualche cosa di "grosso", di importante...  e non Eva, non se stessa... arriverà al dolore, alla vergogna, alla perdita del rapporto con se stessa. 
Eva non sarà più felice di essere Eva. 

Se andiamo a vedere bene, sopratutto nella seconda e terza tentazione, il Signore Gesù ha una "merce" che gli viene chiesto, teoricamente, di barattare - su suggestione del demonio - per affermare una umanità che si riscatta, che fugge dalla sua condizione: dovrebbe gettare se stesso dal pinnacolo, ovverosia rischiare la propria vita, mettere a repentaglio la propria incolumità. E ancora, nella terza tentazione, deve piegare se stesso, perdere la sua dignità. 
Tutte queste cose ci dicono che uno, pur raggiungere un obiettivo spesso non si rende conto che cosa c'è in gioco e quello che sta rischiando.

L'invito che la Quaresima oggi ci fa', alla preghiera, al digiuno, all'elemosina, è per darci degli strumenti che rappresentano la chiamata alla verità, al rispetto della nostra dignità. 
La sobrietà, la generosità, il rapporto con Dio sono tutte strade di pace, di libertà, di bellezza. 
La tentazione nasconde la nostra bruttezza, la nostra vergogna, la nostra infelicità.

don Fabio Rosini

Comunione e sobrietà - A. Nicora


La quaresima ci incammina verso la Pasqua e ci prepara a celebrarla come riscatto della nostra libertà di figli e come sua gioiosa celebrazione nel servizio dell'amore. (...)
Là [durante i 40 giorni nel deserto], vivendo nella solitudine e nell'austerità volontaria, Gesù prova la fame, e nel distacco radicale dalle cose conosce la tentazione e la vittoria, conquistando nella sua umanità la perfetta libertà di vivere il compito messianico non come pretesa ma come obbedienza, non come dominio ma come servizio e sacrificio. La virtù cristiana della sobrietà è un modo specifico e concreto di rivivere il deserto di Gesù, facendo nostra la sua oblazione d'amore e disponendoci a condividere la sua vittoria sull'egoismo e sulla morte per la salvezza nostra e dell'umanità.
Pasqua è festa di vita. Gesù ha detto: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».
La Vita del Risorto è la vita in pienezza, in abbondanza, a cui tutti siamo chiamati. (...) E' la vita di colui che si realizza in pienezza ed è felice in quanto anche tutti gli altri sono realizzati, felici e in comunione. (...)

Ma non c'è comunione se non si accettano i limiti. Se uno non accetta i limiti al suo potere, poter fare ciò che vuole, e al suo avere, avere tutto ciò che desidera, non conoscerà mai la gioia della comunione, ma solo il travaglio della competizione, l'effimero gusto del sorpasso, e alla fine, l'angoscia della solitudine. Rifiutando il senso del limite, non si costruisce comunione, ma si fa soltanto oppressione, distruzione degli altri, e, alla fine, anche di se stessi (...) Mentre l'amore chiede di far spazio all'altro come fratello, alla carità vera che si fa solidarietà. In quanto creature, del resto, il limite è congenito. Se non si coglie il valore del tramonto e della notte, si vive tutta un'esistenza nella paura del dolore, del fallimento, della sconfitta, della vecchiaia, della morte e non si gusta il dono della vita terrena, ricevuto entro i necessari limiti che permettono anche l'esistenza degli altri e la gioia dello stare insieme. Uno stare insieme, una comunione, una festa che, per dono del Padre, saranno perfette e durature dopo la morte quando entreremo nella sua casa, cioè nell'eterno; e però già qui nel tempo si possono gustare come un inizio, un pegno, un anticipo, purché sappiamo accettare il sacrificio che comportano. (...)

Per questo la settimana santa è preceduta dalla quaresima e la domenica di Pasqua dal venerdì santo. Seguire Gesù, infatti, vuol dire accogliere la croce: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». La croce è il segno più vero dell'amore, perché nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per la persona amata.. Perciò il segno del cristiano è il segno della croce, perché (...) ci indica la meta: la vita di comunione di tutti in Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. E con il gesto ci rammenta il necessario costo della comunione, il cammino per arrivarci: l'accettazione dei limiti, del tramonto, della morte, cioè della croce, come Gesù ha fatto. (...) Quando non si accettano i limiti necessari alla comunione, si introducono nel cuore dell'uomo e nel mondo squilibri di ogni genere. Ricomporre le armonie profonde del cuore, compromesse dal peccato, non è nelle possibilità dell'uomo, è soltanto dono di Dio in Cristo Redentore. Ma frenare e riparare gli squilibri strutturali, umani, sociali, ecologici, introdotti nel mondo da un cuore insaziabile di guadagno e potere, è compito dell'uomo; non può essere atteso miracolisticamente da Dio. Non porrà pezze, Dio, al buco dell'ozono. Se semino zizzania, nascerà zizzania e non buon grano, per quante preghiere faccia. E' necessaria dunque una partecipazione nella "riparazione": un supplemento di fatica, di impegno, di buona volontà, di allenamento; e, appunto, penitenza e digiuno la quaresima ci propone come cammino per una vita più piena di senso e di solidarietà, più libera dalle cose e da noi stessi.

Mons. Attilio Nicora
"La virtù cristiana della sobrietà"  
 Lettera pastorale del Vescovo di Verona per la Quaresima, 1996



Il digiuno gradito a Dio... - Is 58, 2-12

Is 58, 2-12

Mi cercano ogni giorno,
bramano di conoscere le mie vie,
come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;
mi chiedono giudizi giusti,
bramano la vicinanza di Dio:
«Perché digiunare, se tu non lo vedi?,
mortificarci, se tu non lo sai?»
Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
E' forse questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l'uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per il letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l'aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli ti dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l'opressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all'affamato,
se sazierai l'afflitto di cuore,
allora brillerà tra le tenebre la tua luce,
la tua teneba sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
La tua gente riedificherà le rovine antiche,
ricostruirai le fondamenta di trascorse generazioni.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
e restauratore di strade perché siano popolate.


05/03/14

Messaggio per la Quaresima 2014 - papa Francesco


Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle,
in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo


Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22).
Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «...perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29).
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza


Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.
Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.
Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera.
Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.
Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

papa Francesco

02/03/14

Non preoccupatevi.... - VIII T.O.

Mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».



Non preoccupatevi. Per tre volte Gesù ribadisce l'invito: non abbiate quell'affanno che toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo di fermarsi a parlare con chi si ama. Non lasciatevi rubare la gioia: quella capacità di godere delle cose belle che ogni giorno ci dona. Perché? Perché Dio non si dimentica di te. 
Domani ascolteremo un passo che è forse il più bello di Isaia: può una madre dimenticarsi del suo figliolo? Se anche una madre si dimenticasse, io non mi dimenticherò di te
Guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Gesù osserva la vita e la vita gli parla di fiducia. Gesù oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metti la tua fiducia? La sua proposta è chiara: «in Dio, prima di tutto, perché Lui non ti abbandona ed ha un progetto per te. Non mettere la fiducia nel tuo conto in banca». Non potete servire Dio e la ricchezza. Non è la ricchezza che Gesù ha di mira - infatti tra i suoi amici aveva persone ricche e altre povere - bensì ciò che lui chiama, in aramaico, mammona. «Mammona non è la ricchezza in sé, ma quella nascosta, avara, chiusa alla solidarietà, e che produce ingiustizia» (papa Francesco), che rende schiave le persone, che assorbe il loro tempo, i pensieri, la vita. Guardate gli uccelli (esserini liberi, quasi senza peso e senza gravità; lasciatevi attirare come loro dal cielo, volate alto e liberi) e non preoccupatevi. Se Dio nutre queste creature che non seminano, non mietono, quanto più voi che invece lavorate, seminate e raccogliete. 
Non è un invito al fatalismo o alla passività in attesa che la Provvidenza risolva al posto nostro i problemi: la Provvidenza conosce solo uomini in cammino (don Calabria). Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le tante cose che uniscono le tre grandi religioni, che ci fanno sentire vicini ai nostri fratelli ebrei e musulmani, ce n'è una bellissima: la certezza che Dio si prende cura, che Dio provvede. Non preoccupatevi, Dio sa. 
Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, a chi non riesce ad arrivare a fine mese, non vede speranza per i figli? La soluzione non è fatta di parole: «Se uno è senza vestiti e cibo e tu gli dici, va in pace, non preoccuparti, riscaldati e saziati, ma non gli dai il necessario per il corpo, a che cosa ti serve la tua fede?» (Giacomo 2,16). Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza. Io mi occupo di qualcuno, e allora il Dio che veste i fiori si occuperà di me. 
Cercate prima di tutto il Regno. Vuoi essere una nota di libertà nell'azzurro, come un passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, che sono solidarietà, generosità, amore, e troverai ciò che fa volare, ciò che fa fiorire!

P. Ermes Ronchi

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Si dimentica una donna del proprio bambino? - Is 49, 14-15

Isaia 49, 14-15


Sion ha detto:  «Il Signore mi ha abbandonato, 
il Signore mi ha dimenticato».
Si dimentica forse una donna del suo bambino, 
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? 
Anche se queste donne si dimenticassero, 
io invece non ti dimenticherò mai.