17/02/14

Come pregare? - Enzo Bianchi

Gli insegnamenti di Gesù sulla preghiera.

Gesù pregava. Egli apparteneva a un popolo che sapeva pregare, il popolo che ha creato il Libro dei Salmi e ha trovato nella pratica di preghiera di Israele la norma che ha informato la sua stessa fede. La sua preghiera liturgica era improntata a modi e forme della preghiera giudaica del tempo, com'era vissuta nella liturgia sinagogale e nelle feste al Tempio di Gerusalemme (...) E' da tale fonte che Gesù ha tratto ispirazione per la sua capacità creativa. (...)
Grande rilievo ha, inoltre, la preghiera personale di Gesù. Il suo ministero pubblico è, infatti, intervallato da frequenti "ritiri", sopratutto durante la notte o al mattino presto, per pregare: «in luoghi deserti», «in disparte»,
«da solo», «sul monte» (Mt 14,23; Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16; 9,18.28), in particolare, «secondo il suo solito, sul monte degli Ulivi» (Lc 22,39). Luca è l'evangelista che inisiste maggiormente sulla preghiera di Gesù, collegandola ai momenti salienti della sua vita e della sua missione (...).
Quella di Gesù è una preghiera personalissima, in cui egli si rivolge a Dio chiamandolo "Papà", con la sfumatura di particolare intimità e confidenza insita nel termine aramaico Abba: essa è porta d'accesso al mistero della sua personalità, tutta sotto il segno della filialità nei confronti del Padre amato. E a Gesù, che prega con insistenza e perseveranza, il Padre risponde entrando con lui in dialogo: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7; Eb 1,5; cfr. Mc 1,11), parole che trovano nell'oggi della resurrezione il loro compimento (cfr. At 13, 32-33).
E' a partire dalla sua esperienza di preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare, e lo ha fatto attraverso un'interpretazione autorevole dell'insegnamento relativo alla preghiera contenuto nella Scrittura e nella tradizione da lui ricevuta. E' dunque essenziale alla preghiera autentica accolgiere i consigli per la preghiera dati da Gesù ai discepoli e e da questi ascoltati, conservati, consegnati alle comunità cristiane, quindi vissuti dai credenti fino ad essere depositati come Scrittura nei Vangeli. Queste indicazioni sono ancora oggi le linee spirituali e pastorali essenziali per la preghiera cristiana. Prima di esaminarle più da vicino, va ricordato che Gesù ha riassunto il suo insegnamento nell'orazione del "Padre nostro", definito giustamente "compendio di tutto il Vangelo" (Tertulliano). In verità il Pater noster (...) più che una formula rigida, costituisce ubna sintesi delle indicazioni di Gesù sparse come semi nei quattro vangeli: è una traccia (...) capace di ricapitolare l'essenziale della preghiera cristiana.

a) PRIMA DI PREGARE, RICONCILIATI CON IL TUO FRATELLO (cfr. Mt 5,23-24; Mc 11,25)
Nel momento stesso in cui il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo Padre, deve essere consapevole che egli non compie da solo questa invocazione, ma la esprime insieme a dei fratelli: dice «Padre», ma subito aggiunge «nostro». (...) La riconciliazione con il fratello e l'amore che si spinge fino al nemico, fino alla volontà di fare il bene a chi ci fa del male (cfr. Lc 6,27): ecco l'atteggiamento che deve accompagnare l'inizio di ogni dialogo con il Signore. Se si dimentica questopreliminare, si depaupera gravemente la preghiera, fino a vanificarla. Lo scopo della preghiera, che è la comunione, è infatti contraddetto dalla situazione di divisione e di odio vissuta dall'orante: come si può pretendere di dialogare con Dio, che ci ha amati mentre eravamo nemici, e di parlare con lui che non si vede, se non si sa perdonare o non si vuole comunicare con il fratello che si vede (cfr. 1Gv 4,20)? (...)
 
b) QUANDO PREGHI, RITIRATI NELLA TUA CAMERA (Mt 6,6)
Il credente vive la sua fede nella comunità, la esprime nella liturgia [che ha il culmine nella celebrazione dell'Eucarestia] preghiera di tutta la Chiesa, e deve pregare insieme agli altri fratelli e sorelle, facendo della preghiera comune la migliore scuola di preghiera personale. (...)
La liturgia è, dunque, l'ambiente vitale in cui crescere nella fede e nella comunione con il Signore.
Tuttavia, la preghiera comune non è sufficiente: essa necessita dell'interiorizzazione, della gratuità di chi dà del tu a Dio personalmente, quando gli altri non sono fisicamente accanto a lui. Pregare nella solitudine, in disparte, non è una forma di individualismo, bensì la possibilità di incontrare Dio quali figli nel segreto del cuore, accettando su di sé quello sguardo penetrante del Dio che conosce, guarda, parla a ciascuno in modo irripetibile e unico. L'invito di Gesù a pregare nel segreto non è solo un antidoto all'ipocrisia di chi prega per essere visto e ammirato dagli altri (cfr. Mt 6,5), ma indica un modo di dialogo amoroso e intimo con Dio, "faccia a faccia" con l'Invisibile... Sì, la preghiera personale è l'occasione di rivolgersi a Dio con libertà, di accogliere nello svolgersi del tempo la sua Presenza, di percepire il suo approssimarsi, il suo stare alla porta e bussare (cfr. Ap 3,20), il suo visitarci con premura. Un orante che si nutre unicamente di preghiera comune rischia di fare di quest'ultima solo un'esperienza di appartenenza al gruppo, se non una sorta di esibizione di fronte agli altri...
Ebbene, oggi è proprio la preghiera personale ad essere maggiormente trascurata, e questa situazione rischia a lungo terminedi svuotare anche la verità della stessa preghiera liturgica. (...) Suonano come un monito ancora attuale le parole di Martin Buber: «Se credere in Dio significa poter parlare di lui in terza persona, non credo in Dio. Se credere in lui significa potergli parlare, allora credo in Dio» (...)

c) TUTTO CIO' CHE CHIEDERETE NEL MIO NOME LO FARO' (Gv 14,13)
Pregare è anche chiedere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno, ma chiederlo nel Nome di Gesù. Questo da un lato significa unire la nostra preghiera a quella di Gesù, che «alla destra di Dio intercede per noi» (Rm 8,34; cfr. Eb 7,25); ma, sopratutto, accordare la nostra preghiera con la sua, cioè avere in noi gli stessi sentimenti e gli stessi pensieri che furono in lui. Fine della preghiera, infatti, è ottenere che noi facciamo la volontà di Dio, non che Dio faccia la nostra: non le nostre preghiere trasformano il disegno d'amore di Dio su di noi, ma sono i doni che Dio concede nella preghiera a trasformare noi e a mettereci in sintonia con la sua volontà! Ecco perché, se si prega nel Nome di Gesù - sconcertante ma vero - , si è già esauditi (cfr. Gv 15,16; 16, 23-24), avendo posto come primato su tutto la volontà di Dio che si compie in noi e in utte le creature del cielo e della terra: questo primato è stato la sete di Gesù lungo tutta la sua vita, è stato il suo cibo quotidiano (cfr. Gv 4,34)... A tale esaudimento occorre credere, perché tutto diventa possibile a colui che ha fede (cfr. Mc 9,23; 11,24; 1Gv 5,14-15) (...).

d) PREGARE CON UMILTA', COME IL PUBBLICANO (cfr Lc 18,9-14)
L'orgoglio, il disprezzo degli altri, la sopravvalutazione di se stessi sono tutti impedimenti alla preghiera; al contrario affermare con convinzione come il pubblicano della parabola «O Dio, abbi piteà di me, peccatore» (Lc 18,13), è la prima parola per rivolgersi a Dio. Nessuna auto-esaltazione è possibile di fronte al Dio tre volte Santo, ma solo la conoscenza del proprio peccato (...) Nel vangelo di Luca - come si è già accennato - il modello di tale disposizione interiore è il pubblicano, il peccatore giustificato perché presentatosi a Dio in quell'umiliazione che, sola, può èreludere all'umiltà (...)
La relazione tra Dio e l'uomo nella preghiera va posta nell'intima verità dei protagonisti di tale incontro: il Creatore e la creatura, il Padre prodigo d'amore e il figlio perduto e ritrovato, il Medico e il malato, il Santo e il peccatore.

e) PREGARE INSIEME, ACCORDANDOSI CON I FRATELLI (cfr. Mt 18, 19-20)
Se è vero che anche la preghiera solitaria dovrebbe essere fatta in comunione con tutta l'umanità, tale comunione deve essere la nostra preoccupazione principale nel momento della preghiera comune. Cristo Signore, infatti, ha assicurato la sua presenza in tale situazione «Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). L'accento specifico dell'esortazione di Gesù cade sul symphonein, sul far convergere le voci, che ha come esigenza l'accordarsi, il far convergere i cuori, ossia il compiere un cammino verso una comunione profonda di sentimenti, al fine di presentarsi insieme davanti a Dio. La preghiera "sinfonica" fatta sulla terra trova esaudimento nei cieli (cfr. Mt 18,19) (...) Nella preghiera, dunque, non si tratta solo di unire le voci in domande e azioni di grazie, ma di farlo unendo il cuore di tutti. Arte difficile quella dell'accordarsi, ma non si può pregare insieme senza questo cammino faticoso di riconoscimento dell'altro, della sua alterità, della sua differenza, dei suoi doni e del suo servizio nella Chiesa. (...)

 f) PREGARE CON FIDUCIA (cfr Mt 6, 7-8)
E' un consiglio importante che precede l'insegnamento del "Padre Nostro"; ma anche altrove Gesù afferma: «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete»  (Mt 21,22). La pregheira cristiana non è come quella dei pagani che affaticano gli dèi moltiplicando le parole e confidando in esse; la nostra fiducia va posta in colui che ci parla e ci chiama alla preghiera: Dio, il Padre. 
La preghiera filiale non si misura, dunque, sulle ripetizioni e sulla lunghezza (cfr. Mc 12,40; Lc 20,47), ma sulla fede che la anima. Infatti, «il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno ancor prima che gliele chiediamo» (cfr. Mt 6,8.32), e nessun orante ha da temere che egli gli dia pietre al posto del pane (...) Nessuna paura per chi sa di essere figlio di Dio, per chi è certo di mettere la propria preghiera nelle mani di colui che è nostro avvocato presso il Padre (cfr. 1Gv 2,1). (...) Se anche la nostra coscienza ci rimproverasse, «Dio è più grande del nostro cuore» e ci permette di stare davanti a lui con parresia: senza questa franchezza non c'è vera preghiera cristiana perché essa è alla base della fiducia che anima il credente e la comunità cristiana nel suo insieme.

g) PREGARE SEMPRE, SENZA STANCARSI (cfr. Lc 18,1-8 e 21,34-36)
La preghiera richiede perseveranza, continuità. Più volte Gesù ha chiesto la preghiera senza interruzione. (...) Pregare sempre non significa imepgnarsi nel ripetere continuamente formule o invocazioni, ma vivere un'esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano memoria Dei, il ricordo costante di Dio (...). In altri termini, è questione di riconoscere che il Dio vivente è costantemente all'opera nella nostra esistenza e nella storia; di lottare per essere sempre consapevoli della presenza di Dio in noi, ossia della comunione che egli ci dona, perché la accogliamo e la condividiamo con tutti i nostri fratelli e sorelle.
Se c'è questa consapevolezza della presenza di Dio, allora lo Spirito Santo, che prega continuamente in noi, può invaderci talmente con la sua preghiera, da scavare a poco a poco in noi una sorgente d'acqua viva (cfr. Gv 7,38), un torrente che non si arresta. Così perveniamo a una preghiera continua, che non nasce da noi: è un flusso sotterraneo, un costante ricordo di Dio che ogni tanto emerge e diventa preghiera esplicita, ma che non ci abbandona mai. In tal modo possiamo anche farci voce di ogni creatura e di tutto il creato, perché l'universo è un oceano di preghiere che sale a Dio: preghiere inarticolate, gemiti rivolti al Creatore in attesa della manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19).

 
Enzo Bianchi
 tratto da "Perché pregare, come pregare"

15/02/14

Gesù: il compimento della Legge - VI T.O.

 Mt 5,17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. (...)

Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. (...)

Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».


Un altro dei Vangeli "impossibili": se ognuno che dà del matto o dello stupido a un fratello in un impeto d'ira, fosse trascinato in tribunale o finisse all'inferno, non avremmo più un uomo a piede libero sulla terra e, nei cieli, Dio tutto solo a intristire nel suo paradiso vuoto. 
Gesù stesso sembra contraddirsi: afferma l'inviolabilità della legge fin nei minimi dettagli e trasgredisce la norma più grande, il riposo del sabato. Ma ogni sua parola converge verso un obiettivo: far emergere l'anima segreta, andare al cuore della norma. Il Vangelo non è un manuale di istruzioni, con tutte le regole già pronte per l'uso, già definite e da applicare. Il Vangelo è maestro di umanità, non ci permette di non pensare con la nostra testa, convoca la nostra coscienza e la responsabilità del nostro agire, da non delegare a nessun legislatore. 
Allora cerco di leggere più in profondità e vedo che Gesù porta a compimento la legge lungo due linee: la linea del cuore e la linea della persona
- La linea del cuore. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, cioè chiunque alimenta dentro di sé rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Gesù va alla sorgente, al laboratorio dove si forma ciò che poi uscirà all'esterno come parola e gesto: ritorna al tuo cuore e guariscilo, poi potrai curare tutta la vita. Va alla radice che genera la morte o la vita: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1Gv 3, 15). Il disamore uccide. Non amare qualcuno è togliergli vita; non amare è per te un lento morire. 
- La linea della persona: Se tu guardi una donna per desiderarla sei già adultero... Non dice: se tu, uomo, desideri una donna; se tu, donna, desideri un uomo. Non è il desiderio ad essere condannato, ma quel "per", vale a dire quando tu ti adoperi con gesti e parole allo scopo di sedurre e possedere l'altro, quando trami per ridurlo a tuo oggetto, tu pecchi contro la grandezza e la bellezza di quella persona. È un peccato di adulterio nel senso originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno di Dio, l'immagine di Dio. Perché riduci a corpo anonimo, lui o lei che invece sono abisso e cielo, profondità e vertigine. Pecchi non tanto contro la morale, ma contro la persona, contro la nobiltà, l'unicità, il divino della persona. Lo scopo della legge morale non è altro che custodire, coltivare, far fiorire l'umanità dell'uomo. A questo fine Gesù propone un unico salto di qualità: il ritorno al cuore e alla persona. 
Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri.

P. Ermes Ronchi

www.avvenire.it

12/02/14

Un improrogabile rinnovamento ecclesiale - papa Francesco (E.G.)

dalla «Evangelii Gaudium», esortazione apostolica 2013

III. Pastorale in conversione

26. Paolo VI invitò ad ampliare l'appello al rinnovamento, per esprimere con forza che non si rivolgeva solo ai singoli individui, ma alla Chiesa intera. Ricordiamo questo testo memorabile che non ha perso la sua forza interpellante: «La Chiesa eve approfondire a coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio [...] Deriva da questa illuminata ed operante coscienza uno spontaneo desiderio di confrontare l'immagine ideale della Chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata (Ef 5,27), e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta [...] Deriva perciò un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che è Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta» (Paolo VI, Ecclesiam suam 1964).  Il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l'apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo: «Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in un'accresciuta fedeltà alla sua vocazione [...]. La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6). Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c'è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza "fedeltà della Chiesa alla propria vocazione", qualsiasi nuova struttura si corrpompe in poco tempo.

UN IMPROROGABILE RINNOVAMENTO ECCLESIALE

27. Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per le'vangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse  diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di "uscita" e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell'Oceania, «ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d'introversione ecclesiale» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Oceania 2001). 

28. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l'unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (Giovanni Paolo II, Christifideles laici 1988). Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell'ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell'annuncio, della carità generosa, dell'adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell'evangelizzazione. E' comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l'appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione. 

29. Le istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza  della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con un parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici. 

30. Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del Vescovo, è anch'essa chiamata alla conversione missionaria. Essa è il soggetto dell'evangelizzazione, in quanto è la manifestazione concreta dell'unica Chiesa  in un luogo del mondo, e in essa «è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (Conc. Ecum. Vat. II Christus Dominus, 11). E' la Chiesa incarnata in uno spazio determinato, provvista di tutti i mezzi di salvezza donati da Cristo, però con un volto locale. La sua gioia di comunicare Gesù Cristo si espreime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio- culturali. Si impegna a stare sempre lì dove maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto. Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma.
 (...)

 33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del "si è fatto sempre così". Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un'adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L'importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale.

papa Francesco
 



09/02/14

Voi siete la luce del mondo - V T.O.

 Mt 5, 13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 

La lettura del Vangelo di Matteo, nel suo V capitolo ci parla del celeberrimo testo del sale della terra e della luce del mondo ed è introdotto dalla I lettura tratta dal Libro del Profeta Isaia (Is 58, 7-10) che leggiamo nei capitoli finali, quelli che presentano una visione "escatologica" delle ultime cose; eppure questa lettura da delle indicazioni sulla vita etica, privata, del singolo israelita; qui si parla del digiuno vero, autentico, che è il dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, i senza tetto, vestire gli ignudi... che ci rieccheggia l'ultimo discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo con la parabola del "Giudizio universale"... e si conclude con questa espressione «allora - se farai tutte queste cose -  la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto»
 Cosa significa? Perché la tua luce? Si parla della luce di un uomo collegata alla sua salute, salute non intesa semplicemente in chiave fisica. Parla della ferita globale dell'uomo, della sua identità, della sua condizione. La sua luce è la sua salute. L'uomo ha una luce. Che luce?

Ce lo spiega il Vangelo di oggi: «Voi siete la luce del mondo». Ogni uomo ha una sua peculiarità: deve brillare della sua propria luce. Ogni persona che viene al mondo ha una missione, ha qualcosa di importante da fare ed è qualcosa da fare per gli altri... perché l'uomo, fondamentalmente, è relazione, prima con Dio e poi con il prossimo. Fallire la nostra missione, vuol dire diventare tenebra; vuol dire diventare "zona" d'ombra dove non si vede Dio e non si vede il prossimo: nella tenebra, infatti, l'altro non appare e noi stessi non appariamo. La tenebra è "quel posto" dove noi non siamo più persone, dove siamo buio. L'individualismo, il nostro "pascolare" noi stessi, il non condividere le nostre cose... più che essere un problema di ordine etico o di ingiustizia, è un problema di infedeltà alla nostra più autentica verità
Noi siamo chiamati ad una sfida: essere fino in fondo la bellezza che siamo. Non possiamo vivere se non brillando, se non essendo luce. La nostra luce, però, è una luce un po' particolare.
Molti uomini e donne, su questa terra, cercano la propria luce e brillano di una luce fatua, che dura poco, che non resta e non ha niente di eterno in sé... perché cercano di essere se stessi a partire da se stessi.  Nella I lettura di Isaia, invece,  vediamo che un uomo arriva alla propria luce perché in realtà guarda qualcun altro: guarda un povero, guarda un affamato... E così, nel Vangelo si dice «Voi siete la luce del mondo»: essere luce di qualcun altro, non essere luce solo per se stessi.

Proviamo a leggere più a fondo questo testo: «non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro». 
Non si accende una luce per metterla in un luogo dove non possa fare il suo servizio: la luce ha come servizio quello di donare la sua visibilità a tutti; quindi una luce si accende perché qualcun altro veda, non vive per se stessa
 Chi accende la luce? Dio accende la luce.
Se leggiamo questo testo ci accorgeremo infatti che il periodo è posto al passivo: non può restare nascosta una città posta (trad. dal greco) sopra un monte; né si accende una lampada per metterla sotto il moggio...  - la lampada non si accende da sola, ma viene accesa da qualcuno. 
Noi, pertanto, continueremo a camminare nelle tenebre fino a che il fine ultimo di ciò che viviamo è il nostro ego; finché il fine ultimo che ci muove ad agire e la chiave per interpretare la nostra esistenza, è il nostro ego, noi non capiremo mai ciò che ci succede. Nella nostra vita, infatti, possono accadere delle cose molto difficili, dure, enigmatiche da comprendere, ma le inizieremo a capire solo quando le prenderemo  come luce per qualcun altro: ossia, quel qualcosa che ci è capitato è accaduto per amare qualcuno. Una cosa è cercare di sbrogliare la matassa degli enigmi della propria vita sulla base di una finalità che parte da noi e finisce con noi , altra cosa è iniziare a chiedersi: da questo male che io posso aver subito, da questi limiti con cui devo fare i conti... può venire qualcosa di buono per qualcun altro? 
Quando noi rovesciamo questa prospettiva capiamo Cristo Crocifisso, il quale fa di un suo fatto privato, terribile, mostruoso, ingiusto... la luce del mondo! Questo si compie in lui, perché quando muore sulla croce, il sole si eclissa ( «e si fece buio su tutta la terra». Lc 23, 44) e lui diventa la luce. La vera luce per l'uomo non è più, da allora, la luce naturale, ma è il modo in cui Gesù muore per noi; lui offre il suo dolore per noi: e in questo noi siamo redenti. Siamo redenti quando la luce diventa qualcosa per illuminare: allora, le nostre qualità, la nostra storia, tutto quello che ci succede... tutte le nostre sfide, sono finalizzate all'amore, ad aprirsi all'Altro e all'altro (a Dio e al fratello).
Aprirsi a fare della nostra vita un sale che da sapore. 
Una cosa è trovarsi accanto un amico che non ha mai sofferto, o un amico che ha sofferto ma ha rifiutato le sue sofferenze, e altro ancora è trovarsi accanto un amico che sfrutta i dolori che ha vissuto nella sua esistenza per volerci bene, per comprenderci, per starci accanto, per servirci. C'è una luce che è nascosta nella nostra vita e che forse non stiamo sfruttando a pieno: è la luce del mondo, la luce di Cristo, la luce dell'amore.

don Fabio Rosini


05/02/14

Lo stato di abbandono e i suoi effetti - J.P. de Caussade

Bisogna essere distaccati da tutto quello che si prova e da ciò che si fa, per camminare nella via in cui non si vive più che in Dio e nel dovere presente. (...) Bisogna limitarsi al momento presente senza pensare alle cose che l'hanno preceduto né a quelle che dovranno seguirlo. Supponendo sempre la fedele osservanza della legge di Dio, qualcosa vi farò dire: «Attualmente sento inclinazione per questa persona, per questo libro; desidero ricevere o dare questo consiglio, formare tale piano, aprirmi a quest'anima o accogliere i suoi sentimenti; vorrei dare o fare la tale cosa». Bisogna seguire tutto quanti si presenta per impulso della grazia, senza sostenersi nemmeno per un istante con le proprie riflessioni, i propri ragionamenti, i propri sforzi; bisogna applicarsi alle cose nel momento in cui Dio ci chiama ad esse, senza decidere mai da se stessi. La volontà di Dio si realizza in noi poiché è lui che vive in noi nello stato di cui stiamo parlando; essa deve assolutamente prendere il posto di tutte le nostre ordinarie decisioni. (...) Tali anime sono portate ora a una lettura ora a un'altra, ovvero a fare una certa osservazione o una riflessione sul più piccolo avvenimento. In un certo momento Dio suscita in loro il desiderio di istruirsi su quelle cose che in un altro momento le ossterranno nella pratica delle virtù. 
In tutto quello che fanno, queste anime non sentono che l'attrattiva di farlo, senza sapere perché. (...) Ecco che cosa obbliga queste anime ad essere semplici, docili, arrendevoli e mobili ai minimi soffi di questi impulsi quasi impercettibili. Dio che le possiede ha il diritto di farle applicare a ogni cosa per la sua gloria. Se esse volessero resistere a queste attrattive, seguendo le regole di quelle anime che vivono con sforzo e iniziative personali, si priverebbero di mille cose necessarie a compiere i doveri del tempo futuro. Ma poiché si ignora ciò, le si giudica, le si biasima per la loro semplicità (...). Così i maestri di spirito comuni non possono sopportare le anime che dipendono  in tal modo e in ogni istante dalla Provvidenza, e non ci sono che poche anime del loro stesso stato che le approvano. Dio che istruisce gli uomini attraverso gli uomini non manca mai di farne incontrare di tale natura a coloro che sono semplici e fedeli al loro abbandono. 

C'è un tempo in cui Dio vuole essere la vita dell'anima e operare lui solo la sua perfezione in un modo segreto e sconosciuto; allora tutte le idee proprie, le luci, le iniziative, le ricerche, i ragionamenti sono fonte di illusioni. E quando l'anima, dopo parecchie esperienze tristi a cui l'ha condotta la sua volontà, ne riconosce finalmente l'inutilità, scopre che Dio ha nascosto e confuso tutte le sorgenti per farle trovare la vita in lui. Allora, convinta del suo nulla, e che tutto quello che può trarre dalla sua proprietà le è dannoso, si abbandona a Dio per non avere altro che lui e ogni altra cosa da lui. Dio diventa dunque per lei una sorgente di vita, non mediante idee, luci e riflessioni, poiché tutto questo non è più in lei che una fonte di illusioni; ma per effetto e per realtà di grazie nascoste sotto varie forme. Restando tuttavia l'operazione divina sconosciuta all'anima, essa ne riceve la virtù, la sostanza , la realtà attraverso circostanze di ogni genere che crede siano la sua rovina. Non c'è rimedio a questa oscurità, bisogna lasciarsi sommergere. In essa Dio dona se stesso e tutte le cose nella fede. L'anima non è più che un soggetto cieco o, se si preferisce, è simile a un malato che ignora l'efficacia delle medicine non sentendone che l'amarezza; può anche pensare che gli daranno la morte, e le crisi e le debolezze sembrano giustificare i suoi timori.  Tuttavia è sotto questa parvenza di morte che riceve la salute, e le prende sulla parola del medico che gliele presenta. 
Un tempo l'anima, attraverso idee e illuminazioni, vedeva quanto costituiva il piano della sua perfezione; non è più così nel suo stato presente: la perfezione le si presenta contro ogni idea, ogni luce e ogni sentimento; le si offre attraverso tutte le croci provvidenziali, nelle azioni del dovere presente, in certe attrattive che non hanno niente di buono, se non che portano al peccato, ma che sembrano ben lontane da ciò che è sublime e dalla virtù straordinaria.In queste croci che si succedono a intervalli si nasconde Dio il quale si dà con la sua grazia in un modo misterioso, perché l'anima sente solo la debolezza nel sopportare le croci, il disgsto verso i propri doveri, mentre le sue attrattive la portano a compiere esercizi molto comuni. L'ideale dellla santità non costituisce per lei che un rimprovero interiore verso le sue disposizioni basse e spregevoli; le vite dei santi la condannano e non trova di che difendersi di fronte a una santità che la riempie di desolazione, perché non ha la forza per raggiungerla, e non sente la sua debolezza come un dono divino, ma solo come viltà. (...) Tuttavia sente come un'inclinazione fondamentale che la tiene ancorata a Dio e le suggerisce impercettibilmente che tutto andrà bene purché ella lasci fare e non viva che di fede. (...) 
Tu cerchi Dio, anima cara, ed egli è dovunque, tutto te lo annuncia, tutto te lo comunica, egli ti passa a fianco, attorno, dentro, attraverso di te, si ferma e tu lo cerchi! (...) Le tue sofferenze, le tue azioni, le tue attrattive sono enigmi sotto i quali Dio si dà a te, mentre tu corri vanamente alla ricerca di idee sublimi di cui egli non vuole affatto rivestirsi per abitare in te. (...) Dio dunque si nasconde all'anima per elevarla a quella fede pura che sa scorgerlo sotto ogni sorta di veli (...).
O divino amore, nasconditi, corri, balza tra le sofferenze, costringi con l'attrattiva del dovere, componi, mescola, confondi, rompi come fili tutte le idee e tutti i progetti dell'anima: che essa perda l'orientamento, non conosca e non scorga più né strade, né vie, né sentieri, né luci; che dopo averti trovato nelle tue dimore e nelle tue vesti abituali, nel riposo della solitudine, nella preghiera, nell'assoggettarsi a questa e a quella pratica, nelle sofferenze, nel conforto dato al prossimo, nella fuga dalle conversazioni, dagli affari; che dopo aver tentato tutti i modi e i mezzi conosciuti per piacerti, essa finalmente si areni, non vedendoti più in nessuna di queste cose come ti vedeva un tempo! Che l'inutilità di tutti questi sforzi la conduca infine a lasciar tutto, ormai, per trovarti in te stesso, e dovunque, in tutto senza distinzione né riflessione. 

Jean-Pierre de Caussade,  "L'abbandono alla divina Provvidenza"

04/02/14

Una Chiesa in uscita - papa Francesco (E.G.)

dalla «Evangelii Gaudium», esortazione apostolica 2013


 CAPITOLO 1
LA TRASFORMAZIONE MISSIONARIA DELLA CHIESA

19. L'evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20). In questi versetti si presenta il momento in cui il Risorto invia i suoi a predicare il Vangelo in ogni tempo e in ogni luogo, in modo che la fede in Lui si diffonda in ogni angolo della terra.

I. Una Chiesa in uscita

20. Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di "uscita" che Dio vuole provocare nei credenti. Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cf. Gen 12, 1-3). Mosè ascoltò la chiamata di Dio: «Và, io ti mando» (Es 3,10) e fece uscire il popolo verso la terra promessa (cf. Es 3,17). A Geremia disse: «Andrai da tutti coloro a cui ti manderò» (Ger 1,7). Oggi, in questo "andate" di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova "uscita" missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. 

21. La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cf. Lc 10, 17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cf. Lc 10, 21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell'ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste. Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell'esodo e del dono, dell'uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre. Il Signore dice: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38). Quando la semente è stata seminata in un luogo, non si trattiene più là per spiegare meglio o per fare segni ulteriori, bensì lo Spirito lo conduce a partire verso altri villaggi.

22. La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l'agricoltore dorme (cf. Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

23. L'intimità della Chiesa con Gesù è un'intimità itinerante, e la comunione «si configura essenzialmente comunione missionaria» (Giovanni Paolo II, Christifideles laici 1988). Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno. Così l'annuncia l'angelo ai pastori di Betelemme: «Non temete, ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). L'Apocalisse parla di «un vangelo eterno da annunciare agli abitanti della terra e a ogni nazione, tribù, lingua e popolo» (Ap 14,6).

PRENDERE L'INIZIATIVA, COINVOLGERSI, 
ACCOMPAGNARE, FRUTTIFICARE E FESTEGGIARE

24. La Chiesa "in uscita" è la comunità di discepoli missionari che prendono l'iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. "Primerear - prendere l'iniziativa": vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l'iniziativa, l'ha preceduta nell'amore (cf. Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l'iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell'aver sperimentato l'infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po' di più prendere l'iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa "coinvolgersi". Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13, 17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all'umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così "odore di pecore" e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad "accompagnare". Accompagna l'umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L'evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche "fruttificare". La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre "festeggiare". Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell'evangelizzazione. L'evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all'esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell'attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.

papa Francesco


03/02/14

Presenza di Te - J. Newman


Gesù aiutami a spargere il profumo
ovunque io vada.
Inondami del tuo Spirito e della tua vita.
Penetra in me ed impossessati del mio essere,
così pienamente che tutta la mia vita
sia soltanto un'irradiazione della tua.
Risplendi attraverso me e in me.
Che ogni anima che io avvicino
senta la tua presenza nella mia anima.
Che esse cerchino e vedano non più me,
ma soltanto Gesù.
Resta con me!
Allora io incomincerò a splendere come splendi tu;
a splendere così da essere luce agli altri;
la luce, Gesù, verrà tutta da Te;
e nulla di essa sarà mio;
sarai tu ad illuminare gli altri attraverso me.
Fa' che io ti lodi nel modo che a te più piace,
effondendo la tua luce su quelli che mi circondano ..
Che io predichi di Te senza precj.icare,
non con le parole, ma col mio esempio:
con la forza che trascina,
con il suadente influsso del mio operare,
·con la manifesta pienezza dell'amore
che il mio cuore nutre per te. 

Card. J. Newman