13/01/14

Evangelii gaudium, Introduzione - papa Francesco


1. La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita interiore di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall'isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli  a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.

I. Gioia che si rinnova e si comunica

2.  Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l'entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.

3.  Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c'è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore» (Paolo VI, Gaudete in Domino 1975). Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un'altra volta fra le tue braccia redentrici». Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia (...) Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!
(...)

5. Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell'angelo a Maria (Lc 1,28)., La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cf. Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai suoi discepoli: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto «gioirono» (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52). Un eunuco appena battezzato, «pieno di gioia seguiva la sua strada» (8,39) e il carceriere «fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio» (16,34). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

6. Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto. Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie: «Sono rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere... Questo intendo richiamare al mio cuore, e per questo voglio riprendere speranza. Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie. Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà... E' bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,17.21-23.26).

7. La tentazione appare frequentemente sotto forma di scuse e recriminazioni, come se dovessero esserci innumerevoli condizioni perché sia possibile la gioia. Questo accade perché «la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia» (Paolo VI, Gaudete in Domino 1975). Posso dire che le gioie più belle e spontanee che ho visto nel corso della mia vita sono quelle di persone molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi. Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo conservare un cuore credente, generoso e semplice. In varie maniere, queste gioie attingono alla fonte dell'amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo. Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est 2006).
8.  Solo grazie a quest'incontro - o reincontro - con l'amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall'autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell'azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?


papa Francesco

Evangelii Gaudium, esortazione apostolica, 2013


11/01/14

Battesimo del Signore (A)

Mt 3,13-17

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».


Lo svelamento di Dio -e qui, nel Battesimo di Gesù, siamo a un'ulteriore svelamento, a un'ulteriore epifania- lo svelamento di Dio è sempre sorprendente, sconcertante. Il modo più semplice, più facile, ma anche il più rozzo di togliere la sorpresa, lo sconcerto, è quello di banalizzare l'episodio del Battesimo. Crea sorpresa, sconcerto il vedere Gesù immerso con i peccatori a farsi battezzare? Commentiamo dicendo che insomma lui faceva finta, era una finta per dare a noi un esempio. Vedete come si può banalizzare tutto: un metodo ampiamente usato in passato.
Invece il Vangelo -particolarmente quello di Matteo- registra lo sconcerto, la sorpresa, tant'è che Giovanni il Battista voleva impedire questo battesimo: "Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me". Ma Gesù gli disse: "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia". E anche su questo, sulla categoria della giustizia -che cosa è giusto e che cosa non è giusto- ci troviamo sconcertati. Perché per noi è giusto che nella fila con i peccatori vadano i peccatori e che a farsi battezzare vadano coloro che hanno peccati da confessare e non chi di peccati da farsi perdonare non ne ha. "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia". Ma cos'è giustizia. Giustizia nella Bibbia è la conformità alla volontà di Dio, l'adesione al suo sapiente disegno su di noi.
È come se Gesù dicesse: guarda che c'è un disegno su di me, e non è quello che forse hai in mente tu: quello di un Messia fustigatore, trionfante, giudice severo. È' altro il disegno su di me: il mio trionfo sarà la croce, la condivisione della sorte degli abbandonati, non il distacco, ma l'immersione, il mescolarsi. E questa mia prima scelta dice la direzione della mia vita: dalle prime luci dell'alba potete capire quale sarà la giornata. Queste del mio Battesimo sono le prime luci dell'alba. E così con questa domenica del Battesimo del Signore si completa il discorso, il discorso sul Natale.

C'è stato raccontato da chi è nato il Messia, quando è nato, dove è nato, come è nato. Ma per che cosa è nato? Per che cosa è nato lo puoi arguire da questo Battesimo. Qui è scritto il suo programma, la giustizia, il progetto di Dio sulla sua vita.
È la sua investizione ; viene detto figlio, "il figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto" proprio quando si mescola con tutti, porta il peso di tutti.
Trasparente l'allusione al cap. 42 di Isaia; anche là: "Ecco il mio servo, che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio".

Ci sono tre "no" nel programma del servo di Yahvè. Vediamoli brevemente.

"Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce".
Non l'arroganza, non l'insulto, non il coprire la voce degli altri, non la spettacolarità sarà il suo stile, ma un umile sentire di sé. Lo vedi già nel giorno del Battesimo.
E ancora, "non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta".
Sarà un segno di misericordia, segno della compassione di Dio per i deboli, per i vacillanti: non li scarterà. Non la distanza dalla gente che fatica, ma la condivisione della fatica, della debolezza: già lo vedi nel giorno del Battesimo.
E il terzo no: non spezzerà il debole certo, ma nemmeno lui si spezzerà: "non verrà meno, non si spezzerà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra". E cioè la soavità e la mitezza, accompagnate "da fermezza nel soffrire, da tenacia nel ristabilire il diritto".

Ecco sintetizzato il programma a cui introduce l'investitura del Battesimo.
Forse non ci pensiamo, o pensiamo troppo poco che nel nostro Battesimo siamo stati segnati col segno di Cristo, di questo servo di Yahvè in fila con i peccatori.
Chissà se pensiamo, quando diamo il Battesimo a un figlio, che lo introduciamo a questo programma: non griderà, non spezzerà, non verrà meno.
Chissà se pensiamo che questo programma è il nostro segno di appartenenza.

In un suo commento P. David Maria Turoldo ricordava che suo padre un giorno, quando lui piangeva perché voleva la tessera dell'Azione Cattolica, gli disse: "Tessera, tessera, qui in casa mia non voglio tessere - perché poi era il tempo delle tessere - ti basti il Battesimo!".

don Angelo Casati

www.sullasoglia.it


08/01/14

Cinquantotto

Alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto , e quelle rimarranno sempre con me


Etty Hillesum






06/01/14

Sottomessa alla carità. Libera in tutto - E. Bianchi

tratto da "Avvenire" 5 gennaio 2014

Non è difficile immaginare il sorriso sereno sul volto ora trasfigurato di Madeleine Delbrêl al vedere che un papa non solo parla di “periferie” – dal marzo scorso non si contano più gli uomini di chiesa che usano questa espressione – ma che da sempre le ha conosciute, visitate e amate; o ancora al sentire dire dal vescovo di Roma: “ho conosciuto diversi marxisti che erano brave persone e quindi quell’aggettivo non mi offende”. Sorriderà Madeleine Delbrêl, perché lei in periferia, in una città satellite di Parigi, feudo comunista, ci è andata a vivere deliberatamente. E con “brave persone” conosciute tra i marxisti ha collaborato a lungo per la giustizia e la solidarietà. 

Certo, quando nel 1935 la Delbrêl si trasferisce con alcune compagne al numero 11 di rue Raspail a Ivry-sur-Seine per una presenza e una testimonianza cristiana al cuore di un quartiere operaio, non sono molti nel mondo cattolico a capire quella follia di una donna tenace e dolcissima. E ancora meno sono quelli che pensano di sostenerla in questo suo modo insolito di vivere la fede come “coinvolgimento della vita eterna nella storia”.

Oggi, un’associazione di amici di Madeleine Delbrêl cerca di ridare vita e decoro a quel semplice appartamento che ha visto brillare una scintilla di vita evangelica durante una trentina d’anni, fino alla morte di Madeleine, e poi, fino a due anni fa, la fedele presenza di un vita comune ispirata da quella “convertita” che a vent’anni aveva scoperto “questa fortuna meravigliosa: Dio esiste”. È da lì, da quella “cintura rossa” allora vero e proprio cuore pulsante del comunismo francese, dal quotidiano vivere e faticare anche con quanti non condividono la sua fede, che il cuore, l’azione e gli scritti di Madeleine Delbrêl spaziano nelle speranze e nelle difficoltà della chiesa attraversata dai fermenti che condurranno al Vaticano II. “Semplici cristiane desiderose di vivere insieme il Vangelo”, Madeleine e le sue tre compagne delle prima équipe sentono nella libertà dei figli di Dio il loro spazio vitale e, allo stesso tempo, il fondamento del loro agire: “Siamo libere da ogni obbligo, ma dipendiamo totalmente da una sola necessità: la carità”.

Quando si obbedisce alla carità, l’obbedienza può diventare persino una danza, una “festa senza fine dove si rinnova l’incontro con Te” e dove “la monotonia e la noia sono prerogative delle anime stantie che fanno da tappezzeria nel gioioso ballo dell’amore”. Se pensiamo che questa Ballata dell’obbedienza la Delbrêl la scrisse il 14 luglio 1949, festa nazionale francese, due settimane dopo il decreto del Sant’Uffizio che proibiva ai cattolici qualsiasi collaborazione con i comunisti, possiamo anche capire il prezzo che a volte si deve pagare per danzare nella paradossale libertà dell’obbedienza. 
Del resto, di paradossi portatori di vita la Delbrêl ne ha collezionati una quantità incredibile: basta ripercorrere la sua vicenda e rileggere i suoi scritti per rendersi conto di cosa possa essere la differenza cristiana vissuta nella compagnia degli uomini in piena solidarietà, senza alcuna esenzione o privilegio. “Se ami il deserto – farà dire la Delbrêl ad Alcide, simpatica figura immaginaria di monaco, suo alter ego letterario – non dimenticare che Dio gli preferisce gli uomini… Se vai in capo al mondo, trovi delle tracce di Dio; se vai al fondo di te stesso, trovi Dio in persona”. Sì, perché “noi altri, gente di strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo nel quale Dio ci ha posto sia il luogo della nostra santità”. 

Allora anche una vecchia casa di periferia – con i suoi muri silenziosi, le sue finestre affacciate su una strada qualsiasi, le sue stanze di dignitosa povertà – può ricordarci come nel vissuto ecclesiale e sociale ci sono stagioni che mutano, tempi propizi e momenti più travagliati. E nella chiesa, come nella società, ci sono sì persone che fiutano il vento che tira e si affrettano a correggere la rotta secondo convenienza, ma ci sono anche uomini e donne che sanno anticipare le svolte e precorrere i tempi, disposte anche a pagare lo scotto del loro discernimento anticipato e della fedeltà a un’intuizione evangelica. Per poi magari sorridere da un angolino periferico di quel regno di cui avevano voluto anticipare qualche tratto. 

Enzo Bianchi

05/01/14

In principio era il Verbo - II Natale

Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.


È andata, siamo sopravissuti.
Ai cibi ipercalorici, ai regali meno sfavillanti del solito, alla retorica natalista e alla melassa che fa venire il diabete spirituale, agli spettacoli dei ragazzi rigorosamente senza riferimenti alla fede (politicamente corretto, mah…). 
E spero siano sopravissuti i tantissimi che vivono in Natale come il peggior giorno dell’anno e che anelano all’epifania come ad una liberazione.
Prima di incontrare i magi che cercano risposta alle loro domande e alle loro curiosità, però, questa strana seconda domenica del tempo di Natale ci invita a volare in alto. So bene che in queste due settimane siamo invitati a celebrare un sacco di feste e forse questa domenica sarà sacrificata alla stanchezza per smaltire cenoni e bagordi.
Peccato però. Vi perdete il prologo di Giovanni.


Prefazioni

So per esperienza che le prefazioni ai libri vengono scritte per ultime.
Abitudine che richiama al fatto che solo quando uno ha scritto tu riesce ad avere una visione d’insieme per raccontare in sintesi cosa il lettore si appresta a leggere.
Così è successo a Giovanni.
Ma, siamo onesti, gli è proprio scappata la mano.
Perché quello che abbiamo letto è il volo di un’aquila. In brano talmente profondo e complesso da lasciarci perplessi, come se qualcuno, molti secoli dopo, dopo estenuanti riflessioni teologiche e dispute, concili e scontri al calor bianco, eresie e condanne, persecuzioni e partigianerie, avesse distillato una teologia dell’incarnazione.
Invece no. È che Giovanni è uno che guarda con l’anima.


La Parola

Dio è ed è da sempre. E la sua Parola ha creato e continua a creare.
Già le nostre povere parole creano. Complicità, amicizia, seduzione.
Offesa, dolore, strazio.
Figuriamoci quelle di Dio.
Parole che hanno diviso il caos, all’inizio.
Parola che è diventata corpo, in Cristo.
Che, quindi, non è un brav’uomo, un uomo spirituale, un poveraccio che ha patito tanto. Ma la Parola che Dio rivolge agli uomini.
Dio si è stancato di non essere capito. E ha imparato la nostra lingua. 
Da brivido.
Perché, invece di ascoltare e accogliere, ci siamo turati gli orecchi.
Preferivamo un Dio che parlava un linguaggio incomprensibile e astruso, perso fra le nuvole.
Da riverire e temere, non da accogliere.
Non sappiamo che farcene di un Dio così.


Brutte figure

Non c’è molto da celebrare a natale, ma da convertirsi e pentirsi. 
L’umanità non ha rivolto una grande accoglienza alla prima venuta di Dio. C’è poco da festeggiare, insomma, quasi come se si imbastisse una festa in ritardo. Natale è dramma: Dio viene e l’uomo non c’è. 
La Parola ha parlato, l’uomo non ha ascoltato.
La riflessione giovannea sembra cupa. Parla di un fallimento.
Che però non sconfigge Dio, né lo deprime.


Luce e tenebre

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta, scrive Giovanni.
Bella storia. 
In questa nuova traduzione si sottolinea non il rifiuto delle tenebre, ma l’ostinazione e la forza della luce. 
Dio insiste, Dio non si da per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre. Bello, bellissimo. 
Se fossi Dio mi sarei già stufato da un pezzo dell’umanità, credetemi. 
E invece no, Dio insiste, Dio non cede, Dio vince. 
Amica che sei nelle tenebre della depressione: le tenebre non vincono. 
Amico prete travolto dalla fatica dell’apostolato e dalla solitudine: le tenebre non vincono. 
Fratelli che cercate di portare un minimo di logica evangelica nella vostra azienda passando per fessi: le tenebre non vincono. 
Discepoli che portate la logica della pace e della dignità umana nelle discariche del mondo dimenticate da tutti: le tenebre non vincono.

A chi accoglie la luce Dio dona il potere di diventare figlio di Dio, scrive Giovanni. Io sono figlio di Dio. Non m’importa essere altro. 
Né premio Nobel, né grande star. Sono già tutto ciò che potrei desiderare. 
Natale è la presa di coscienza della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido.
Viene la Parola.

Paolo Curtaz

www.tiraccontolaparola.it


04/01/14

...dell'anima che brama di vedere Dio - Giovanni della Croce





Vivo senza ch'io in me viva
Ed ho tale aspettativa
Che muoio poiché non muoio.

In me ormai non vivo più,
Senza Dio viver non posso;
E di lui e di me privo,
Quale vivere sarà?

Mille morti mi varrà,
Ché la stessa vita attendo,
Morendo poiché non muoio.

Questa vita che io vivo
È di vivere mancanza;
Ed è costanza di morte
Finché con te non vivrò.



O Dio, senti cosa dico:
Che mai tal vita vorrò,
Ché muoio poiché non muoio.

Se sono assente da te,
Quale vita posso avere,
Se non soffrire la morte
Maggiore che puoi vedere?

Ho compassione di me,
Poiché duro in tale sorte
Che muoio poiché non muoio.

Il pesce dall'acqua uscendo,
Pur del conforto non manca
Che nella sofferta morte,
La morte infine gli vale.

Vi sarà mai morte uguale
Al mio vivere pietoso,
Ché se più vivo più muoio?

Se spero, nel sacramento
Trovar sollievo vedendoti,
Mi dà maggiore tormento
Di te non poter gioire;

Tutto aumenta il mio soffrire:
Come voglio non vedendoti,
E muoio perché non muoio.

E se, Signore, mi sazio,
Sperando infine di scorgerti,
Vedendo che posso perderti,
Mi si raddoppia lo strazio;

Vivendo in tanto timore
E come spero sperando,
Io muoio poiché non muoio.

Traimi da questa morte,
O Dio mio, dammi la vita,
Non mi tenere impedita
In questo laccio sì forte;

Guarda per te come peno,
E il mio male è tanto pieno
Che muoio poiché non muoio.

Ormai piangerò la morte
E mi dorrò della vita,
Che per le mie colpe invero
In prigione se ne sta.

O Dio mio, quando accadrà
Che io ormai dica davvero
Che vivo poiché non muoio?

 San Giovanni della Croce

03/01/14

Il Nome di Gesù - 1Fil 2,6-11

1 Fil 2, 6-11

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce. 

Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.