08/12/13

Immacolata Concezione (II Avvento A)

Lc 1,26-38


In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.



Questa II domenica d'Avvento incrocia la festa dell'Immacolata concezione.
E il testo dell'Annunciazione vogliamo proprio provare a leggerlo secondo la prospettiva dell'Avvento. 

C'è una donna che è incastonata nel quadro della sua vita: è una promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe, in una città ben precisa, Nazareth.
In realtà tutti questi fatti possono essere letti tutti in un'altra maniera. 
La realtà di Maria potrebbe essere leggibile, da un occhio esterno, come la storia ordinaria di una giovane fanciulla che sta per sposarsi, con un uomo di buona discendenza, e che si preparerà ad una vita sana,  buona... NO! Dio ha pensato altro. Dio ha pensato tutta un'altra cosa. Ha pensato che questa è la strada, il luogo, la casa, dove entrerà Lui!

Questo tempo dell'Avvento sempre ospita il Vangelo dell'Annunciazione come un perfetto paradigma dell'arrivo del Signore, della sua venuta. E infatti questa è la prima venuta del Signore, che fa il suo ingresso  in una storia ordinaria, in un luogo normale; e questo luogo normale non ha un "di più" a partire da se stesso, ma ha un "di più" a partire dall'iniziativa del Signore. 
Molto spesso noi crediamo che la vita cristiana e la sua novità siano qualcosa che dobbiamo stare a cercare dentro di noi, dentro le nostre qualità, dentro le nostre caratteristiche... e invece no: è l'irruzione del Signore che ci dà il "di più". 
Potremmo certamente obiettare: stiamo festeggiando l'Immacolata concezione di Maria, che ci dice che lei è stata preparata a questo "avvento", che lei e solamente lei poteva accogliere l'irruzione di Dio nella storia, proprio per la sua concezione immacolata, per il suo essere particolarmente dotata di grazia.
Questo è vero. Ma la sorpresa di Maria nell'annunciazione dell'angelo, ci fa capire che lei prende consapevolezza, di questo suo "essere preparata"; come la Chiesa ha preso pian piano consapevolezza del dogma dell'Immacolata concezione. Così noi prendiamo consapevolezza dei doni che Dio ci ha fatto: ci sono certi doni che in noi si svegliano solamente quando arriva il Signore; scopriamo che tutto è preparato quando invece tutto ci sembrava normale; scopriamo il "di più" proprio quando il Signore lo chiama "ad essere". C'è in noi una grazia latente, c'è in noi una bellezza che solo il Signore sa tirar fuori.
C'è in noi una Vita che nel codice della verginità di Maria è logicamente impossibile. Proprio questa è la categoria della verginità di Maria e della verginità in genere: biblicamente parlando, la verginità non è un atteggiamento morale, etico, ma semplicemente quel tempo in cui una persona non è ancora arrivata alla pienezza della femminilità, ossia la maternità. Questa verginità sembra una preclusione all'irruzione della vita: ci vogliono delle condizioni ben precise! 
No. Dio sa trarre la vita dalla verginità; Dio sa trarre la vita da qualche cosa che non sappiamo di avere in noi, che è un dono di Dio ed è la nostra condizione di essere benedetti, amati; che è la nostra condizione di essere stati dall'eternità disegnati per le nostre opere. 
Le opere a cui Dio ci chiama sono un po' come l'opera a cui è chiamata la Beata Vergine Maria. Sono opere straordinarie ma non possiamo guardare a noi per capirle, dobbiamo guardare a Dio. Maria guarda se stessa e ovviamente vede un'impossibilità: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» "Non posso farla io questa cosa qui!" Questo lo fa Dio, ma lo fa in noi. 

La festa dell'Immacolata Concezione fa presente tutta la generosità di Dio di cui non conosciamo ancora, veramente, fino in fondo, le implicanze, la lunga preparazione per la nostra vita. 
Quando ci apriamo all'opera di Dio scopriamo che possiamo generare una vita impossibile, che possiamo vivere il Regno di Dio in noi, nella nostra carne. Quando ci apriamo alla sua visita inaspettata ci può cogliere
un turbamento, come quello che ha vissuto Maria;  ma ecco se ci apriamo la nostra identità di servi del Signore si compie e vediamo la Sua Parola prendere corpo in noi, diventare realtà. 
Apriamoci, in questo tempo dell'Avvento, ad essere tempio di Dio, luogo dove Dio opera, luogo dove Dio sa creare novità.  Noi siamo quella creta che viene plasmata dal vasaio e che è povera, umile, è niente... ma Dio può salvare  il mondo per mezzo nostro. Ci può plasmare e tirare fuori da noi un'opera d'arte, può tirar fuori da noi la bellezza. 

In questo tempo proviamo ad aprirci al fatto che quello che ci sta succedendo è un'iniziativa di Dio; non dobbiamo guardare a noi stessi per capire ciò che Dio deve fare in noi, perché lo deve fare Lui. 
Molto spesso noi siamo di fronte alle cose, agli avvenimenti della nostra vita - alcuni  anche molto molto difficili - e stiamo lì, fermi, impauriti, terrorizzati dalla grandezza dei nostri problemi. Tutto questo sarebbe vero, se ci fosse solamente la realtà e di fronte alla realtà, la nostra povertà. Ma c'è Dio! 
C'è un "di più", c'è il Creatore, c'è il Re dell'Universo che sa tirar fuori dai nostri problemi la sua opera.
Apriamoci alla Vita, apriamoci alla visita di Dio, apriamoci al fatto che Dio è il Dio dei vivi! E le cose sono sempre e solo per la Vita! Tutto quello che ci succede è per la nostra salvezza e anche se qualcuno lo pensa per la nostra distruzione, Dio sa volgerlo al bene se ci mettiamo nelle sue mani, se diciamo si "sì", se ci lasciamo condurre.
Ecco, la venuta del Signore ha queste caratteristiche: essere portatori di una vita che solo Dio può generare, 
e la genera proprio in noi, proprio nella nostra esistenza.
Proviamo a pensare che cosa vuol dire rifiutare questa prospettiva: tutto quello che c'è è la nostra iniziativa e la nostra bravura, ma a quel punto tutto diventa mediocre, brutto... Non si può vivere senza straordinario! Non si può vivere senza grandezza; non si può vivere senza il Re che in noi prende vita.

don Fabio Rosini


07/12/13

Ti seguirò... - Etty Hillesum

Vedi, Dio, farò del mio meglio. Non mi sottrarrò a questa vita.
Continuerò a parteciparvi e cercherò di sviluppare tutte le doti che ho, se ne ho. Non saboterò nulla. Ma dammi ogni tanto un segno.
Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l'irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò di irraggiare un po' di quell'amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo "amore". Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente.
A volte credo di desiderare l'isolamento in un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono.
Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti. Certe volte mi viene da pensare che la mia vita sia appena all'inizio e che le difficoltà debbano ancora cominciare, altre volte mi sembra di aver già lottato abbastanza. Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse a una sempre maggior sicurezza.

Etty Hillesum



Il Signore farà grazia (Is 30,19-21.23.26)


dal Libro del Profeta Isaia



Popolo di Sion, che abiti Gerusalemme, tu non dovrai più piangere.
A un tuo grido di supplica ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta.
Anche se il Signore ti darà il pane dell'afflizione e l'acqua della tribolazione, non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo maestro, i tuoi orecchi sentiranno questa parola dietro di te: «Questa è la strada, percorretela», caso mai andiate a destra o a sinistra.
Allora egli concederà la pioggia per il seme che avrai seminato nel terreno, e anche il pane, prodotto della terra, sarà abbondante e sostanzioso.
Su ogni monte e su ogni colle elevato scorreranno canali e torrenti.
La luce della luna sarà come la luce del sole e la luce del sole sarà sette volte di più, come la luce di sette giorni, quando il Signore curerà la piaga del suo popolo e guarirà le lividure prodotte dalle sue percosse.




02/12/13

L'albatros - Charles Baudelaire


Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi. 

E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi. 

Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava! 

Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

Charles Baudelaire



01/12/13

Vegliate! - I Avvento A

Mt 24, 37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».


La venuta del Signore è come quella del ladro. L'accostamento è inquietante e, in qualche misura, sembra anche irriguardoso. Quasi dissacrante del volto del Signore. Ma, voi lo intuite, è solo per dire che la visita di Dio è, come afferma Gesù, nell'ora che non immaginiamo.
E così la vigilanza, la vigilanza cui siamo richiamati, proprio perché non sappiamo il giorno né l'ora, va distesa su tutta la vita. Non un istante su cui accendere l'attenzione. No, l'attenzione su tutta la vita: svegli, svegli e lucidi, su tutta la vita.
Perchè la venuta, dice Gesù nella pagina di Matteo, sarà come ai tempi del diluvio. È interessante notare come l'evangelista Matteo, riferendosi al tempo del diluvio, non accenni, come invece fa il libro della Genesi, alla malvagità e alla violenza di quella generazione. Scrive il libro della Genesi: "La malvagità era grande sulla terra, ogni disegno concepito nel cuore non era altro che male, la terra per causa loro era piena di violenza".
Ebbene la generazione del diluvio, nella redazione del vangelo di Matteo, non viene rimproverata per la sua malvagità e violenza. Fa cose, diremmo, normali, fa le cose che fanno tutti, le cose che appartengono al nostro vivere quotidiano: "Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito". 
Il rimprovero dunque non può essere evidentemente per queste cose, ma è per quello che segue. È scritto: "E non si accorsero di nulla, finché non venne il diluvio e inghiottì tutti".
È una generazione che non si accorge di nulla. Che non ha attenzione e lucidità. È inghiottita dagli eventi. Rimproverata è questa indifferenza, questa incoscienza. Vivere, ma senza sospetto, senza discernimento. Senza interrogazione. Senza interrogazione profonda.
Vedete, noi siamo stati educati a guardarci dalla malvagità e dalla violenza. E non sempre ce ne siamo guardati. Non siamo stati educati invece, o lo siamo stati meno, a guardarci dal sonno dello spirito: "Svegliamoci" diceva oggi Paolo "dal sonno", dall'indifferenza, dalla cecità. Di qui questo non accorgersi di nulla, questo non interrogarci sulle questioni fondamentali, questo essere trascinati dagli eventi, risucchiati dal trantran delle cose.
"Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito". E così anche le cose serie come mangiare e bere, prendere moglie e marito possono essere a tal punto idolatrate da occupare tutto il cuore, tutto il da fare della vita. Non c'è altro. Sommersi! Si fanno tante cose, - oggi più di ieri forse se ne fanno: pensate solo a quante se ne fanno fare ai bambini! - ma come per automatismo, come per una necessità sociale, per obbedienza, più o meno consapevole, alle mode del tempo. Ma rimanendone inghiottiti. Senza capire che cosa sta accadendo più in profondità, qual è il senso di tutto. Con l'esito - a volte devastante! - del non senso. Il non senso di tutto.
L'impressione che a volte se ne ricava è come quella di aver radunate tante cose, ma come pietre gettate. Gettate in un mucchio. Un conto sono le pietre gettate in un mucchio, un conto sono le pietre radunate in un edificio. Manca il disegno, manca l'architetto che vede il disegno, che raduna in un disegno.
Ci è chiesta una vigilanza: scoprire alla luce della parola di Dio la profondità della vita, la profondità degli avvenimenti e della storia. E non rimanere alla superficie. Alla superficie di ciò che sta accadendo. Questa nostra generazione si sta segnalando per una quantità di cose che conosce - sappiamo! - siamo gli uomini e le donne di una moltitudine di notizie, ma spesso facciamo cronaca. Non c'è sapienza di interpretazione.

Oggi le letture erano richiamo in molte direzioni. Io ne sfioro brevemente due.
La prima richiamata nella lettera dell'apostolo Paolo ai Romani: con l'invito a rivestirci di luce. Oggi sta diventando sempre più frequente il lamento, il piagnisteo sulla nequizia dei tempi. Non perdiamo ulteriormente tempo. Poniamo gesti che gettino semi per il futuro. Semi di luce. Germoglieranno. "Rivestitevi del Signore Gesù Cristo". Per questo veniamo qui la domenica: per cogliere più in profondità il senso che Gesù dava alla vita, il disegno che fa delle pietre un edificio. E farlo nostro.

Seconda indicazione sull'essere svegli, vigilanti: non guardare indietro. E, al contrario, come oggi ci invitava a fare il profeta Isaia, guardare in avanti, al progetto di Dio. Il progetto di Dio, diceva Isaia, va verso un disegno che racconta l'affluire al monte di Dio di tutti i popoli, verso un criterio che non è la soppressione dell'altro o di se stessi, ma la relazione con l'altro. Non marciamo, sembra ammonire il profeta, contro il disegno di Dio, marceremmo verso il nulla. Mettiamo le premesse, se siamo vigilanti, se siamo intelligenti, per un mondo in cui si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e un popolo non sorga più contro un altro popolo e non ci si eserciti più - brutto esercizio! - nell'arte della guerra.
Il mondo da progettare, se siamo vigilanti e intelligenti, se siamo realmente credenti, dovrebbe essere un mondo in cui gli uomini non siano costretti a minacciarsi a vicenda, fino alla morte, per potere convivere. Perché non è con il gelo che noi schiudiamo i fiori - stolta illusione! - ma con il tepore, il tepore dolce che non violenta le gemme, ma le schiude alla loro bellezza. Così fa Dio, questo è il progetto di Dio, questo il progetto dei credenti, di quelli che veramente credono in Dio.

don Angelo Casati

www.sullasoglia.it


27/11/13

La rivoluzione di Francesco: "Evangelii gaudium"


Tratto da "Avvenire" 26 novembre 2013



Viene pubblicata oggi l'esortazione apostolica Evangelii gaudium, e c'è dentro la summa del pensiero di papa Francesco sulla Chiesa di oggi e su quella che verrà.

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»: inizia così l’Esortazione apostolica con cui papa Francesco sviluppa il tema dell’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, raccogliendo, tra l’altro, il contributo dei lavori del Sinodo che si è svolto in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”. “Desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani – scrive il Papa - per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”.

«Stato di missione permanente». Un appello forte a tutti i battezzati perché portino agli altri l’amore di Gesù in uno “stato permanente di missione”, vincendo “il grande rischio del mondo attuale”: quello di cadere in “una tristezza individualista”. 

Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi”, a non imprigionare Gesù nei nostri “schemi noiosi”. Occorre “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” e una “riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” . Il Pontefice pensa anche ad “una conversione del papato” perché sia “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. L’auspicio che le Conferenze episcopali potessero dare un contributo affinché “il senso di collegialità” si realizzasse “concretamente” – afferma - “non si è pienamente realizzato”. E’ necessaria “una salutare decentralizzazione”. 

«L'Eucaristia non è un premio per i perfetti». In questo rinnovamento non bisogna aver paura di rivedere consuetudini della Chiesa “non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia”. Segno dell’accoglienza di Dio è “avere dappertutto chiese con le porte aperte” perché quanti sono in ricerca non incontrino “la freddezza di una porta chiusa”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così, l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia”. Ribadisce di preferire una Chiesa “ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa … preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci … è che tanti nostri fratelli vivono” senza l’amicizia di Gesù. Il Papa indica le “tentazioni degli operatori pastorali”: individualismo, crisi d’identità, calo del fervore. “La più grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando”. 

«Dio ci liberi da una Chiesa mondana». Esorta a non lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” e ad essere segni di speranza attuando la “rivoluzione della tenerezza”. Occorre rifuggire dalla “spiritualità del benessere” che rifiuta “impegni fraterni” e vincere “la mondanità spirituale” che “consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana”. Il Papa parla di quanti “si sentono superiori agli altri” perché “irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” e “invece di evangelizzare … classificano gli altri” o di quanti hanno una “cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo” nei bisogni della gente. Questa “è una tremenda corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” 

«Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?». Un appello è anche alle comunità ecclesiali a non cadere nelle invidie e nelle gelosie: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre!”. “Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?”. Sottolinea la necessità di far crescere la responsabilità dei laici, tenuti “al margine delle decisioni” da “un eccessivo clericalismo”. Afferma che “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, in particolare “nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti”. “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si possono superficialmente eludere”. I giovani devono avere “un maggiore protagonismo”. Di fronte alla scarsità di vocazioni in alcuni luoghi afferma che “non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione”. Affrontando il tema dell’inculturazione, ricorda che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” e che il volto della Chiesa è “pluriforme”. “Non possiamo pretendere che tutti i popoli … nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia”. 

«No a una teologia da tavolino». Il Papa ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà popolare” e incoraggia la ricerca dei teologi invitandoli ad avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa” e a non accontentarsi “di una teologia da tavolino”. Si sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia” perché “molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie”. L’omelia “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione”, deve saper dire “parole che fanno ardere i cuori”, rifuggendo da una “predicazione puramente moralista o indottrinante” (142). Sottolinea l’importanza della preparazione: “un predicatore che non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed irresponsabile”. “Una buona omelia … deve contenere ‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). La predicazione deve essere positiva perché offra “sempre speranza” e non lasci “prigionieri della negatività”.

«Questa economia uccide». Parlando delle sfide del mondo contemporaneo, il Papa denuncia l’attuale sistema economico: “è ingiusto alla radice”. “Questa economia uccide” perché prevale la “legge del più forte”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’”. Viviamo “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale” di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista”.

Denuncia gli “attacchi alla libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei cristiani … In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista”. La famiglia – prosegue il Papa – “attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo “il contributo indispensabile del matrimonio alla società” sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”. Ribadisce “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana” e il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone”. “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza nella vita sociale”. Cita Giovanni Paolo II dove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al margine della lotta per la giustizia”.

“La politica, tanto denigrata” – afferma - “è una delle forme più preziose di carità”. “Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore … la vita dei poveri!”. Poi un monito: “Qualsiasi comunità all'interno della Chiesa” si dimentichi dei poveri corre “il rischio della dissoluzione”. 

«Chiamati a prenderci cura della fragilità», la difesa della vita umana. Il Papa invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati” e i migranti, per cui esorta i Paesi “ad una generosa apertura”. Parla delle vittime della tratta e di nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” . “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza”. “Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura” ci sono “i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana”. “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione … Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana”. Quindi, un appello al rispetto di tutto il creato: “siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo”.

da  www.avvenire.it

23/11/13

Cristo Re - XXIV T.O.

Lc 23, 35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio. Tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso».


E' una cosa scioccante pensare che nel giorno in cui proclamiamo la gloria di Cristo, Cristo Re, Signore dell'universo, del tempo e della storia, noi vediamo un povero disgraziato appeso ad una croce, insultato, che muore senza nessuna dignità. E questo sarebbe il Re?
E questa è infatti la domanda che gli viene fatta: Ma sei tu il Re? Ma questo sarebbe il Regno dei Cieli che ci hai portato? Sarebbe questa la tua regalità? Ma se un re è davvero tale, si mostra perché ha potere! «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» !  Ma che razza di re è mai questo?
Infatti ci sono i due malfattori crocifissi con lui. Uno dice: "Ma non sei tu il Messia? Salva te stesso e pure noi!". Noi non dobbiamo vedere in questa domanda solo un insulto, ma è anche una disperata richiesta: "Hai fatto tanti miracoli: ma fanne uno adesso, per favore! Salva te stesso e noi!"
[Questo ladrone è l'umanità sofferente con le sue rabbie, i suoi problemi; siamo un po' tutti noi, che solleviamo lo sguardo addolorati e diciamo: "se tu puoi fare qualche cosa, falla! Esci fuori da questo dolore e tira fuori anche me!"  Ma Gesù non risponde.]

Perché Gesù resta lì, sulla croce?
Il segreto è nelle parole dell'altro malfattore: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». Egli è davvero un innocente: allora perché non scende dalla croce e non salva se stesso? Ma perché è venuto per salvare noi, non se stesso! Se doveva salvare se stesso non sarebbe venuto proprio sulla terra! E' un innocente, ha un cuore d'amore e il suo è un atto d'amore.  Perché Lui non vive per se stesso, ma per noi. 
Questo è un re!  Un re vero, autentico, è quello che si occupa del popolo, che fa il bene del popolo.
Questa è una sferza per tutti coloro che hanno potere su questa terra, per tutti coloro che sono al governo delle Nazioni. Cos'è un re, chi è una persona che ha potere? Uno che perde la vita per gli altri

Ma questo è solo un punto di partenza nella riflessione su questo testo, perché noi arriveremo a qualcosa di meraviglioso che si aprirà in questa scena così tenebrosa, fosca. 
Siamo sulla croce, immersi nel dolore; siamo nella morte incipiente che già sta mordendo i corpi di questi poveri disgraziati ed ecco che questo re emetterà la sua regalia: Lui  regalerà il Paradiso. Questo uomo che non ha niente, regalerà la cosa più grande: il Cielo. A chi la regala? Ad un malfattore: sarà il primo santo che è entrato in Paradiso dopo Cristo: «oggi sarai con me  nel paradiso».
Questo vuol dire tante cose: innanzitutto che il Paradiso è stare con Cristo
"Siccome oggi sei qui con me sulla croce, starai con me anche in Paradiso. Stare con me è stare in Paradiso." 
Cos'è che cambia un luogo, che può essere anche il patibolo, in un'anticamera del Paradiso? Lo stare con Cristo. Noi non dobbiamo preoccuparci di dove stiamo, ma di con chi stiamo. Non dobbiamo preoccuparci delle situazioni che si vanno creando attorno a noi, ma se stiamo con Cristo.
Come fa quest'uomo, ladro fino in fondo, a "rubarsi" anche il Paradiso? Quale saggezza ha mostrato questo malfattore per avere così tanto da Cristo? Quest'uomo, nelle sue poche parole, in realtà dice una serie di cose che sono molto importanti: innanzitutto riconosce le sue colpe.  
Lui ha appena detto: "io sto ricevendo il giusto per le mie azioni". Cominciamo col riconoscere le nostre colpe: questo ci mette fuori dall'inganno della tenebra e ci spalanca le porte del Paradiso. 
Secondo, riconosce l'innocenza di Cristo: "Egli che male ha fatto? E' innocente". 
Cominciare a mettersi davanti a Dio senza incolparlo, senza rimproverarlo: "Ma che cosa ha mai fatto contro di me? Perché lo rimprovero tanto? Lui è innocente"
Ancora: riconosce in un morente un potere. «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 
 Riconosce il potere autentico, che non è il potere di chi sta crocifiggendo Cristo, ma di Cristo che sa amare chi lo crocifigge. Questo è il potere vero!
Il potere in sé non è una cosa cattiva, ma può essere un'occasione, anche di bene. Occorre però capire qual'è il potere vero e qual'è il potere falso. Il potere dei governanti della terra è un potere falso, è un potere da quattro soldi, è un potere che passa... Il potere vero è il potere di amare. Il fatto che Cristo decida di non scendere dalla croce dimostra qualche cosa che Lui ha la possibilità di fare: qualcosa che nessuno sa fare! Questo è veramente un re. Egli potrebbe scendere dalla croce e non lo fa: questo è il vero potente. 
Il malfattore crede, in fatti, che Egli è davvero un Re.  Vede in quest'uomo la verità della scritta che Egli porta sopra il capo: INRI, Gesù Nazareno Re dei Giudei.  Riconosce in Cristo l'unico potente. 
La cosa, infine, più assurda che crede questo malfattore, è che questo uomo che sta morendo in croce ha un futuro: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Nonostante le apparenze, il malfattore crede che quest'uomo morente, crocifisso, ha un "dopo".
[Quest'uomo non chiede di essere tirato giù dalla croce, né chiede che Cristo scenda da lì. Il ladrone cattivo chiede: "salvati e salva anche me!" Il ladrone buono dice: "vai al tuo Regno e lì porta anche me". Entrambi chiedono il cambiamento della situazione, ma mentre il primo vuole il cambiamento istantaneo, l'altro è aperto al futuro. Capisce che forse quella situazione lo sta portando da qualche parte... 
E solo adesso Cristo parlerà: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso». 
Lo stanno insultando, lo stanno torturando, ma lui non dà alcuna risposta. Non dice niente; parlerà solo a quest'uomo qui, perché ha aperto la prospettiva del futuro. Finalmente qualcuno che inizia a capire cosa sta accadendo lì, sulla croce! 
E questo futuro sarà azzerato da questa relazione con Cristo: «oggi sarai con me nel paradiso». L'esperienza cristiana dell'abbandono a Dio, nel nostro dolore, è un'esperienza curiosissima: è aver aperto il cuore a qualche cosa che Dio solo sa quando si risolverà, eppure sperimentare che la pace già oggi entra nel nostro cuore. Tutto questo non è ancora compiuto, eppure io già sono fuori, proiettato verso il futuro, e qualcosa è già cambiato dal di dentro.
Cosa è stato il resto del patibolo per quel ladrone? E' stato un tunnel con la luce in fondo. Il dolore c'è ma c'è già anche la luce: ormai so dove sto andando. Per l'altro malfattore invece è rimasta l'assurdità del dolore e basta.
Chi è il nostro Salvatore, chi è il nostro Re? Uno che non ci toglierà dalla croce ma ci darà il Paradiso. Non ci toglierà dalla croce se non quando questo è nel suo piano, ma sicuramente ci darà il Paradiso, per mezzo della croce stessa. Per il ladrone quella croce è diventato il luogo dove ha trovato il Signore Gesù. E per assurdo l'esito tragico, fallimentare della sua vita è diventato gloria.]
Dobbiamo imparare da questo ladrone sapiente. Egli infatti non è tanto "buono", ma sapiente, sa pregare. Il problema, infatti non è tanto essere di qualità, migliori degli altri, ma saper chiedere e saper riconoscere chi è il re vero. Saper chiedere, a Chi può darcelo, il regalo più importante, la cosa che veramente conta.
Che il Signore ci dia, in questa festa di Cristo Re, di somigliare a questo malfattore: riconoscere i nostri peccati, riconoscere l'innocenza di Dio, credere al Suo Regno e all'opera che Dio porterà a compimento e diventare sudditi di questo Re e smettere di essere sudditi di altri re.
[Egli forse non ci toglierà la miseria della nostra vita, ma ci porterà, per mezzo di questa miseria, nel cielo.]

don Fabio Rosini