14/11/13

I nostri idoli e Dio (1) - André Louf

(…)  «Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Piccoli figli, guardatevi dagli idoli!» (1Gv 5,20-21).

La sposa infedele

Guardarsi dagli idoli e confessare l’autentico Dio sono aspetti costitutivi dell’esistenza del credente: questi si trova incessantemente nello sconvolgimento della conversione, nell’abbandono degli idoli per convertirsi al Dio unico e vero.

L’esistenza di un solo Dio è diventata chiara per Israele a poco a poco: nei testi più antichi della Bibbia è dato per scontato che ogni popolo possieda il proprio dio, e quindi Israele ha diritto al suo Dio così come gli altri popoli dispongono del loro.
Con il tempo emerge che questi altri dèi non sono altro che idoli privi di significato, mentre il Dio di Israele è il Dio unico e universale, un Dio per tutti, il Dio vero e sempre fedele, al di fuori del quale non c’è Dio: «Ascolta, Israele: JHWH è il nostro Dio, il solo Dio, JHWH solo. Tu amerai Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5).  Un Dio talmente più grande rispetto ai nostri piccoli dèi privati che non ce ne si può fare un’immagine, non può essere colto né fissato in forme legate allo spazio. Ma esiste per Israele, in virtù del suo amore e della sua forza (…) Egli è l’inesprimibile e l’Ineffabile di cui si potrà avere esperienza solo all’interno dell’alleanza conclusa con il suo popolo. Un’alleanza eterna, che attraverserà i secoli, e in cui la fedeltà e la pazienza di Dio prevarranno sempre sull’infedeltà degli uomini.
Israele tuttavia sarà fortemente tentato di allontanarsi da un Dio lontano e invisibile per volgersi alle forme di culto ben più concrete, proprie delle popolazioni circostanti (…): i riti delle religioni naturali sono molto più attraenti della fede spoglia nell’Inaccessibile.

L’idolatria resta sempre una sorta di vena sotterranea nel popolo credente; idolatria da cui Israele deve incessantemente essere liberato perché il pericolo di allontanarsi dal vero Dio e di essere sollecitato dagli idoli è enorme. (…)
Nella maggior parte dei casi, molto prima che il problema diventi troppo grave, Dio interviene personalmente, delineando lui stesso la cornice dell’intervento che farà nella nostra vita.
In un modo o nell’altro corrisponde alla dinamica di ogni conversione, come l’ha descritta con efficacia Osea: 
«Oracolo di Jhwh: ecco, le sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima, perché ero più felice di ora”» (Os 2,8-9). 

Ritornerò traduce la nozione veterotestamentaria che esprime la conversione e che il greco dei Settanta rende con metanoeîn. Il racconto simbolico della sposa infedele che ritorna sui suoi passi per ritrovare il primo marito esprime nel modo più esatto ciò che la Bibbia intende per “conversione”: 
«E avverrà in quel giorno – oracolo di Jhwh – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio Baal. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più nemmeno pronunciati… Ti farò mia sposa per sempre. ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai Jhwh» (Os 2, 18-19.21-22).

Dopo i numerosi profeti dell’Antico Testamento, anche Gesù (…) deve intervenire per liberare il suo popolo dal ritualismo. Per Gesù la difficoltà era maggiore: innanzitutto veniva a portare la buona novella definitiva, alla quale l’ebreo medio non era preparato (…); doveva rivelare il mistero più profondo di Dio: l’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. (…) Ma Gesù doveva morire a causa di questo messaggio, perché lo Jhwh degli ebrei del suo tempo, onorato con un culto quasi fanatico, era stato da loro trasformato a tal punto in un falso dio che non erano più in grado di riconoscerlo in Gesù e nel Padre suo.
Anche la giovane chiesa di Gesù dovrà lottare contro questa tentazione: il cristianesimo aveva appena messo radici nei cuori e l’evangelo cominciava appena a portare frutti, che già si affacciava la tentazione di deviare verso le più svariate forme di idolatria (…) : non la legge ma solo la fede, l’abbandono in Gesù ha il potere di portare salvezza.

E i falsi idoli di oggi?

Dobbiamo chiederci se [questo pericolo] non si applica a noi, ancora oggi. Pensiamo forse che, almeno nei nostro paesi, venti secoli ininterrotti di cristianesimo abbiano allontanato il pericolo dell’idolatria? Ma ci sono numerosi tipi di idoli, e i più pericolosi non sono quelli che plasmiamo con le nostre mani bensì quelli che portiamo inconsciamente nel cuore. Non esiste forse ancor oggi una religiosità che ha poco a che vedere con l’azione dello Spirito in noi? (…) Anche noi potremmo deviare, a volte impercettibilmente, verso pratiche che non hanno nulla a che vedere con l’evangelo di Gesù, e sulle quali la grazia ha pochissima presa; atteggiamenti che al contrario rischiano di paralizzare la grazia nei nostri cuori. (…)
Ciascuno di noi porta in sé dei germi di culti naturali, di osservanze legaliste, di ritualismi. La maggior parte degli uomini prova un sentimento vago e universale di Dio: esiste un Dio panteista, così come ne esiste uno romantico, c’è anche un Dio per i farisei – quel Dio al quale Gesù si oppose così strenuamente – grazie al quale possiamo porre tutta la nostra sicurezza fiducia in noi stessi e nelle nostre opere.

Un Dio simile ci sbarra la strada e ci impedisce di vedere il vero Dio e di riposarci in lui solo. (…) Anche la grazia può essere stornata in modo estremamente sottile, per essere offerta – nel momento stesso in cui è ridotta a nulla – in onore al nostro idolo. Anche la Parola di Dio può essere mutilata, al punto che Paolo arriva a scrivere che a volte è falsificata (cf 2Cor 4,2). La Parola può addirittura diventare una scappatoia, un pretesto per astenerci da un impegno nei confronti di Dio: possiamo maneggiare e manipolare la Parola di Dio con tale facilità da trasformarla in un baluardo fortificato attraverso il quale la grazia non può più aprirsi una breccia. (…)
La virtù, la generosità, i desideri di perfezione o di santità, la liturgia, le tecniche di preghiera, addirittura quella che consideriamo come la nostra preghiera più intima, gli stessi sacrosanti principi della morale possono diventare un modo di fuggire Dio, uno sforzo disperato per evitare di ascoltarne la voce, per nasconderci lontano dal suo volto e da ciò che vuole dirci. Perfino quello che facciamo per gli altri e per la chiesa di Cristo può essere solo un espediente, estraneo al nostro io più profondo, molto lontano anche da Dio e dalla sua voce nel nostro cuore. (…)
Ammettiamo onestamente di correre tutti questo rischio e anche di aver a volte ceduto all’illusione, bruciando ogni tanto qualche grano d’incenso davanti al nostro idolo. Eppure, anche questo è ancora una grazia e, per molti di noi, la prima grazia che ci tocca in sorte inevitabilmente: poco alla volta ci rendiamo conto che, durante lunghi periodi della nostra vita, siamo rimasti in quest’illusione, tagliati fuori dalla grazia e quindi anche da Dio, mentre continuavamo a immolare sacrifici al nostro idolo domestico. 

D’altronde tutto questo non ha nulla di tragico (…) capita così frequentemente da poter dire che, per la maggior parte di noi, questa illusione costituisce una tappa normale; (…) Dio lo consente in modo provvisorio, e questo provvisorio può durare anche a lungo. (…)
Da secoli Dio si preoccupa instancabilmente di mostrarci il cammino verso di lui (…). Lo faceva nel passato con i pagani, continua a farlo con i pagani di oggi e quindi anche con il pagano che si nasconde in ciascuno di noi, sotto la maschera della fede.

André Louf

tratto da "Sotto la guida dello Spirito" ed. Qiqajon


13/11/13

Rinnovare il volto di Dio - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)



Credere in Dio. Ma quale Dio?
Mi vado sempre più convincendo che il vero problema non è tanto quello del credere, quanto piuttosto: in quale Dio credere.
Ci sono, in circolazione, troppe immagini contraffatte, deformi, quasi caricaturali, di Dio.
Domina incontrastata, sopratutto, l'immagine del Dio giudice severo, giustiziere, inesorabile, che incombe sull'uomo.
Ad ogni immagine falsificata di Dio corrisponde una religiosità non autentica, adulterata e quindi pericolosa. Ed ecco, allora una pratica religiosa volontaristica, all'insegna dello sforzo, con la preoccupazione ossessiva di guadagnarsi dei meriti. 
Ecco una concezione della fede in chiave legalista, colpevolizzante, a causa della quale prevale la paura di non essere a posto, di non aver sistemato tutti i conti. Ecco un culto formale, senza spontaneità né vita. Ecco certe esistenze cristiane perennemente tormentate, problematiche, contorte, complicate fino all'assurdo. Ecco un rapporto con Dio visto esclusivamente in chiave di doveri, prescrizioni, divieti, dove tutto è ridotto a colpa, rimorsi, timori, angoscia, sena l'abbandono dell'intimità, della poesia, della musica, della contemplazione, della mistica, del gioco. Sì, proprio del gioco. (...)
Occorre avere l'onestà di ammettere che troppi cristiani esibiscono la loro fede come qualcosa di vecchio, stantìo, tetro, rancido, rigido. Manca, appunto, il senso del gioco. 
Secondo quanto afferma un proverbio inglese: «non smettiamo di giocare perché siamo vecchi; invecchiamo perché abbiamo smesso di giocare». E la cosa incide negativamente anche su un certo stile religioso. Urge, dunque, guardando a ciò che è accaduto a Cana, ritrovare il vero volto di Dio.
Vorrei esprimere tutto ciò sotto forma di colloquio diretto col Signore. Più o meno così.

Tu sei un Dio senza fischietto
Signore, Tu non hai mai usato il fischietto con me. E - ho motivo di ritenere - con nessuno.
Quando ero bambino, chiunque passasse sotto la finestra di casa suonando il violino o la tromba, il flauto o il piffero, la chitarra o la zampogna, l'organino o semplicemente l'armonica a bocca, o uno zufolo rudimentale, mi buttava in strada.
Chiunque suonasse uno strumento qualsiasi - corno violoncello piatti - mi poteva portare dove voleva.
Tu sapevi questa mia debolezza e tutte le volte - quante sono state! - che volevi sloggiarmi, hai pizzicato una corda, premuto un tasto, soffiato una nota, accennato un arpeggio, liberato nell'aria un motivetto... Se penso alla mia chiamata al sacerdozio, non posso dire di aver sentito una voce. Credo di aver avvertito un suono, forse qualche accordo d'organo, come quelli che tira fuori il mio amico Piero, o la mia "sirocchia" clarissa suor Raffaella...
E io ti ho seguito, sia pure arrancando (chissà perché le tue strade non sono mai in discesa...). Ma non ha fatto ricorso al fischietto, neppure le volte che mi presentavi la croce - e non sono state poche -, nemmeno quando pretendevi ti tenessi dietro lungo la via dolorosa - ed è capitato spesso -.
Comunque, se avessi adottato il fischietto, non sarei venuto perché non ti avrei riconosciuto. 
Ho incocciato, invece, parecchi tuoi rappresentanti che si sono intestarditi a farmi rigar dritto a colpi di fischietto. Il prete all'oratorio, dopo aver fischiato i falli nella partita di pallone, usava lo stesso fischietto per mandarci in chiesa (nella tua e nostra casa!), a Messa (alla tua festa!), o a confessarci (all'abbraccio del tuo perdono!), o al catechismo (ad ascoltare notizie sul tuo conto!).
Troppi, lungo la mia strada, mi hanno parlato di Te e delle tue esigenze modulando - si fa per dire - il messaggio a colpi di fischietto. Colpi secchi rabbiosi cattivi. E io avvertivo e avverto ancor oggi, che in quel fischietto sibila un fiato che viene da un fegato guasto, risultato inequivocabile di una cattiva digestione della tua Parola, un'aria gelida, non riscaldata dal cuore, non rigenerata dalla misericordia, non percorsa dalla tua tenerezza.
E provo una ripugnanza istintiva a imboccare quella strada irta di divieti e imposizioni, dove la tirannia del codice ha soppiantato il gusto dell'esplorazione e il fascino dell'avventura.

Tu sei un Dio che mi fa cantare
Io vorrei danzare, correre per i sentieri, ruzzolare nei prati, scavalcare le siepi, scorticarmi i piedi suoi sassi, appostarmi su un roccione per contemplare il paesaggio, arrampicarmi su un albero come Zaccheo, mettermi ad urlare al tuo passaggio come il cieco Bartimeo... 
E lor, invece, si accaniscono a mettermi in riga, impormi il silenzio, e farmi procedere a passo di militare, cadenzato, con la divisa inappuntabile, disciplinatamente, come a una parata ( o a un funerale?).
Io vorrei cantare a squarciagola. E loro mi ammoniscono che non sta bene. Mi costringono a gargarizzare formule che sanno di cenere. 
Io vorrei lodarti, inventando parole nuove, fresche, da innamorato. E loro mi cacciano nella strozza pagine ingiallite di vecchi libri carichi di polvere.
Perfino quando parlano d'amore, invece di imbastire un canto delicato, si preoccupano prima di tutto ossessivamente di scandirne le "regole" a colpi di fischietto che sembrano altrettanti segnali di allarme (...) sirene spiegate contro la vita e la spontaneità (...). 
Tu sei il Signore del canto e della danza e lor non si rendono conto che soltanto cantando e danzando lungo la tua difficile strada è possibile staccarsi dalle calcagna il demonio.
Tu hai fatto del Venerdì Santo una festa.
E loro riescono a trasformare tutte le feste in un cupo Venerdì Santo, senza nemmeno un pallido presagio di Risurrezione.

Tu sei un Dio che mi fa danzare
Signore, fa' che i tuoi rappresentanti, quando parlano di Te, non mortifichino la musica e la poesia, non abbiano paura della bellezza, non dimentichino la cetra.
E fa' che sul loro spartito non ci siano le aride norme di un codice, ma il canto gioioso del tuo Vangelo, molto più esigente e impegnativo. 
Signore, che nessuno mi faccia sentire in colpa se ho voglia di fischiettare, perché Tu mi metti in bocca il sapore della libertà e mi nascondi nel cuore il segreto della follia, e mi fai camminare su per un sentiero aspro verso l'appuntamento segreto del tuo amore. Signore, forse dico un'enormità: ma la tromba del giudizio universale mi fa meno paura del fischietto del tutore dell'ordine (che non è mai l'ordine sognato dalla fantasia del tuo amore...).
Signore, mi raccomando, non cessare di pizzicare almeno una corda su una chitarra qualsiasi,
di dare un colpo di manovella a un organetto sgangherato,
di soffiare una nota in una tromba sfiatata,
di picchiare un colpo su un tamburo ammaccato
- conosco quel richiamo! - 
e io, anche se carico di artriti e reumatismi e acciacchi vari,
mi precipiterò ancora in strada, come un bambino.
E mi lascerò portare ovunque Tu vorrai.
All'inferno, no. All'inferno proprio non voglio andarci.
... Perché ho troppa paura del fischietto.

Tu sei un Dio che mi tiri in faccia una canzone
Molti amano raffigurarti con il grosso libro della legge in mano. Altri hanno l'impressione che Tu gli sventoli sempre sotto il naso le pagine di un regolamento.
Io preferisco riferirmi allo stupendo canto della vigna (Is 5,1-7), lamento struggente per una vendemmia sfortunata, che diventa simbolo trasparente di un amore tradito.
Se non sto troppo a distanza, mi accorgo che quel poema risuona ancor oggi alle mie orecchie, non semplicemente come qualcosa di patetico; so che mi viene gettato in faccia, quale preciso e documentato capo d'imputazione per le mie innumerevoli inadempienze.
Sì. tu continui a rinfacciarmi, ossia a scaraventarmi in faccia, una canzone d'amore.
Signore, non stancarti di attendere, non smettere di replicare quella canzone.
Sarà il tuo canto appassionato, più che le minacce, a farmi prendere coscienza delle mie mancate risposte e a far maturare dentro di me una voglia di fiori e poi, chissà, perfino i frutti.
Guai se venisse a cessare quel canto d'amore...

Sei riuscita a farlo uscire allo scoperto
Maria, permettimi questo sfogo.  Non riesco proprio a capacitarmi come mai i teologi, pur abituati ad argomentare su una virgola, non abbiano sfruttato l'episodio di Cana per proporci l'immagine autentica di un Dio della festa, amante della vita e della gioia di vivere.(...)
Io ho il sospetto che quando hai fatto notare a Gesù che su quella tavola stava esaurendosi il vino, tu non fossi soltanto preoccupata per quella gente. Pensavi anche a noi.
Il tuo intento segreto era quello di far uscire allo scoperto tuo Figlio. E, attraverso di Lui, far emergere il volto nuovo di Dio, che liquidasse definitivamente le vecchie estinte immagini terrificanti di un Dio minaccioso, despota inesorabile, gendarme dell'universo, inquisitore implacabile, che gli uomini si erano fabbricati.
Maria, aiutaci tu a "rinnovare" il volto di Dio, cominciando col togliere tutte le incrostazioni abusive che ci abbiamo appiccicato sopra.
L'immagine cui leghiamo la nostra fede e la nostra pietà si è coperta della patina grigia dell'abitudine, che ha tolto splendore, bellezza, fascino a quel volto.  La distrazione, la sbadataggine, le ipocrisie, l'hanno reso scolorito, privo di espressività.
Rinnoviamo il mobilio di casa, la cucina, le stoviglie, le varie suppellettili, gli arredamenti dell'ufficio. E non ci preoccupiamo di quell'immagine sbiadita, polverosa, sempre la stessa, priva di vita, appiattita, spenta, insulsa o addirittura ripugnante. (...)

Maria aiutaci a scoprire il volto intriso di luce del Dio che ci guarda con simpatia e benevolenza., ci è favorevole, ci manifesta protezione, ci invita al gioco.
M;aria, facci scoprire che Dio sta "voltato" dalla nostra parte. Non è minaccioso ma ci comunica pace, serenità, tranquillità. Non  ci incute terrore, ma al contrario ci vuole liberi dalla paura.
Maria, Dio ha giocato con te quando ti ha scelta, oscura ragazza di un oscuro villaggio mai nominato prima nelle Scritture, proponendoti un'avventura inimmaginabile.
E tu hai avuto, a tua volta, la fortuna di giocare con Lui, anche se pochi ne parlano. Sì, perché non posso impedirmi di pensare che tu Gli abbi a insegnato anche a giocare, e abbia giocato più volte con Lui. (...)
Vedi, Maria. Le nostre vite assomigliano a quelle giare di pietra che stagliavano nella sala delle nozze a Cana. Pesanti - e tanto più pesanti quanto più vuote -, rigide, immobili, impassibili, inappuntabili, come sull'attenti...
Tu fai intervenire tuo Figlio. Ed ecco che comincia il gioco, e le anfore non stanno più al loro posto, si muovono, mettono tutto e tutti in movimento, riservano sorprese incredibili: sono state riempite d'acqua e regalano il vino.
Non è un gioco di magia.
E' il gioco della vita nuova del cristiano, vigilato non da un arbitro munito di fischietto, col regolamento in mano, ma da un Volto sorridente...


don Alessandro Pronzato

tratto da  «C'era la Madre di Gesù. A Cana, con Maria, per scoprire quello che ci manca»

12/11/13

Cinquantasei

A un certo punto non si può più fare, ma soltanto essere e accettare. Io ho cominciato ad accettare già da molto tempo … Io non posso fare nulla non l’ho mai potuto, posso solo prendere le cose su di me e soffrire. In questo sta la mia forza ed è una grande forza.

Etty Hillesum


09/11/13

La risurrezione dai morti - XXXII T.O.

Lc  20, 27-38

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».


I sadducei pongono a Gesù un problema. 
I sadducei erano la classe più autorevole, concreta, del popolo ebraico; molto legati alla logica del potere, erano quelli che avevano in mano il Tempio di Gerusalemme ed erano molto vicini alla classe sacerdotale ed interlocutori del potere romano. Erano quindi "i potenti" della religione ed avevano una visione della vita molto immanente.
Qui abbiamo un problema che fa corto circuito con una realtà di oggi: si tratta di un tipo di mentalità che entra perniciosamente spesso anche nella nostra prassi cristiana. I sadducei, infatti avevano messo in piedi un sistema religioso senza risurrezione: credevano in Mosè, così come seguivano tutte le regole e i rituali della religione, ma non credevano che vi fosse la risurrezione. Avevano una visione della religione, del rapporto con il Dio di Israele, totalmente finalizzato a questa vita: tutto si risolveva in un problema di giustizia in questa vita. Il religioso diventava un "dato vantaggioso" per una vita pensata senza futuro.
Questa mentalità, abbiamo detto, rischia di infilarsi perniciosamente anche nel nostro cristianesimo. Si può predicare un cristianesimo senza risurrezione? Si può parlare di Vangelo, di tutto ciò che è la nostra fede cristiana senza toccare il tema del paradiso, della vita eterna...?  Si, riducendo il cristianesimo ad un'etica. Ovverosia, riducendo il cristianesimo ad un problema di giustizia, di correttezza, di coerenza, di opere buone... Questa cosa è molto più frequente di quanto noi possiamo pensare!  In realtà, oggi come oggi, parlare della escatologia (delle cose ultime, le cose che verranno alla fine!), tutto sommato va abbastanza di moda. Ma è piuttosto scomodo mettersi a spiegare che nessun atto cristiano è veramente tale senza implicare una relazione con la risurrezione: non semplicemente l'eternità o una vita post-mortem che tutto sommato moltissime religioni proclamano... ma la mia vita che risorge, la mia vita che si mantiene identicamente sé stessa oltre il muro devastante della morte. Pensate che Paolo, nella Prima Lettera ai Corinti deve dedicare un intero capitolo (il 15° capitolo) per parlare della risurrezione. E dice che se noi credessimo in Cristo solamente per questa vita, saremmo da compatire, perché seguiremmo una semplice filosofia, non qualcosa che viene dal Cielo, che è oltre la carne, e oltre ciò che i nostri genitori ci hanno consegnato. Perché se tutto quello che dobbiamo fare è solamente per questa vita qui, il cristianesimo e tutta la fede è solamente una questione di "cucina" del nostro essere: non c'è variazione, non c'è cambiamento, non c'è soprannaturale... e Gesù è solamente uno che ci ha dato delle indicazioni, non cambia la nostra vita.
Perché la risurrezione non è solamente il fatto di risorgere dopo la morte, ma è una qualità di vita che già assaggiamo oggi, è la vittoria sul nulla, che è già alla nostra portata. Credere alla resurrezione è essenziale, totalmente necessario, per ogni singolo atto di vero amore cristiano: quelle cose che si chiamano "opere di vita eterna"
Gesù infatti non risponderà ai sadducei che gli pongono un caso grottesco, assurdo, inconsistente: la storia di una donna a cui le muoiono sette mariti, uno dopo l'altro... e infine il quesito: di chi sarà moglie? Il grottesco nasce nel voler spiegare con le categorie di questa terra qualcosa che è "oltre", è più grande, di quello che noi vediamo qui. Non sono queste le categorie di riferimento per spiegare "l'eternità"; e infatti, dice Gesù: i figli di questo mondo prendono moglie, muoiono, vivono nella carne, vivono per sé stessi,  vivono secondo altre priorità - come emerge in altri testi evangelici - non entrano nel banchetto di Dio perché hanno altre cose da fare, piccole, mediocri... E questi siamo tutti noi, che possiamo vivere per cose mediocri, cose che muoiono, cose che non durano; invece i "figli degni della vita futura", degni della risurrezione dei morti (che sono tutti, ogni uomo, per cui il Signore Gesù ha portato la sua salvezza!) hanno delle caratteristiche: "non prendono moglie, né marito". 
Cosa significa? E' una proclamazione del celibato? No, è qualcosa di molto più profondo. Dobbiamo tornare a quel testo di San Paolo che dice: «Chi è sposato viva come se non lo fosse...». Nel prendere marito, nel prendere moglie, c'è un possesso, che non è più concepibile per chi ha conosciuto Cristo, laddove il matrimonio non è una mia iniziativa, ma una strada per il Cielo!
Nel nuovo rituale delle nozze si dice che il matrimonio è la nuova via della santificazione di questi due battezzati. Avevano la loro via di santificazione individuale, ora questa diventa il matrimonio: il fine del matrimonio è il Cielo. Io non "prendo moglie", io sto camminando per il Cielo, amando questa donna, amando questo uomo, costruendo una famiglia; altro è costruire una famiglia senza risurrezione; altro è costruire un mondo senza risurrezione! dove quello che conta è come sto oggi. E questo mi negherà degli atti di vera donazione, degli atti di vera oblatività.  Altro è vivere secondo il Cielo, che non appartiene più allo schema di questo mondo. L'indissolubilità del matrimonio cristiano, non è concepibile, non è veramente comprensibile senza la risurrezione, senza la capacità di vincere il nulla, che in tutti i rapporti, presto o tardi, si fa presente. 
Questi uomini rigenerati dal Cielo hanno altre relazioni, non vivono secondo la carne, non devono "far tornare i conti": non possono più morire, sono uguali agli angeli, ossia, non hanno più la morte come loro orizzonte di comprensione delle cose - tutte le cose hanno un confine, è come se noi avessimo una "riga nera" attorno alla nostra esistenza: è la nostra morte, la nostra fine - .  Invece gli uomini rigenerati per il Cielo, non hanno più quella "riga nera" di contorno: la morte non è l'ultima parola. E "sono uguali agli angeli": gli angeli sono dei messaggeri di Dio, sono gli inviati, vivono la loro vita come una missione. E' tutta un'altra forma di vivere. Altro è invece vivere il matrimonio per appagare la propria fame affettiva, altro è "vivere come inviati", vivere il matrimonio come una missione, altro è lavorare come una missione, altro è intrecciare relazioni come una missione... come inviati di Dio, come "parole" che Dio sta dicendo al mondo. Essere figli della risurrezione, essere servi del Dio dei vivi. 
Ecco, il problema fondamentale che noi abbiamo, non è avere dei beni, avere successo, avere moglie... ma essere vivi. Essere vivi. 

don Fabio Rosini

Cinquantacinque


Vi sono momenti in cui uno si trova nella necessità di scegliere fra il vivere la propria vita piena, intera, completa, o trascinare una falsa, vergognosa, degradante esistenza quale il mondo, nella sua grande ipocrisia, gli domanda. 

Oscar Wilde 

05/11/13

Felice l'uomo... - Salmo 1

Felice l'uomo 
che non camminò secondo il progetto dei malvagi
che non indugiò nella via dei traviati
che non sedette nel consesso dei derisori.

Invece, egli trova gusto nella Parola del Signore
la sua Parola sussurra giorno e notte.

Sarà come albero trapiantato in riva ai canali d'acqua,
che porta frutto alla sua stagione
e non vede marcire la sue foglie.
Tutto ciò che fa, gli riesce.

Non così i malvagi, non così!
Saranno come pula sospinta dal vento.
Perciò i malvagi non si alzeranno nel giudizio,
né i traviati nell'adunanza dei giusti,
poiché il Signore conosce il cammino dei giusti,
ma il cammino dei malvagi finisce nel nulla.




03/11/13

Zaccheo - XXXI T.O.

Lc 19, 1-10



In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(...)

Piccolezze e piccinerie 
Zaccheo è un manager riuscito: ha fatto soldi a palate, grazie all’appalto delle tasse dall’invasore romano. Un usuraio, diremmo oggi, un furbo senza scrupoli come i caimani che squartano la finanza italiana, al centro il profitto, il resto è relativo. 
È rispettato, temuto dai suoi concittadini: basta un suo gesto e i soldati romani intervengono. 
Ma è rimasto solo. 
La ricchezza e il potere sono avari di amici e di gratuità.
Zaccheo ha sentito parlare del Galileo, quel tale Nazareno che la gente crede un guaritore, un profeta e, curioso, lo vuole vedere senza farsi vedere. 
Luca, grande scrittore, introduce il suo personaggio in maniera negativa: è il capo dei pubblicani ed è ricco. E, allora come oggi, chi è ricco è sempre ammirato. E odiato.
Ma, ironia della sorte, il suo nome fa sorridere: si chiama Zaccheo che significa “il giusto”.
No, non è giusto come i farisei, non scherziamo: non mette piede in chiesa.
Ma, ed è questo che conta, è un curioso.
La folla, però, non lo lascia passare. Come a volte accade (tristemente) anche a noi Chiesa: diventiamo muro e non trasparenza.
La soluzione, allora, è correre avanti e salire sull’albero.
Come vorrei che la Chiesa diventasse un albero su cui arrampicarsi per veder passare Gesù!

Coup de Thèatre
E accade l’inatteso: Rabbì Gesù lo stana, lo vede, gli sorride: scendi, Zaccheo, scendi subito, vengo da te. Zaccheo è interdetto: come fa a conoscere il suo nome? Cosa vuole da lui? Forse lo ha confuso con qualcun altro? Non importa: Zaccheo scende, di corsa. 
Gesù non giudica, né teme il giudizio dei benpensanti di ieri e di oggi: va a casa sua, si ferma, porta salvezza. Zaccheo è confuso, turbato,vinto: in dieci minuti la sua vita è cambiata, il famoso Jeshua bar Joseph, il nazoreo, è venuto a casa sua. 
Si sente ribaltato come un calzino, Zaccheo. Proprio lui cercava Gesù, non si è sbagliato di persona. 
Proprio lui voleva, non c’è dubbio. 
Gesù non ha posto condizioni, è venuto a casa di un peccatore incallito.
Una pagina così imbarazzante che anche la prima comunità cristiana si sentiva a disagio. Leggete, leggete bene: Gesù non pone alcuna condizione alla sua visita, non gli chiede la conversione.
Zaccheo fa un proclama che lo porterà alla rovina (leggete! Restituisce quattro volte ciò che ha rubato!), ma che importa? È salvo ora. Non più solo sazio, solo temuto, solo potente. 
No, salvo, discepolo, finalmente. Lui, temuto ed odiato, ora è discepolo.
Il più improbabile fra i discepoli.

Meditando
Dio ti cerca, lui prende l’iniziativa; Dio ti ama, senza giudicarti. 
Noi cerchiamo colui che ci cerca. La nostra vita è una specie di rimpiattino, lasciamoci raggiungere, finalmente! 
Gesù non giudica Zaccheo, lo aspetta. 
L’amore di Dio precede la nostra conversione. Dio non ci ama poiché siamo buoni ma, amandoci ci rende buoni. Gesù non chiede: dona, senza condizioni. 
Se Gesù avesse detto: “Zaccheo, so che sei un ladro: se restituisci ciò che hai rubato quattro volte tanto, vengo a casa tua”, credetemi, Zaccheo sarebbe rimasto sull’albero. 
Dio precede la nostra conversione, la suscita, ci perdona prima del pentimento, e il suo perdono ci converte: è talmente inaudita e inattesa la salvezza, che ci porta a conversione.

Ai discepoli
L’incontro con Zaccheo conclude la vita pubblica di Gesù.
Da Gerico a Gerusalemme mancano meno di trenta chilometri. A Gerusalemme Gesù morirà.
Solo i curiosi incontrano il Maestro. Non importa quale sia la loro vita o i loro limiti: lo sguardo del Signore, la sua accoglienza, la sua benevolenza scioglie le nostre tenebre e ci rende nuovi, ci fa santi.
Eccoci, amici, discepoli. 
Chi vuole seguire Rabbì Gesù batta un colpo, scenda dall’albero, si schieri. 
Non importa chi sei, né quanta strada hai fatto o che errori porti nel cuore. 
Non importa se scruti il passaggio del Rabbì per curiosità. 
Oggi, adesso, Gesù vuole entrare nella tua casa.


Paolo Curtaz
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