25/09/13

Contemplazione sulle strade - Carlo Carretto

Charles de Foucauld un giorno ebbe a dire: «Se la vita contemplativa fosse solo possibile dietro le mura d'un convento o nel silenzio del deserto, dovremmo, per essere giusti, dare un piccolo convento ad ogni madre di famiglia e il lusso di un po' di deserto ad un povero manovale che è obbligato a vivere nel chiasso di una città per guadagnarsi duramente il pane».
Non è così?
Fu la visione stessa della realtà in cui vive molta parte dell'umanità povera a determinare in lui la crisi centrale della sua vita, quella crisi che lo doveva portare così lontano dalla sua prima concezione di vita religiosa.
Charles de Foucauld , come sapete, era trappista e aveva scelto la trappa più povera che esistesse, quella di Akbes in Siria. 
Un giorno il suo superiore lo mandò a vegliare un morto, vicino al convento. Era un arabo cristiano deceduto in una povera casa.  Quando fratel Carlo si trovò nel tugurio del morto e vide attorno al cadavere la vera povertà fatta di figli affamati e di una vedova indifesa, debole e senza alcuna sicurezza sul pane del giorno dopo, entrò in quella crisi spirituale che lo avrebbe fatto uscire dalla Trappa, cercando un quadro di vita religiosa così diverso dal primo.

«Noi che abbiamo scelto l'imitazione di Gesù e di Gesù crocifisso, siamo ben lontani dalle prove, dalle pene, dall'insicurezza e dalla povertà a cui sono sottoposte queste popolazioni.»
«Non voglio più un convento troppo stabile; voglio un convento piccolo come la casetta di un povero operaio che non è sicuro se domani troverà lavoro e pane e che partecipa con tutto il suo essere alla sofferenza del mondo».
«Oh, Gesù, un convento come la tua casa di Nazaret per annientarmi, scomparire come hai fatto Tu quando sei venuto fra noi».   (Charles De Foucauld, Ecrits spirituels)

E uscito dalla Trappa, costruirà la sua prima fraternità a Beni Abbes nel Sahara e poi a Tamanrasset, dove morirà trucidato dai Tuareg.
La "fraternità" doveva somigliare alla casa di Nazaret, quindi ad una delle molte case che tu incontri lungo le strade del mondo.
Ma allora aveva rinunciato alla contemplazione? Allora aveva affievolito il suo ardente spirito di preghiera? No; aveva fatto un passo avanti: aveva accettato di vivere la vita contemplativa lungo le strade, in un quadro di vita somigliante a quello di tutti gli uomini.
Ciò è ben più duro!
E Dio voglia che l'umanità faccia questo passo.
Per questo Charles De Foucauld è all'alba di un periodo nuovo, d'un periodo in cui molti si sforzeranno di fare la sintesi tra contemplazione e azione, attuando in una concretezza vitale il primo comandamento del Signore:  «Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come te stesso».
Contemplazione sulle strade: ecco l'impegno di domani per i piccoli fratelli, per tutti i poveri.


E incominciamo ad analizzare questo elemento "deserto", che dev'essere presente, specie oggi, nell'attuazione di un sì impegnativo programma. Quando si parla di deserto all'anima, quando si dice che il deserto deve essere presente nella tua vita, non devi intendere solo la possibilità di andare nel Sahara o nel deserto di Giudea, o dell'Alta Valle del Nilo.
E' certo che non tutti possono procurarsi questo lusso o attuare praticamente questo distacco dal vivere comune.  Il Signore mi ha condotto nel vero deserto per la durezza della mia pelle. Per me fu necessario così; e tanta sabbia non mi è bastata a raschiare la sporcizia della mia anima, come capitò alla marmitta di Ezechiele. 
Ma non per tutti c'è la stessa via. E se tu non potrai andare nel deserto, devi però "fare il deserto" nella tua vita spirituale.
Un'ora al giorno, un giorno al mese, otto giorni l'anno, devi abbandonare tutto e tutti e ritirarti solo con Dio. Se non cerchi questo, se non ami questo, non illuderti; non arriverai alla preghiera contemplativa; perché essere colpevole di non volersi - potendo - isolare per gustare l'intimità con Dio, è un segno che manca l'elemento primo del rapporto con l'Onnipotente: l'amore. E senza amore non c'è rivelazione possibile.
Ma il deserto non è il luogo definitivo; è una tappa. Perché, come ti dissi, la nostra vocazione è la contemplazione sulle strade. Lungo la via dobbiamo tornare dopo la pausa del deserto.
A me, questo, costa assai. E' così forte il desiderio di continuare a vivere qui per sempre, nel Sahara, che sento di già la sofferenza in previsione di un ordine dei superiori, che certamente verrà: "Fratel Carlo, parti per Marsiglia, parti per il Marocco, parti per il Venezuela, parti per Detroit..."
Devi tornare tra gli uomini, devi mescolarti a loro, devi vivere la tua intimità con Dio nel chiasso della loro città. Sarà più difficile; ma devi farlo. E non ti mancherà, per questo, la Grazia di Dio.
Ogni mattina prenderai la strada, dopo la S. Messa e la Meditazione, e andrai a lavorare in una bottega, in un cantiere; e quando tornerai la sera, stanco, come tutti gli uomini poveri costretti a guadagnarsi il pane, entrerai nella Cappellina della fraternità e resterai lungamente in adorazione; portando con te, alla preghiera, tutto quel mondo di sofferenza, di oscurità e sovente di peccato in mezzo al quale hai vissuto per otto ore, pagando la tua razione di pena e di fatica quotidiana.
Contemplazione sulle strade: è una bella frase, ma costa assai. Certo, sarebbe più facile e più dolce restare qui, nel deserto; ma sembra che Dio non voglia.
La voce stessa della Chiesa di fa sempre più sentire per indicare ai cristiani la realtà del Corpo Mistico e l'apostolato in esso, per richiamare alla carità vissuta, per invitare tutti ad un'azione, che partendo dalla contemplazione ritorna ad essa sul versante della testimonianza e della presenza tra gli uomini.
I muri dei conventi si fan sempre più sottili e più bassi; si moltiplicano coloro che vivono la verginità nel mondo; i laici stessi prendono coscienza della loro missione e cercano la loro spiritualità.
E' davvero l'alba di un mondo nuovo, al quale non parrebbe retorico dare come consegna "la contemplazione sulle strade" e gli esempi per attuarla.

Carlo Carretto

tratto da  "Lettere dal deserto"




21/09/13

L'amministratore disonesto - XXV T.O.

Lc 16, 10-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: 
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. 
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».


La parabola del fattore infedele si chiude con un messaggio sorprendente: l'uomo ricco loda il suo truffatore. Sorpreso a rubare, l'amministratore capisce che verrà licenziato e allora escogita un modo per cavarsela, un modo geniale: adotta la strategia dell'amicizia, creare una rete di amici, cancellando parte dei loro debiti. Con questa scelta, inconsapevolmente, egli compie un gesto profetico, fa ciò che Dio fa verso ogni uomo: dona e perdona, rimette i nostri debiti. Così da malfattore diventa benefattore: regala pane, olio, cioè vita, ai debitori. Lo fa per interesse, certo, ma intanto cambia il senso, rovescia la direzione del denaro, che non va più verso l'accumulo ma verso il dono, non genera più esclusione ma amicizia. 
Il personaggio più interessante della parabola, su cui fermare l'attenzione, è il ricco, figura di un Signore sorprendente: il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza, aveva puntato tutto sull'amicizia. 
Qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne. Fatevi degli amici. Amicizia diventata comandamento, umanissimo e gioioso, elevata a progetto di vita, fatta misura dell'eternità. Il messaggio della parabola è chiaro: le persone contano più del denaro. Amici che vi accolgano nella casa del cielo: prima di Dio ci verranno incontro coloro che abbiamo aiutato, nel loro abbraccio riconoscente si annuncerà l'abbraccio di Dio, dentro un paradiso generato dalle nostre scelte di vita. 

Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza. Affermazione netta: il denaro e ogni altro bene materiale, sono solo dei mezzi utili per crescere nell'amore e nella amicizia. Sono ottimi servitori ma pessimi padroni. Il denaro non è in sé cattivo, ma può diventare un idolo e gli idoli sono crudeli perché si nutrono di carne umana, aggrediscono le fibre intime dell'umano, mangiano il cuore. Cominci a pensare al denaro, giorno e notte, e questo ti chiude progressivamente in una prigione. Non coltivi più le amicizie, perdi gli amici; li abbandoni o li sfrutti, oppure saranno loro a sfruttare la situazione. 
La parabola inverte il paradigma economico su cui si basa la società contemporanea: è il mercato che detta legge, l'obiettivo è una crescita infinita, più denaro è bene, meno denaro è male. Se invece legge comune fossero la sobrietà e la solidarietà, la condivisione e la cura del creato, non l'accumulo ma l'amicizia, crescerebbe la vita buona. Altrimenti nessun povero ci sarà che apra le porte della casa del cielo, che apra cioè fessure per il nascere di un mondo nuovo.

Ermes Ronchi

www.avvenire.it

19/09/13

La parrocchia e l'iniziazione cristiana - E. Bianchi


Intervista di Marco Guzzi ad Enzo Bianchi,  priore della Comunità monastica di Bose.

tratto da:   

"Ricominciare nell’anima, nella Chiesa, nel mondo"

La parrocchia: una comunità di estranei?

D: Nel tuo libro Il mantello di Elia scrivi: «Indubbiamente oggi è difficile discernere il dono della vita fraterna, perché viviamo in un tempo poco felice, in mezzo ad una generazione perversa e malvagia, che del termine “comunità” ha fatto uno scempio, svuotandolo di senso e annullandolo a forza di parlarne».
In che senso parli della nostra come di una generazione particolarmente perversa e malvagia, e in che senso ritieni che staremmo perdendo il significato più profondo e più vivo della parola “comunità”?

R: Quando parlo di generazione perversa e malvagia mi riferisco direttamente alle parole di Gesù, che connotava la sua generazione come perversa e malvagia, perché di fronte alla predicazione ascetica del Battista aveva risposto con un rifiuto, e di fronte alla predicazione di Gesù, condotta nella compagnia con gli uomini, ha risposto che lui era un mangione e un beone. Si tratta dunque di una generazione che pur di non ascoltare la verità svuota, contesta, consuma i messaggi che le vengono rivolti. Ma è pur vero che ogni generazione, di fronte alla verità, è definita perversa e malvagia dalle Scritture.
La parola comunità implica essenzialmente la comunione, la koinonìa, eppure è stata applicata in questi anni con una banalità tale da arrivare a essere svuotata completamente di senso, e la responsabilità è soprattutto dei cristiani. Ci sono dei giorni in cui sono tentato di cambiare il nome di “Comunità di Bose” con quello di “Monastero di Bose”. Poi mi suona un po’strano il nome “monastero”, perché significherebbe entrare in quell’ottica dell’esenzione rispetto alla chiesa, alla società e agli uomini, che non mi appartiene. E allora me lo impedisco.
Però in realtà la parola “comunità” che cosa richiama ormai alla mente della gente? Richiama i centri di servizio per gli emarginati, e in primo luogo per i tossicodipendenti. Ormai per la gente è questo una comunità. Ma penso all’uso che se ne è fatto in questi anni, in cui perfino un gruppetto di ragazzi doveva fare comunità, senza averne le possibilità reali, perché una comunità la possono creare soltanto uomini responsabili e soggetti a pieno titolo di rapporti, anche di rapporti economici. Questo abuso ha svuotato la tensione a riproporre la chiesa come comunità autentica, quella descritta negli Atti degli Apostoli, per i quali la comunità è koinonìa fraterna, è condivisione della vita, dei beni, delle speranze, delle angosce e dei drammi che informano la storia degli uomini. Condizione che si esprime nell’unanimità e nell’eucarestia, dove si forgia il corpo di Cristo.

D: Ti ponevo questa domanda proprio per iniziare una riflessione sulla crisi delle parrocchie. Tutte le parrocchie, appunto, si dicono comunità, e poi si scopre il più delle volte che non ci si conosce nemmeno per nome. Péguy riteneva che l’inizio di una rinascita del cristianesimo dovesse prendere le mosse da una rifondazione delle parrocchie, che effettivamente spesso manifestano una certa desolazione, un’incapacità di entusiasmo creativo e quindi di attrazione della gente. Viene da chiedersi che cosa abbia da dare al mondo, agli uomini che asfissiano nel mondo, questa chiesa che si incarna in forme che, più di tutte le altre, soffrono di capacità di respirazione, di mancanza di creatività, di credibilità, di forza auto generativa. Come è possibile, secondo te, ritrovare una sorgente di fuoco reale?

R: Oggi è molto difficile: purtroppo le parrocchie sono più luoghi di servizi offerti che non luoghi di epifania della koinonìa dei cristiani. Gli stessi cristiani che a volte si lamentano della mancanza di vita comunitaria sono poi poco disponibili a fare della domenica il luogo del loro incontro attorno alla tavola della Parola e dell’Eucarestia, perché si disperdono anziché radunarsi: il week-end li porta al mare, in montagna. Ma senza osservanza del giorno del Signore è possibile una vita ecclesiale? (…) Siccome la parrocchia non risponde più ad alcuni bisogni essenziali della vita cristiana, allora emergono i movimenti ecclesiali. E io, pur essendo molto critico nei confronti dei movimenti devo pur dire che essi assolvono a dei compiti che spetterebbero alla parrocchia, ma che questa non è più in grado di adempiere.
Che cosa dovrebbe essere la parrocchia? Innanzitutto una comunità di fede, in cui cioè la fede dev’essere celebrata insieme attorno all’eucarestia, e dev’essere anche vissuta insieme. La parrocchia dovrebbe essere il luogo in cui si accoglie la Parola di Dio, in cui la gente si sente convocata dalla Parola di Dio. Ma spesso la Parola di Dio non trova luogo, una centralità, nella parrocchia, ed ecco che allora sorgono movimenti che proprio attorno alla Parola di Dio riescono a raggruppare uomini e donne, sottraendoli alla parrocchia.
La parrocchia dovrebbe poi essere il luogo della vita fraterna, del riconoscimento degli uni nei confronti degli altri, della compaginazione dei doni e dei ministeri, il luogo dove è vissuta la carità fraterna. Ma se la parrocchia non riesce a essere questo, ecco allora sorgere dei movimenti che garantiscono la dimensione dell’affetto fraterno e del riconoscimento. 
La parrocchia dovrebbe essere un luogo di preghiera, ma se essa continua a offrire ai cristiani soltanto la messa, ecco allora i carismatici, che con la libertà e la creatività che sanno dare alla preghiera di invocazione, di ringraziamento, di gioia e di pianto, nuovamente tolgono forze alla parrocchia.
C’è poi il senso dell’appartenenza. La parrocchia dovrebbe essere il luogo in cui il cristiano sente la sua appartenenza alla chiesa; ma nell’anonimato attuale, in una parrocchia come quelle attuali che funzionano soltanto come datrici di servizi, ogni senso di appartenenza si affievolisce, per cui emerge addirittura l’ipotesi settaria. (…)

D: Ma il problema è che bisognerebbe interrompere il circolo vizioso della routine ormai paralizzata nei suoi schemi logori. Sarebbe necessario un momento di frattura, di ripensamento globale, di giudizio anche su tutto ciò che continuiamo a tenere in piedi e che non ha più alcun senso né evolutivo né tanto meno di conversione…

R: Certamente. Occorrerebbe innanzitutto prendere sul serio la chiesa locali, la chiesa che si raccoglie intorno all’eucarestia su un certo territorio. Bisogna intanto richiamare i cristiani al senso della domenica, affinché non si sottraggano ma vivano senza evasioni quello che è il momento centrale e irrinunciabile di incontro e riconoscimento reciproco nella fede. Il vivere concretamente l’eucarestia domenicale non può essere considerato, cosa che avviene anche da parte di molti cristiani che si vogliono coscienti e aperti, come un elemento marginale e alla fin fine trascurabile del vissuto cristiano, perché sul problema della santificazione del giorno del Signore è in gioco la sopravvivenza stessa della fede, che altrimenti si trova svuotata ad adesione gnostica, ad assenso intellettuale.
Occorrerebbe inoltre un’autentica attuazione della riforma liturgica avviata dal Vaticano II, affinché l’assemblea diventi veramente il soggetto liturgico (…).
Occorrerebbe poi che la carità, la carità con la “C” maiuscola, l’agape, non si risolvesse solo in un’organizzazione burocratica della carità con la “c” minuscola, ma che desse vita a una comunità capace di leggere e interpretare i bisogni dei poveri, degli emarginati e quindi andasse loro incontro realmente tramite l’incontro di volti, attraverso dei veri rapporti umani.
La carità cristiana non è solo filantropia.

Ritrovare una parola che infiammi.

(…)  Occorre ripristinare questo primato della fede nella vita dei credenti, e che a questo primato della fede corrisponda un’autentica esperienza spirituale del fatto cristiano, una vita spirituale autentica e profonda. (…) Si deve fare uno sforzo affinché la qualità della vita dei cristiani sia una qualità adeguata alla crescita spirituale in cui sono iniziati, una qualità adeguata al messaggio evangelico. Altrimenti avremo sempre dei cristiani che ascoltano passivamente, una chiesa discente, come si diceva una volta, che resta però immatura, scolorita e incapace di rendere conto della speranza che è in lei, e di pronunciare una parola che in qualche misura sia anche profetica, che abbia peso, autorevolezza, che possa davvero essere una chiamata per gli altri, un appello, e che veicoli il messaggio evangelico.

D: Io ho poi l’impressione che la chiesa utilizzi spesso un linguaggio troppo ragionevole, ovvio, già sentito. Ma questa ragionevolezza non è già al potere di ogni dimensione, non è già acquisita e accettata quasi universalmente in questo mondo da politici, sindacalisti, intellettuali e giornalisti di ogni colore? E allora, se la chiesa si presenta agli uomini con questi argomenti, con queste parole e, solo o preminemente con questi accenti in buona parte ereditati dalla tradizione politica e sociale del moderno, come può pretendere di incarnare sulla terra qualcosa di nuovo e di inaudito? (…)

R: E’ la grande tentazione della chiesa presente in ogni tempo e già segnalata nel Nuovo Testamento. Tu parli di “ragionevolezza”, ma si potrebbe parlare anche di discorsi che vorrebbero aderire alla mentalità della gente del mondo. Ma noi dobbiamo ricordare il messaggio di Paolo, per cui sussiste una sophìa umana dinanzi alla quale la sapienza di Dio è stoltezza e follia. La fede cristiana ha questa possibilità di mostrarsi agli uomini come follia, come parola della croce, come scandalo. Se le togliamo questa forza, noi la annacquiamo, la depauperiamo, la svuotiamo, la riduciamo a un discorso intorno ai valori, tra i tanti discorsi che fanno gli uomini intorno ai valori.
Oggi d’altronde la situazione è ancora più drammatica di quanto tu non indichi, perché non si tratta più solo di un limite linguistico o di dialogo col mondo, ma è lo stesso atteggiamento pratico dei cristiani che rischia di vanificare ogni annuncio. Qual è oggi la pastorale dominante? E’ quella che porta i nomi del volontariato, dell’impegno, dell’attivismo, in cui cioè un cristiano passa praticamente il suo tempo di vita ecclesiale solo in opere filantropiche, impegnato nell’organizzazione della carità. Tutto questo trasforma la chiesa in un’istituzione filantropica tra le altre, in un’istituzione che non è più in grado di pronunciare quella parola di salvezza per la quale sussiste e solo attraverso la quale deve essere coordinata al mondo. 
Gli uomini sono tutti da amare, per la chiesa, per noi cristiani, ma amare gli uomini non può significare accettazione acritica della mondanità né conversione al mondo piegandosi semplicemente ai desideri che esso esprime. (…)
In una situazione di non persecuzione, anzi di buona accoglienza della chiesa nella società, non ci accorgiamo, come scriveva Ilario di Poitiers nel IV secolo che in realtà c’è «un persecutore molto più insidioso, che lusinga, che non colpisce alla schiena ma accarezza il ventre, non ci confisca i beni ma anzi ci finanzia per darci la morte, non ci spinge alla libertà imprigionandoci ma verso la schiavitù onorandoci nel palazzo, non ci flagella i fianchi ma ci prende il cuore, non ci taglia la testa con la spada ma ci uccide l’anima con il denaro…».

Sperimentare Cristo che vive in me.

D: Credo che molti giovani si allontanino, sfuggano a queste strutture parrocchiali, che poi vorrebbero mostrarsi come create appositamente per i giovani, proprio perché non vi incontrano la parola che può davvero cambiare e orientare tutta la nostra vita. Queste parrocchie sembrano troppe volte dei dopo scuola, e forse come tali svolgono anche una preziosa funzione, ma solo fino alla maturità, allorquando, intorno ai 18 anni, i ragazzi entrano nella vita seria e quindi lasciano la parrocchia (…)
Come avviare dunque un approccio più profondo alla spiritualità, che è poi ciò che tante persone vanno a cercare in Oriente? (…)

R: Il grande problema è quello della gnosi cristiana.
Non dobbiamo mai dimenticare che il cuore del cristianesimo è certamente una persona, Gesù Cristo; ma proprio perché è una persona storicamente vissuta, noi lo conosciamo solo attraverso le Scritture. Non sussiste un’altra via per conoscere Cristo. (…)
C’è in noi questo amore del Signore, che significa contemporaneamente conoscenza del Signore e adesione al Signore, oppure non c’è? La pastorale, la predicazione, la catechesi, hanno questo riferimento si o no? Io temo che sovente non si trovi questo riferimento in tutta la sua necessaria centralità. Si insegnano piuttosto dei valori, si insegnano delle vie etiche, ma non questo amore-fede-conoscenza-adesione al Signore.
Ora è chiaro che un giovane, che percepisce la chiesa come un’istituzione che detiene valori e che sovente finisce con i suoi precetti e divieti per sembrare un vigile urbano, a 18 anni, o anche prima, a12, 14, se ne andrà, lascerà la Chiesa, perché non ha per nulla conosciuto il Cristo. Il giovane crede e dice di aver lasciato la chiesa, ma in verità ha lasciato la vita parrocchiale, la frequentazione dei preti, del parroco. Lui nemmeno si sogna di aver lasciato Cristo, perché questo Cristo non lo ha mai conosciuto. Nessuno gli ha mai richiesto l’esperienza di fede, di amore e di conoscenza effettiva di Cristo. Nessuno gliel’ha mai insegnata.
Questo è uno dei nodi fondamentali della crisi attuale del cristianesimo.
Mi ha sempre impressionato un detto di un padre della chiesa del IV secolo, che parlando ai preti li interrogava: «Voi vi chiedete come mai i giovani crescendo si allontanino dalla chiesa? Ma è naturale: è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno mai vista, prima o poi si stancano, rinunciano, e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la loro caccia fino in fondo».




18/09/13

Cinquantatre


Quando aneli a felicità a cui non sai dare nome, e quando soffri senza capire perché, proprio allora stai crescendo con quanto cresce, e ti stai elevando verso il tuo io più grande.

Kahlil Gibran



17/09/13

Stigmate di San Francesco - Jacopone da Todi

(...)

«Quella altissima palma,
o' salisti, Francesco,
lo frutto pigliò êll'alma
de Cristo crucifisso;
fusti en Lui sì afisso,
mai non te nne amutasti;
S. Francesco riceve le stigmate - Giotto

con' te ce trasformasti
nel corpo n'è miniato.
L'Amor è 'n quest'offizio,
unir dui 'nn una forma:
Francesco nel sopplizio
de Cristo lo trasforma.
Empresa quella norma
de Cristo c'avìa en core,
la mustra fe' de fore
vestuto d'overgato.
L'Amor devino altissimo
con Cristo l'abracciao,
l'affetto suo ardentissimo
sì llo c'encorporao,
lo cor li stemperao
como cera ad segello;
empreméttece Quello
ov'era trasformato.
Parlar de tal figura
co la mea lengua taccio;
misteria sì oscura
d'entendarle suiaccio;
confesso che no 'l saccio
splicar tanta abundanza,
la smesurata amanza
de lo cor enfocato.
Quanto fusse quel foco
no lo potem sapere;
lo corpo suo tal ioco
no 'l pòtte contenere;
en cinqui parte aprire
lo fece la fortura,
per far demostratura
que 'n lui era albergato»

(...)

Jacopone da Todi
tratto da "O Francesco Povero"


15/09/13

Le parabole della misericordia - XXIV T.O.

Lc 15, 1-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


La lettura di tutte e tre le parabole ci permette di avere un quadro più limpido del messaggio di questo Vangelo.
Per comprenderle occorre partire dalla situazione entro la quale esse nascono: si avvicinavano al Signore Gesù «i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo». Non si parla di generici peccatori, che hanno fatto qualche genere di peccato, ma si parla dei pubblicani, persone, all'epoca, valutate come molto sgradevoli: erano dei collaborazionisti dei romani e il loro compito era di "rastrellare" le tasse per conto dei romani; erano persone che prendevano "il pizzo" dalla gente, secondo un modo da gestire le tasse che rovinava le persone. Erano, quindi, profondamente disonesti. Quindi qui per "peccatori" non si intende semplicemente chi è nella condizione del peccato, bensì si parla di peccatori pubblici, gente che ha notorietà di fare cose gravi. Non dobbiamo quindi avvicinarci a questo Vangelo con una sorta di comprensione mellifua di tenerezza: si sta parlando di persone sgradevoli, odiose! Pensiamo a quelle persone che più ci danno fastidio, quelle che riteniamo debbano essere punite, eliminate o comunque escluse! Quel tipo di persone che se uno le vede a messa, due banchi più avanti, si alza e se ne va, perché dice "Se questo sta a messa qui, io non ci voglio stare"
Per contro, i farisei e gli scribi erano invece persone molto amate dal popolo, la gente dava loro molto credito, perché erano persone che si occupavano della fede del popolo, persone di grandissima fedeltà alla Parola di Dio, di grandissima correttezza: persone integerrime, giuste.
A Gesù si avvicinano tutti i pubblicani e i peccatori. E' una cosa imbarazzante! Il testo è paradossale, perché sottolinea che, a prescindere da un loro supposto moto di conversione - non è detto che questi si stanno pentendo! - si avvicinano a Gesù proprio tutti. Non sono persone che hanno già fatto atti di penitenza, si avvicinano quelli che non hanno dato nient'altro che i segni di ciò che hanno fatto fino ad oggi... ma si stanno avvicinando a Gesù. E lui si lascia ascoltare.
I farisei e gli scribi mormorano. La buona società, la gente per bene, la gente impegnata, la gente che in parrocchia lavora, la gente su cui puoi fare affidamento dice: "Ma cosa stiamo facendo?! E Costui chi è? Quest'uomo accoglie i peccatori e mangia con loro!" Il mangiare insieme nel Vecchio Testamento aveva un significato importantissimo: era segno di convivialità, intimità.
E' una provocazione enorme. Come scandalose sono le tre parabole che Gesù racconterà immediatamente dopo.

Se uno «ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova». E' più importante la "perduta" di quelle possedute.
Se un giorno io vado a messa e vedo quattro banchi più in là un noto malfattore della zona, sta succedendo qualcosa di buono: c'è una possibilità. Che poi questo la sfrutti o non la sfrutti, è un altro discorso... Ma Dio come sta messo di fronte a questo uomo che comunque, in ogni caso, adesso sta qui?
Qual'è la realtà? E' che gli interessa di più la pecora perduta. E' imbarazzante questo.
Noi abbiamo una mentalità numerica: 99 o 100 non fa differenza! No, per Dio non è lo stesso.

C'è poi una donna che ha dieci monete e ne perde una.
Noi diremmo: e vabbè, fa' niente, è lo stesso! Per Dio non è lo stesso. Uno, uno solo in meno, non è lo stesso.
Noi siamo abituati ad una mentalità utilitarista, dove le cose vanno calcolate "di massima", secondo convenienza. Ce ne facciamo una ragione di "uno che si perde". Un fratello che si perde, una sorella che si perde... è veramente lo stesso?  Interrogo il mio cuore e dico: devo ancora arrivare fino in fondo a lasciarmi invadere dallo Spirito Santo, perché lo Spirito Santo mi fa capire che "uno", "uno solo" vale tutto.
Uno solo vale, che io fermi tutto quello che sto facendo, perché quello non si può perdere. "E vabbè, dai, c'è tanta altra gente..." No, quello è mio fratello, quella è la mia pecora, la mia moneta... quello è mio figlio.

Chi siamo noi per Dio? Siamo quello che non si può perdere, quello di cui si va in cerca.
Il Signore Gesù Cristo è venuto in cerca di qualcosa che non può perdere.
Noi viviamo, molto spesso, anche il rapporto con noi stessi, come qualcosa di giudicabile, di valutabile... e anche di disprezzabile.  Molto spesso ci abbandoniamo al peccato e al disordine, perché non abbiamo capito chi siamo, non abbiamo capito chi siamo per Dio: siamo qualcosa di imperdibile. Dio non ci può perdere.
Se avessimo dubbi, dobbiamo guardare intensamente la croce di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale muore per uno di noi. Muore perché noi non possiamo essere persi, non possiamo essere smarriti. Molte persone cadono nell'abisso del peccato perché si disprezzano, si lasciano andare, non si considerano più importanti. E tante volte perdiamo il treno della carità verso il prossimo perché non riteniamo così grave, così imprescindibile, il fatto di mancare rispetto alla carità: una persona sola che cosa è per Dio! Che cosa è per il Padre... Il buon pastore cerca la pecora perduta; la donna cerca la moneta perduta; e il padre aspetta il figlio che torni: «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Questo per il Padre è tutto, perché noi non possiamo essere smarriti.

don Fabio Rosini