13/09/13

Vocazione alla solitudine - T. Merton


Scopo della vita solitaria è, se si vuole, la contemplazione. Ma non la contemplazione nel senso pagano, di un’illuminazione intellettuale, esoterica, raggiunta attraverso una tecnica ascetica. La contemplazione del solita­rio cristiano è avere gli occhi spalancati sulla misericordia divina che trasforma ed eleva il suo vuoto e lo converte nella concretezza di un amore perfetto, di una pienezza perfetta.

La chiamata alla solitudine perfetta è una chiamata alla sofferenza, all’oscurità e all’annientamento. Eppure, quando un uomo vi è chiamato, la preferisce a qualsiasi altro paradiso terrestre. L’eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e l’apparente sterilità della sua vocazione, che gli stessi monaci dovrebbero avere scarsa importanza nel mondo, o addirittura nessuna.
La sua povertà è spirituale. Pervade interamente la sua anima e il suo corpo, così che alla fine tutto il suo patrimonio è l’insicurezza. Sperimenta il dolore e l’indigenza spirituale e intellettuale di chi è davvero povero. Questa è esattamente la vocazione eremitica, una vocazione all’inferiorità a ogni livello, anche quello spirituale. E’ certo che vi è in essa un pizzico di follia.

L’eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più il mondo. Neanche il mondo lo capisce. Ma questa è la sua missione, essere rifiutato dal mondo che, con quel gesto, rifiuta la spaventosa solitudine di Dio stesso. Come ogni altro aspetto della vita cristiana, la vocazione alla solitudine può essere compresa solo nella prospettiva della mise­ricordia di Dio verso l’uomo. La vocazione alla solitudine è quindi, nello stesso tempo, una vocazione al silenzio, alla povertà e allo svuotamento. Ma lo svuotarsi è in vista della pienezza: scopo della vita solitaria è, se si vuole, la contemplazione. Ma non la contemplazione nel sen­so pagano, di un’illuminazione intellettuale, esoterica, raggiun­ta attraverso una tecnica ascetica. La contemplazione del solita­rio cristiano è avere gli occhi spalancati sulla misericordia divina che trasforma ed eleva il suo vuoto e lo converte nella concretezza di un amore perfetto, di una pienezza perfetta. Vi sono sempre stati, e sempre vi saranno, degli eremiti che sono soli in mezzo agli uomini senza conoscerne la ragione. So­no condannati al loro strano isolamento dal temperamento o dalle circostanze, e vi ci sono abituati.

Non è di questi che io sto parlando, ma di coloro che, avendo condotto un’esistenza impe­gnata e multiforme nel mondo degli uomini, si lasciano alle spal­le la loro vita di un tempo, per andare nel deserto. Una tale vocazione, in genere, non è per i giovani. Non può sgorgare solamente da un fermento di idealismo o da una ribel­lione adolescenziale, dal semplice disgusto per gli atteggiamenti e i modi convenzionali del vivere. Ma arriva un momento in cui uno è proprio stanco di conservare le finzioni necessariamente presenti nella vita sociale. Capisce che non ne può più. Certo, chiunque è fornito di buon senso vede, di tanto in tan­to, in un momento di chiarezza, la follia e la superficialità dei nostri atteggiamenti convenzionali. Tutti possono sognare la libertà. Ma assumere la disarmata austerità del vivere in completa onestà, senza convenzionalismi, e quindi senza sostegno, è tutta un’altra cosa. la vita solitaria è un’arida, aspra purificazione del cuore. Girolamo ed Eucherio hanno scritto rapsodie sul deserto fiori­to, ma Girolamo era l’eremita più indaffarato che sia mai esistito ed Eucherio era un vescovo che ammirava la comunità eremitica di Lérins solo da lontano. Gli eremi cultores,i coltivatori della sabbia del deserto, hanno avuto meno da dire su tale esperienza. Sono stati inariditi dalla siccità e le loro labbra bruciate sono stanche di parole. Se un solitario dovesse un giorno trovare la propria strada, per grazia e misericordia di Dio, in un luogo deserto dove non è co­nosciuto, e se gli venisse concesso dalla pietà divina di vivere lì, e di rimanere sconosciuto, egli forse potrà fare maggiormente del bene all’umanità come solitario di quanto ne avrebbe mai potuto fare rimanendo prigioniero della società in cui viveva.

La solitudine fisica assume talvolta l’aspetto di una sconfitta amara. E’ un paradiso terrestre solo nell’immaginazione di colo­ro che trovano la loro solitudine nella città affollata, o che sanno fare gli eremiti per alcuni giorni o per alcune ore, non di più. Ma la chiamata alla solitudine perfetta è una chiamata alla sofferen­za, all’oscurità e all’annientamento. Eppure, quando un uomo vi è chiamato, la preferisce a qualsiasi altro paradiso terrestre.

Il solitario che non comunica più con gli altri uomini se non per le necessità fondamentali della vita, è un uomo con una vo­cazione difficile e particolare. Per il resto del mondo egli perde immediatamente ogni valore. Eppure quel valore è grande. L’e­remita ha un ruolo molto significativo in un mondo come il no­stro, che ha degradato la persona umana e ha perduto ogni ri­spetto per la solitudine. Ma in un mondo cosiffatto la vocazione dell’eremita e più ter­ribile che mai. Agli occhi del nostro mondo l’eremita non è altro che un fallito. Deve essere un fallito: non abbiamo assolutamen­te bisogno di lui, non c’è posto per lui. E al di fuori di tutti i nostri progetti, programmi, movimenti, assemblee. Lo possiamo tollerare finché rimane una finzione, o un sogno. Non appena diviene reale, siamo disgustati dalla sua insignificanza, dalla sua povertà, dalla sua trasandatezza. Anche chi si considera contemplativo, spesso nutre un segreto disprezzo per l’eremita. Per­ché nella vita contemplativa dell’eremita non vi è niente di quel­la nobile sicurezza, di quella profondità intellettuale, di quella finezza artistica che il contemplativo professionista cerca nella sua tranquilla comunità. Eppure l’eremita deve sempre rimanere il vero modello del mo­naco. L’uomo che indossa la calda tonaca ben stirata dovrebbe ricordare che quanto egli stesso sta tentando di essere, ha una qualche somiglianza con il solitario dalle mani screpolate, che la­vora come un matto all’esterno della sua baracca nei boschi, o che magari si dedica a occupazioni prive di onore e di utilità. E’ la mancanza di utilità dell’eremita il grande scandalo. E’ senza effi­cacia, senza sicurezze: in un certo senso, indolente. Assomiglia fin troppo a un vagabondo.

La vita solitaria è qualcosa che non può minimamente smuovere la sua scala di valori. E’ “niente”, una non-entità. Ep­pure Paolo dice: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobi­le e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-28). L’eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e l’apparente sterilità della sua vocazione, che gli stessi monaci dovrebbero avere scarsa importanza nel mondo, o addirittura nessuna. Sono morti al mondo, non dovrebbero più apparire in esso. E il mondo è morto per loro. Sono pellegrini, testimoni appartati di un altro regno. La vita dell’eremita è una vita di povertà materiale e fisica senza sostegno visibile.
Dobbiamo ricordare che Ro­binson Crusoe fu uno dei grandi miti della borghesia, della civil­tà commerciale del XVIII e XIX secolo: il mito non di una solitu­dine eremitica ma di un individualismo pragmatico. Crusoe è una figura simbolica in un’era in cui la casa di ogni uomo era un castello fra gli alberi, ma solo perché ogni uomo era un cittadino molto prudente e ingegnoso, che sapeva trarre il massimo da ogni situazione e condurre a proprio vantaggio un affare con qualsiasi concorrente, anche con la vita stessa. Il Crusoe senza preoccupazioni era felice perché aveva una risposta per ogni co­sa. Il vero eremita non è così sicuro di avere una risposta a tutto.

In verità, l’eremita non dovrebbe essere una persona comple­tamente sprovveduta. Dovrebbe avere qualcosa dell’abilità ma­nuale di Crusoe, così da essere autosufficiente almeno a un cer­to livello. Ma esiste un limite all’autosufficienza. E anche nel campo spirituale la vita eremitica non è totalmente indipenden­te. L’eremita non è sottoposto alla complessità dell’istituzionali­smo religioso e alle sue vanità, ma talvolta necessita di uno che lo guidi, e se non ce l’ha.
L’eremita, nella nostra epoca, è unicamente e soltanto un uomo di Dio. Questo dovreb­be essere chiaro.Ma quale preghiera! Quale meditazione! Nien­te più che pane e acqua questa sua preghiera interiore! Povertà radicale. L’eremita, giorno e notte, sbatte la testa contro un muro di dub­bio. Questa è la sua contemplazione. Non fraintendetemi. Non è una questione di dubbio intellettuale, una ricerca analitica di verità teologiche, filosofiche o di altro genere. E’ qualcosa d’altro, una specie di non conoscenza del proprio io, una specie di dubbio che interroga le radici più profonde della sua vita, un dubbio che mina le ragioni stesse del suo esistere e di quanto va facendo. E’ questo dubbio che lo porta definitivamente al silen­zio, e nel silenzio che cessa di porre domande egli riceve l’unica certezza che conosce: la presenza di Dio nel cuore dell’incertez­za e del nulla, come unica realtà, ma come una realtà che non può essere “localizzata” o identificata. Ecco perché l’eremita non parla. Compie il suo lavoro ed è paziente, ma generalmente ha pace. Non è il genere di pace del mondo. Egli è felice, ma non si diverte mai. Sa dove sta an­dando, ma non è sicuro della sua strada, lo sa solo andandoci.

Tutto quello che possiamo dire di questa indigenza del vero eremita non deve farci dimenticare che egli è felice nella sua so­litudine, ma particolarmente perché ha cessato di considerarsi come un solitario in contrapposizione ad altri che non sono soli­tari. Egli semplicemente lo è. E se è stato reso povero e messo in disparte dalla volontà di Dio, questa non è una distinzione ma soltanto un dato di fatto. La sua solitudine è qualcosa di spaven­toso, talvolta è un fardello pesante, eppure gli è più preziosa di ogni altra cosa perché è la volontà di Dio per lui. La sua solitudine è, per lui, l’ovvia realtà.
L’eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più il mondo. Neanche il mondo lo capisce. Ma questa è la sua missione, esse­re rifiutato dal mondo che, con quel gesto, rifiuta la spaventosa solitudine di Dio stesso.


Thomas Merton 

tratto da  "Un vivere alternativo" 

10/09/13

09/09/13

Seguendo la corrente della vita - Etty Hillesum

Vedi, Dio, farò del mio meglio. Non mi sottrarrò a questa vita. Continuerò a parteciparvi e cercherò di sviluppare tutte le doti che ho, se ne ho. Non saboterò nulla. Ma dammi ogni tanto un segno.
Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l'irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi prenda per mano.  Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò di irraggiare un po' d quell'amore, d quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo "amore". Non so se lo possiedo. 
Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l'isolamento in un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti.
Certe volte mi viene da pensare che la mia vita sia appena all'inizio e che le difficoltà debbano ancora cominciare, altre volte mi sembra di aver già lottato abbastanza.
Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse a una sempre maggior sicurezza.

Etty Hillesum

dal "Diario 1941-1943"

08/09/13

Il primato di Gesù nella sequela - XXIII T.O.

Lc 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


Questo è uno di quei brani in cui abbiamo a che fare col radicalismo evangelico e potremmo pensare che questo radicalismo evangelico è improntato all'esigenza. Ma se uno legge bene questo testo, l'esigenza non è la parola giusta per interpretare questo brano, ma piuttosto si parla di possibilità.
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo», ossia non ce la fa', non ci arriva, non è in grado. Infatti il testo va avanti parlando di costruire una torre e riuscire a farlo! Di partire per una guerra e avere le possibilità di combatterla. Questi due esempi sono quindi la chiave con cui deve essere aperta questa missione, questa sequela, così seria. 
Essere discepoli del Signore richiede quindi che uno sia arrivato ad uno stadio, una condizione: quella di chi non ha il cuore schiavo di alcune cose, non è incastrato in certe dipendenze.  Non è assolutamente possibile varcare la soglia dell'eternità, dell'essere di Cristo che appella l'uomo alla vita, se non si sono cambiati gli assoluti del proprio cuore, le priorità e necessità della propria esistenza. E qui si spazia dalla dimensione relazionale, alla dimensione del possesso e dei beni di questo mondo.

«Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Partiamo da quest'ultimo caso, che, in un certo senso è il più scandaloso. Il punto è che se gli averi di questa terra non sono "beni rinunciabili", sono padroni della nostra vita. Se non sono beni a cui si possa dire di "no", diventano coordinate imprescindibili del nostro agire. Gli esempi classici sono quelli della condizione in cui uno debba scegliere di amare, di fare un atto di carità, imboccare la strada del servizio. Se il possesso, se il denaro resta un dato intoccabile condizionerà il mio modo di amare. Nessuno può amare veramente e non è disposto a perdere tutto. Se c'è qualcosa che mi porta a dire: "tutto ma questo no!", significa che quella cosa è più importante dell'atto d'amore, di ciò che viene amato.
Questo vuol dire che c'è una chiamata assoluta e indiscutibile, evangelica, alla povertà.  Siamo chiamati ad un distacco dalle cose e ad essere liberi dai beni di questo mondo. Possiamo illuderci, tante volte, di aver imboccato una via di povertà mentre in realtà sguazziamo in un'abbondanza! Si dice che la povertà non è tanto nel possesso quanto nell'uso: se una cosa non è mia ma ne posso usare, possiamo davvero parlare di povertà, quando tutto quello che abbiamo è iper garantito?  Tante volte anche la vita consacrata è tutt'altro che povera, anche se poi, non si rivendica niente come mio veramente, però in realtà io sto in una serie di cose che mi consentono un confort, una sicurezza di vita.  Ecco questo deve passare assolutamente secondario rispetto al mio seguire Gesù Cristo: io non posso seguire Gesù se questo non può e non deve toccare il mio confort, non può e non deve toccare ciò che poi, di fatto, è nella realtà "mio".
Siamo davanti al messaggio dell'assoluto che è Dio. Troppo siamo stati annoiati, scoraggiati, sviliti, dall'immagine di tanto cristianesimo che, in realtà, non entrava neanche lontanamente in combattimento con l'argomento del "possesso", che non toccava neanche lontanamente la relazione con il denaro: un cristianesimo ritagliato a misura di convenienza. Questo non è semplicemente sbagliato: non è seguire il Signore Gesù! Chi sta in queste condizioni non ce la fa, non va avanti. Chi vuole seguire il Signore senza toccare i propri beni, presto o tardi non ce la fa più, perché non ha punti d'appoggio ulteriori che gli consentano di mantenere una certa facciata, crollerà.
Questa Parola non va letta come un'esigenza, ma piuttosto come parametro di riferimento.
Questo è valido anche per le relazioni affettive, come sottolinea questo testo.  Noi abbiamo la tendenza a non vedere pericolosità nei legami affettivi, invece questi possono diventare delle catene che legano interiormente, tagliano le ali a tante vocazioni, a tante maturità che non arrivano mai, a tanta umanità che resta in uno stato infantile, perché resta legata ad una cosa importantissima ma mai del tutto assoluta.
Per capire meglio questo testo possiamo pensare al caso di Abramo il quale deve entrare nella fede mettendo Dio davanti all'affetto per suo figlio... non perché perderà suo figlio ma perché avrà suo figlio in un ordine di priorità più giusto, secondo quello che è la luce, la sorgente della vita. Da Dio verrà Isacco: non può essere che Isacco è un assoluto intoccabile per cui lui debba anteporre il rapporto con Isacco al rapporto con Dio che gli ha donato Isacco.
Questo potrebbe essere un discorso che rischia di apparire privo di umanità, di senso del reale; occorre tenere davanti a noi quello che è lo scopo: il rapporto con il Signore Gesù Cristo, da cui deriva tanto amore, da cui deriva tanta generosità, da cui deriva tanta gioia anche nello stare in questo mondo. Non può esserci niente che viene prima del nostro rapporto con il Signore Gesù.
Se marito e moglie hanno come primario il loro rapporto orizzontale, il loro matrimonio è fragile. Se il primo rapporto è il rapporto con Dio, da questo deriva tanto amore per il coniuge e un amore disinteressato. Perchè quando i nostri rapporti affettivi orizzontali diventano così imprescindibili diventano un investimento con un certo rischio, perché l'altro ha diritto ad essere debole, ha diritto di sbagliare e anche di morire. Non possiamo basare una vita su un padre, una madre, una moglie, un figlio, un fratello... Non possiamo basare tutta la nostra esistenza nemmeno sulla nostra vita! Dobbiamo amare il Signore di più! Perché il testo greco usa addirittura la parola odiare? Può sembrare un po' crudo con queste realtà affettive, certamente buone, ma che possono diventare molto malate. Amare il Signore Gesù Cristo significa un essere completamente suoi e da quello venire alla moglie, ai figli, ai genitori, e anche a sé stessi. Si torna agli altri dopo essere stati con il Signore. Se prima stiamo con gli altri e poi con il Signore, dal Signore non arriviamo mai. Se i nostri beni prendono uno spazio di intangibilità, non arriveremo mai dal Signore. Diventeranno dei veri e propri ostacoli per essere completamente nella vita, la vita vera, autentica. Quando si dona, nulla si perde.

don Fabio Rosini


04/09/13

Accogliere il dolore dell'umanità - Etty Hillesum


Ho provato a guardare in faccia il "dolore" dell'umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l'assurdità completa ha ceduto il posto a un po' più d'ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. E' stata un'altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più.
Ho scritto che mi sono confrontata con il "dolore dell'umanità" (questi paroloni mi fanno ancora paura) ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire. Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale, a volte sono come un campo di battaglia insanguinato e poi lo pago con un gran sfinimento e con un forte mal di capo. Ma ora sono semplicemente me stessa: Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale (...).
Poi all'improvviso ho ritrovato il contatto con me stessa, con la parte migliore e più profonda del mio essere, quella che io chiamo Dio, e quindi anche con te. E' stata un'ora in cui sono maturata di un ulteriore tratto, in cui ho appreso molte cose nuove su di me es i miei rapporti con te e con gli altri. Sono già passati alcuni giorni, e quell'ora per me così importante è sempre racchiusa dentro di me come un tutto compiuto e perfetto, ma non riesco ancora a trovare le parole per descriverla.

Etty Hillesum

dal  "Diario 1941 - 1943"


02/09/13

Il coraggio di arrendersi a Dio - A. De Mello

Il Dio che noi incontriamo nella preghiera richiede coraggio, perché smaschera le nostre razionalizzazioni, spezza le nostre difese, ci fa vedere noi stessi come realmente siamo, e questo può essere molto penoso. L’incontro con Dio non è sempre un’esperienza piacevole consolante. Qualcuno ha detto giustamente che l’incontro è chirurgico prima di essere lenitivo. Il Dio della Bibbia lo si incontra in un comando. Ogni volta che qualcuno lo sperimenta nella Bibbia è in connessione con (...)  qualche compito da assolvere, in genere un compito spiacevole. Osserviamo la riluttanza di gente come Geremia e Mosè ad accettare i compiti spiacevoli che Dio pone sulle loro spalle. Se vogliamo incontrare Dio dobbiamo essere pronti ad ascoltare la sua voce che ci chiama a fare qualcosa che potrebbe non piacerci: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Ciò non significa che dobbiamo avere paura. Le parole che udiremo non saranno solo parole esigenti. Saranno parole d’amore, parole che danno forza. Dio ci darà l’amore e la forza di cui abbiamo bisogno per essere all’altezza delle sue richieste. Ma non possiamo dissimulare il fatto che le sue richieste ci sono, che egli ci chiama a morire a noi stessi. E la morte è qualcosa che inizialmente spaventa. Dobbiamo avvicinarci a Dio senza condizioni in uno stato di resa completa. Non sto solo dicendo che dobbiamo avere la forza di dare ciò che Dio vuole da noi, povere e deboli creature quali siamo. La forza è qualcosa che viene da Dio, non da noi stessi. E’ affar suo procurarla.

Ciò che ci si aspetta da noi è l’onestà. Che non inganniamo noi stessi. Che affrontiamo la verità su noi stessi, la nostra codardia, il nostro egoismo, la nostra possessività e abbandoniamo le nostre razionalizzazioni. Il momento in cui cominciamo a pregare, noteremo voci che sorgono dentro di noi e che preferiremmo non ascoltare. Ciò che ci viene chiesto è il coraggio di ascoltare, di non chiudere i nostri orecchi, di non voltare la testa, per quanto sgradevole possa essere. 
Dio non ha inibizioni di sorta a chiederci cose sciocche e stupide. Cosa potrebbe essere più folle del fatto che la salvezza passi attraverso la croce? Cosa più ridicolo del fatto che gli apostoli debbano parlare le lingue ed esporsi all’accusa di essere ubriachi? In realtà il nostro prepotente desiderio di essere sempre razionali, equilibrati e rispettabili è uno dei maggiori ostacoli alla santità. Lo Spirito santo può essere assolutamente “irrazionale” in base agli standard del mondo. Perciò non escludiamo le cose “pazze” dalla lista delle cose che Dio potrebbe chiederci. Avviciniamoci a lui con mente e cuore aperti a tutto ciò che vuole, per quanto folle o difficile possa apparire a prima vista.

Antony De Mello

tratto da  "L'incontro con Dio. Un cammino di preghiera"


01/09/13

L'ultimo posto - XXII T.O.

Lc 14, 1. 7-14

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Le letture odierne contengono un messaggio sull’umiltà: umiltà quale attitudine umana gradita a Dio e che rende amabile colui che la vive (I lettura); umiltà quale atteggiamento che riproduce il modo di scegliere e di vivere che fu di Cristo Gesù (vangelo).

In effetti, il testo evangelico parla innanzitutto di Gesù. Esso ha una portata cristologica: Cristo è colui che essendo in forma di Dio si è abbassato, fatto uomo, ha assunto la forma di schiavo fino a condividere la condizione mortale dell’uomo, anzi, fino a morire della morte di croce. Gesù è colui che ha scelto l’ultimo posto che nessuno potrà mai sottrargli. Ed è colui che, umiliatosi, è stato esaltato dal Padre (cf. Fil 2,5-11). È Gesù che nella sua vita ha accordato un privilegio a poveri e piccoli, a malati e deboli, a storpi, zoppi e ciechi, narrando l’amore e la vicinanza di Dio innanzitutto a coloro che erano scartati dagli altri. È Gesù che ha vissuto la dimensione di unilateralità dell’amore, amando senza attendere di essere riamato, senza cercare reciprocità.

Il testo mette in guardia dal protagonismo e dall’esibizionismo di chi cerca i primi posti nei conviti, rischiando di essere “retrocesso” all’ultimo posto dal padrone di casa se arriva un ospite più ragguardevole di lui. Ovviamente l’umiltà non si oppone solo alla smania di apparire di chi si mette in mostra, di chi “ama i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe” (Mt 23,6), di chi usa le chiese e il religioso per esibirsi, per “farsi vedere”, ma anche all’atteggiamento del falso umile che si mette in fondo, all’ultimo posto, ma nutrendo in cuor suo la speranza di essere fatto avanzare. Umiltà è stare al posto che il Signore ha assegnato. Umiltà è essere fedeli al compito che il Signore ha affidato e al luogo in cui ci ha collocati.

Umiltà è anche la sapienza di chi ha una giusta valutazione di se stesso, di chi non ambisce cose troppo alte, di chi aderisce alla realtà e non la fugge né in alto né in basso. Scrive Paolo: “Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato” (Rm 12,3).

Anche parlando di un ricevimento, di un banchetto, Gesù riesce a parlare dell’agire sorprendente di Dio: nel banchetto del Regno sono i poveri ad avere i posti privilegiati, gli ultimi a essere i primi (cf. Lc 14,11). Per noi uomini che cosa di più sensato e quotidiano che invitare a cena a casa propria le persone amiche, quelle a cui siamo legati da vincoli di amicizia e amore, quelle che ci hanno già invitato e ci inviteranno ancora? Ma Gesù sta obbedendo alla logica “strana”, “folle”, “inusuale” di Dio e del Regno. Il discorso di Gesù è mosso da una “logica illogica”, se considerata a partire dal nostro buon senso: quella reciprocità che noi normalmente cerchiamo, Gesù afferma che è estranea all’agire di Dio. E rivela che, per l’uomo, questa logica diviene fonte di beatitudine: “sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,14).

La beatitudine consiste proprio nella partecipazione alla sorte di Gesù che ha amato unilateralmente gli uomini nel loro peccato e nella loro inimicizia (cf. Rm 5,6 ss.), che si è inchinato anche davanti a Giuda che aveva in animo di tradirlo per lavargli i piedi (cf. Gv 13,1-30), che non ha cercato ricompense terrene e non ha preteso di essere riamato in cambio del suo amore. Gesù dice: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12) e non dice: “Come io vi ho amati, così anche voi amatemi”. La beatitudine insita in questo amore è la totale gratuità, la gioia dell’amare in pura perdita, nella coscienza che l’amore basta all’amore, che amare è ricompensa per chi ama. È la beatitudine di chi è libero dalla paura di perdere qualcosa amando; è la beatitudine di chi spera e attende come unica ricompensa la comunione escatologica con Dio nel Regno (cf. Lc 14,14b); è la beatitudine di chi trova nel dono la propria gioia; è la beatitudine di chi non agisce in vista di un contraccambio, ma donandosi interamente in ciò che vive e che compie.


Luciano Manicardi

www.monasterodibose.it