25/08/13

La porta stretta - XXI T.O.

Lc 13, 22-30


In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino per Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!" Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!" Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primo che saranno ultimi».




In 
guardia 
dal 
rischio 
di 
ricercare 
indicazioni
 statistiche 
in 
base
 alle
 quali
 accontentarsi
 di
 stare
 nella
 media.
 È
 questo,
 infatti,
 il
 retroterra
 da
 cui
 nasce
 la
 domanda
 di
 quel
 tale
 che
 chiede 
a
 Gesù 
se 
sono
 pochi
 quelli
 che
 si
salvano.
Della
 serie:
 se
 non
 sono 
pochi,
 forse 
c’è
 anche
 per 
me 
qualche
 possibilità 
di
 scampo;
 dopo 
tutto
 non
sono
 peggiore
 di 
tanti
 altri.
È 
più
 forte 
di 
noi 
stabilire 
criteri
 di 
vicinanza
 e 
lontananza
 da 
Dio
 convinti 
come
 siamo
 che
 Dio
 usi
 le
 nostre
 stesse
 unità
 di
 misura.
 Per
 fortuna
 non
 è
 così:
 a
 ripercorrere
 il
 vangelo,
 infatti,
si 
resta 
non 
poco 
sconcertati 
nel
constatare
 che, 
stando
 a
 quello 
che 
attesta 
il 
Signore
 Gesù, 
vicini,
 talvolta,
 sono
 proprio
 coloro
 che
 noi
 di
 buon 
grado
 definiremmo 
lontani.
 Lontani, sì,
 ma
 dalla 
nostra
 immagine 
di
 Dio,
 non 
certo 
da
 quella
 che 
Gesù
 ci 
ha 
rivelato: 
vi 
sono 
ultimi
 che
 saranno
 primi
 e
 vi
 sono
 primi
 che
 saranno
 ultimiPubblicani
 e
 peccatori
 vi
 precedono… 
Lontananza 
e
 vicinanza 
non 
si 
misurano
 dalle 
nostre
 postazioni
 ma
 soltanto 
dal
 cuore 
stesso
 di
 Dio,
 il
 cuore
 che
 intravede
 germogli
 là
 dove,
 forse,
 un
 occhio
 meno
 attento
 avrebbe
 riconosciuto
 solo
 desolazione.
 Sarà
 la
 sorpresa
 dell’ultimo
 giorno
 quando
 vedremo
 sedere
 a
 mensa
 quanti,
 magari,
 noi
 abbiamo
 finito
 per
 escludere
 persino
 dalle
 nostre
 assemblee
 eucaristiche
 perché
 abbiamo
 usato
 una
 unità
 di
 misura
 troppo
 basata
 sulla
 ristrettezza
 di
 certe
 nostre
 vedute
 che
 non
 poche 
volte 
va
 di
 pari
 passo 
con 
una
 ristrettezza
 del
 cuore.
A
 quel
 tale 
Gesù
 propone
 di
 andare
 oltre
 la
 formulazione
 di
 una
 domanda 
astratta
 tipica
 delle
 dispute.
Gesù 
risponde 
alla
 domanda
 correggendola 
e 
portandola 
su 
un
 altro 
piano. 
La
 questione,
 infatti,
 non
 è
 da
 porre
 in
 termini
 astratti
 bensì
 personali:
 sforzatevi…
 E
 il
 verbo
 greco 
è 
agonizo, 
da
 cui 
agonia, 
la 
lotta 
estrema
 che
l’uomo 
ingaggia 
per 
strappare 
la 
sua 
vita
 dalle 
mani 
della 
morte.

Dio
 vuole
 che
 tutti
 gli
 uomini
 siano
 salvi 
ma
 questo
 esige
 da
 parte
 dell’uomo
 una
 vera
 e
 propria
 lotta
 da
ingaggiare 
contro
 tutto
 ciò
 che 
finisce 
per 
cristallizzare 
tanto 
la
 vita 
quanto
 la
 fede.
 Accogliere
 la
 gratuità
 del
 dono
 di
 Dio
 si
 traduce
 in
 una
 esistenza
 capace
 di
 ospitalità
 verso
 ogni
 uomo
 vincendo
 –
 attraverso
 la
 lotta,
 appunto
 –
 tutto
 ciò
 che
 esprime
 solo
 un
 criterio 
egoistico 
del 
vivere.
Non
 casuale 
mi 
pare 
l’annotazione 
con 
cui Luca 
apre 
il 
brano
 evangelico 
là
 dove 
riporta 
che
 Gesù
 era
 in
 cammino
 verso
 Gerusalemme.
 Come
 a
 dire
 che
 a
 salvarci
 non
 è
 una
 pretesa
 familiarità 
con 
lui 
o 
chissà 
quale 
frequentazione 
di 
riti. 
A 
salvarci 
è 
soltanto 
la
 disponibilità 
a
 stare
 in
 cammino.
 Si
 salva
 chi
 accoglie
 la
 sfida
 permanente
 del
 cammino,
 chi
 vince
 la
 tentazione 
della 
staticità 
che 
spesso 
si 
declina 
con 
quell’atteggiamento 
di
 sufficienza 
proprio di
 chi 
non
 si 
lascia 
interpellare 
più
 da 
nulla 
e 
perciò
 si
 sente
 arrivato. Accettare 
la
 sfida 
 del
 cammino,
 invece,
 mette
 a
 tema
 il
 rischio
 dell’incontro
 e
 la
 possibilità
 che
 nuove
 domande
 affiorino 
nel 
proprio 
cuore ,
di 
quelle 
che
 inquietano 
e 
perciò 
inducono 
alla
 scoperta 
di 
nuovi itinerari.
Credente
 non
 è
 chi
 ha
 fatto
 della
 sua
 fede
 uno
 status,
 un
 habitus
 ma
 chi
 accetta
 di
 arrischiarsi
 verso
 la
 propria
 Gerusalemme,
 quel
 luogo
 cioè,
 dove
 non
 scontata
 è
 la
 fede
 quando
 la
 derisione,
 la
 sconfitta
 e
 persino
 la
 morte
 sembrano
 smentire
 quanto
 finora
 perseguito 
o 
raggiunto.
La
 porta
 stretta
 da
 attraversare
 dice 
la
 necessità
 di
 farsi
 piccolo
 per
 poter
 essere
 trovati
 idonei 
al 
passaggio. 
Stretta 
la 
porta 
ma 
non 
chiusa 
se 
non 
per 
chi 
non 
accetta 
quel 
percorso 
di ridimensionamento
 che
 porta 
a
 conformare 
la
 propria 
esistenza
 su
 quella
 del 
Signore
Gesù.

Egli 
stesso,
 infatti, 
ha 
conosciuto 
sulla 
sua 
pelle
 la 
necessità 
di 
spogliarsi 
delle 
sue 
prerogative divine
 insegnandoci
 che
 non
 c’è
 altra
 via
 per
 avere
 accesso
 al
 Regno
 se
 non
 quella
 del
 diventare 
bambini,
 del 
farsi
 piccoli.

 

don Antonio Savone


23/08/13

L'abbandono alla divina provvidenza - J.P. de Caussade

Dio parla ancor oggi come parlava un tempo ai nostri padri, quando non c'erano né direttori né metodi. L'ordine di Dio manifestato ad ogni momento costituiva tutta la spiritualità (...). Si sapeva soltanto che ogni momento reca con sé un dovere che si deve adempiere con fedeltà, e questo era sufficiente per le persone spirituali di allora, e tutta la loro attenzione vi si concentrava costantemente. (...)
Tali erano i moventi segreti del comportamento di Maria, la più semplice e la più abbandonata delle creature. La risposta che diede all'angelo, quando si limitò a dirgli: Fiat mihi secundum verbum tuum, esprime tutta la teologia mistica dei suoi avi. Tutto si riduceva, come adesso, al più puro e semplice abbandono dell'anima alla volontà di Dio sotto qualunque forma si presentasse. (...) Era questa divina volontà che la guidava in tutto: le sue occupazioni, sia che fossero comuni o particolari, ai suoi occhi non erano che ombre più o meno luminose nelle quali ella trovava costantemente il motivo di glorificare Dio e di riconoscere le operazioni dell'Onnipotente. (...) Ben poco questa realtà straordinaria appare però nella santa Vergine; almeno non è quello che la Scrittura mette in risalto di lei. la sua vita ci è presentata esteriormente in modo molto semplice e comune. maria fa e soffre quello che fanno e soffrono le persone della sua condizione: va a visitare la cugina Elisabetta e come lei ci vanno gli altri parenti. Va a farsi iscrivere a Betlemme, e anche gli altri ci vanno e trova rifugio in una stalla, in conseguenza della sue povertà. Ritorna a Nazareth, da cui l'aveva allontanata la persecuzione di erode, e qui Gesù e Giuseppe vivranno del loro lavoro assieme a lei. Ecco il pane quotidiano della sacra Famiglia.
Ma di quale pane si nutre la fede di Maria e di Giuseppe, qual'è il sacramento dei loro sacri momenti? (...) Quello che è visibile è simile a quanto accade a tutti gli altri uomini; ma l'invisibile che la fede scopre e riconosce è Dio stesso che opera cose grandissime. (...) Tu dai Dio sotto apparenze vili come una stalla, la mangiatoia, il fieno, la paglia. Ma a chi ti dai? Esurientes implevit bonis. io si rivela ai piccoli nelle più piccole cose, mentre i grandi, limitandosi all'esteriorità, non lo scoprono nemmeno nelle grandi.
Ma qual'è il segreto per trovare questo tesoro, questo granello di senape, questa dracma? Non c'è nessun segreto; questo tesoro è dovunque e si offre a noi in ogni tempo, in ogni luogo. Non solo Dio, ma tutte le creature, amiche e nemiche, lo versano a piene mani e lo fanno scorrere attraverso tutte le facoltà dei nostri corpi e delle nostre anime fino al centro dei nostri cuori: apriamo la bocca ed essa ne sarà riempita. L'azione divina inonda l'universo, penetra in tutte le creature, le colma di sé; dovunque esse sono le c'è; le precede, le accompagna, le segue. Si tratta solo di lasciarsi trasportare dalle sue onde. (...)

C'è un tempo in cui l'anima vive in Dio e ce n'è uno nel quale Dio vive nell'anima. (...) Quando Dio vive nell'anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla sua provvidenza; quando l'anima vive in Dio, essa si munisce con cura e con regolarità di tutti i mezzi che ritiene in grado di condurla a questa unione. Tutti i suoi pensieri, le sue letture, i suoi programmi, le sue revisioni, sono fissati; è come se avesse una guida al fianco da cui tutto è regolato, perfino il tempo di parlare.
Quando Dio vive nell'anima, essa non ha più niente che le venga da se stessa. Non ha che quello che le dà, in ogni momento, il principio che la sorregge: nessuna provvista, non più vie tracciate; è come un bambino che viene condotto dove si vuole e che ha solo il sentimento per distinguere le cose che gli si presentano. Non ci sono più libri indicati per quest'anima; molto spesso essa è priva di un direttore fisso e Dio la lascia senz'altro appoggio che lui solo. La sua dimora è nelle tenebre, nell'oblio, nell'abbandono, nella morte e nel nulla. Sente i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere da dove né quando le verrà il soccorso. Attende in pace e senza inquietudine che venga chi l'assisterà, i suoi occhi guardano soltanto il cielo. E Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa disposizioni più pure di questa totale rinuncia a tutto quello che essa è - per non essere che per grazia e per operazione divina - le fornisce al momento opportuno i libri, i pensieri, la conoscenza di se stessa, gli avvertimenti, i consigli, gli esempi dei giusti. 
Tutto quello che le altre anime trovano con la loro iniziativa, quest'anima lo riceve nel suo abbandono, e ciò che le altre conservano con precauzione per ritrovarlo al momento opportuno, quest'anima lo riceve al momento del bisogno e poi lo abbandona, non volendo possedere se non quello che Dio vuol concederle, per non vivere che per mezzo di lui. Le altre intraprendono per la gloria di Dio un'infinità di cose; questa spesso è in un angolo della terra come un coccio di vaso rotto da cui non si può più trarre alcuna utilità. Lì quest'anima abbandonata  dalle creature (...)spesso ignora a che possa servire, ma lo sa bene Dio. Gli uomini la credono inutile e le apparenze favoriscono questo giudizio; ma non è meno vero che, attraverso risorse segrete e canali sconosciuti essa spande un'infinità di grazie su molte persone che spesso non se ne rendono conto e alle quali lei stessa non pensa.
Tutto è efficace, tutto predica, tutto è apostolico in queste anime solitarie. Dio conferisce al loro silenzio, al loro riposo, al loro oblio, al loro distacco, alle loro parole, ai loro gesti, una certa efficacia che opera nelle anime a loro insaputa. E poiché esse sono influenzate dalla presenza occasionale di mille creature di cui la grazia si serve per istruirle quasi inconsciamente, così a loro volta servono da sostegno, da guida a parecchie anime, senza che vi sia nessun legame palese né un impegno esplicito per ciò. e' Dio che opera in loro, ma con interventi imprevisti e spesso sconosciuti: (...) esse non percepiscono affatto il fluire di questa potenza e nemmeno vi contribuiscono con la loro cooperazione. Sono come un profumo nascosto che si avverte senza conoscerlo e che ignora  esso stesso la propria virtù. (...)
Si tratta dunque di una dipendenza dal beneplacito di Dio e di una passività continua per essere e per agire mossi dalla volontà divina.  Bisogna sottolineare bene che si tratta della sua volontà nascosta, della sua volontà improvvisa, occasionale e, potremmo dire, imprevedibile. La chiamerò, se volete, volontà di pura provvidenza, per distinguerla da quella che ci indica i doveri precisi da cui nessuno si deve dispensare. (...)
Da questo deriva che la loro vita, benché molto straordinaria, non presenta tuttavia niente che non sia comune e del tutto ordinario (...). Anche se le osserviamo nelle altre cose, niente, appare di notevole né di particolare; sono totalmente immerse nel corso degli avvenimenti ordinari e quello che potrebbe distinguerle non cade sotto gli occhi.  
E' questa continua dipendenza che le vincola alla volontà suprema, che sembra disporre tutto per loro. Questa volontà le rende costantemente padrone di se stesse mediante la sottomissione abituale del loro cuore. Questa volontà, inoltre, sia che esse vi cooperino espressamente, sia che vi obbediscano senza accorgersene, le impegna al servizio delle anime. 
Non vi sono né onori né vantaggi per un tale compito, svolto nella più grande inutilità agli occhi del mondo.  (...)
Mi sembra che sia facile concludere da tutto ciò che queste anime abbandonate non possono, come le altre, occuparsi di desideri, di ricerche, di sollecitudini, né legarsi a certe persone, entrare in certi progetti, prescriversi certi sistemi metodici o schemi studiati di parlare, di agire, di leggere. Tutto ciò presupporrebbe che possano disporre ancora di se stesse, cosa che la situazione di abbandono in cui si trovano esclude di per sé. E questo uno stato in cui si arriva ad appartenere a Dio attraverso una cessione piena e totale di tutti i propri diritti su se stessi: sulle proprie parole, azioni, pensieri e comportamenti; sull'impiego del proprio tempo e su tutte le situazioni che possono prodursi. Una sola cosa rimane da fare, ed è quella di aver sempre gli occhi fissi sul Signore che si è scelto e di restare incessantemente in ascolto per intuire e conoscere la sua volontà ed eseguirla con prontezza. (...)
Si lascia dunque agire Dio in tutto, non riservando per sé che l'amore e l'obbedienza al dovere presente; e su questo punto l'anima agirà senza mai stancarsi. Insomma, quest'anima è attiva in tutto quello che le prescrive il dovere presente, ma passiva e abbandonata per tutto il resto in cui non mette niente di suo se non l'attendere nella pace la mozione divina.
Niente è più sicuro di questa semplice via, come non c'è niente di più chiaro, di più facile, di più dolce, né di meno soggetto all'errore e all'illusione. (...) Per tutto il resto si manterrà in una totale libertà, sempre pronta a obbedire alle ispirazioni della grazia non appena si faranno sentire, pronta sopratutto ad abbandonarsi alle sollecitudini della Provvidenza. (...)
Di quando in quando si troveranno delle persone verso le quali, senza conoscerle e senza sapere donde vengono, si sentirà una segreta fiducia ispirata da Dio nel tempo della privazione: è questo un segno che egli vuole servirsene per comunicare alle anime qualche nuova luce, anche se soltanto in modo passeggero.
Esse allora chiedono consiglio e seguono con estrema docilità quanto viene loro suggerito; ma in mancanza di quest'aiuto si attengono alle norme che sono state date loro dal primo direttore spirituale. così sono sempre realmente dirette, o attraverso gli antichi principi ricevuti un tempo, o ad opera di questi consigli occasionali, e si affidano ad essi fino a che Dio non manderà delle persone a cui affidarsi nuovamente del tutto, o le toglierà da questo mondo dopo che hanno camminato nell'abbandono guidate solo da lui.

tratto da
Jean-Pierre de Caussade, "L'abbandono alla divina provvidenza"


19/08/13

Cinquanta

"... E se tu dai tanta importanza a te stessa, ti agiti e fai chiasso, allora ti sfugge quella grande, potente e eterna corrente, che è la vita "

Etty Hillesum


20/07/13

Marta e Maria - XVI T.O.

Lc 10, 38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


Mentre erano in cammino... una donna di nome Marta lo ospitò.
Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, la fatica del dolore della gente negli occhi. Allora riposare nella frescura amica di una casa, mangiare in compagnia sorridente è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia. Quando una mano gli apre una porta, lui sa che lì dentro c'è un cuore che si è schiuso all'amore. 
Ha una meta, Gerusalemme, ma lui non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon Samaritano, ogni incontro diventa una meta, un obiettivo. Gesù entra nella casa di due donne d'Israele, estromesse dalla formazione religiosa, va direttamente nella loro casa, perché quello è il luogo dove la vita è più vera. E il Vangelo deve diventare vero nel cuore della vita. 
Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 
Sapienza del cuore, il fiuto per saper scegliere ciò che fa bene alla vita, ciò che regala pace e forza: perché l'uomo segue quelle strade dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità (sant'Agostino). 
Mi piace immaginare questi due totalmente presi l'uno dall'altra: lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua. A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si custodisce il seme della Parola, e per questo non può non essere diventata apostola. Per il resto dei suoi giorni a ogni incontro avrà donato ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore. 
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. 
Gesù, affettuosamente come si fa con gli amici, rimprovera Marta, ma non contraddice il suo servizio bensì l'affanno, non il cuore generoso di Marta ma l'agitazione. A tutti ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che distoglie il volto degli altri. Marta - sembra dire Gesù, a lei e a ciascuno di noi - prima le persone, poi le cose. 
Gesù non sopporta che Marta sia confinata in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: tu, le dice Gesù, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa, non solo di scambio di servizi. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza. «Maria ha scelto la parte migliore», ha iniziato cioè dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio. 
Perché Dio non cerca servitori, ma amici, non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé.

P. Ermes Ronchi

da "Avvenire"

18/07/13

Ci manca il senso dell'umorismo - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)


Un'opera di misericordia inedita: restituire il sorriso
Nel Talmud si riferisce di un episodio che ha quale protagonista il celebre Rabbi Beroka, il quale aveva il privilegio di godere della direzione spirituale del profeta Elia. Questi gli appariva sopratutto nella piazza del mercato.
Un giorno gli pone una domanda piuttosto bizzarra: «Padre mio, c'è qualcuno fra questa moltitudine di persone, che avrà parte al Regno futuro?».
«No», risponde decisamente Elia. Ma poco dopo passano due uomini, e il profeta prontamente si corregge: «A dire il vero, questi avranno parte al Regno futuro».
Il Rabbi, incuriosito si mette a tallonare i due e, quando li raggiunge, non riesce a trattenersi dall'indagare sul loro mestiere. Quelli rispondono: «Siamo due buffoni. Quando incontriamo gente depressa, le restituiamo il buonumore. Oppure, allorché vediamo due individui che disputano furiosamente, ci sforziamo di riportare la pace con un po' di allegria, cercando di sdrammatizzare le cose...».

«Tu scherzavi sempre...»
Sul versante cristiano, numerosissimi sono stati i santi che hanno praticato quest'opera di misericordia: restituire il sorriso ai cristiani. Basterà citare San Bernardino da Siena. (...)
La gente, che all'alba, accorreva in Piazza del Campo per ascoltare quelle prediche, esplodeva in fragorose risate di fronte a un autentico fuoco d'artificio di battute, descrizioni ironiche e notazioni argute che accompagnavano la trattazione degli argomenti più seri.
Quando Bernardino morì, e immediatamente si parlò di lui come santo in anticipo sulla canonizzazione regolare, tra i frati minori, suoi confratelli, ce ne fu uno che si precipitò a baciare la sua salma singhiozzando: «Perdonami, padre, di aver dubitato della tua santità. Il fatto è che tu scherzavi sempre».
Ho l'impressione che il pregiudizio di quel frate si perpetui ancor oggi. Ecco perché molti cristiani esitano ad accostare il santo alla voglia di scherzare, e ritengono la risata come qualcosa di sacrilego, e tale comunque da compromettere la solennità dell'aureola.
Siamo abituati a vedere santi "contegnosi", magari familiari col pianto, ma il riso sulla loro bocca ci sembra per lo meno sconveniente. E dire che San Filippo Neri, fiorentino burlone, ha praticato precisamente la "pedagogia della risata". (...)
Vicino a noi, un personaggio austero come Padre Pio da Pietralcina, martoriato dentro e fuori, non disdegnava di ricorrere, in certe occasioni, all'ironia, talvolta sferzante, tal'altra bonaria.
Un giorno gli riferiscono che un celebre professore di Firenze ha ipotizzato quale causa delle stigmate «un autolesionismo provocato da auto-ipnosi che, conscia o no, il frate generava pensando troppo intensamente a Cristo».
Padre Pio sbotta: «Provate voi a pensare intensamente a un bue, e poi vedete se vi crescono le corna...».

I santi sono precipitati a Cana
Sarebbe possibile mettere insieme un'opera monumentale, una colossale enciclopedia dedicata all'umorismo dei santi. E mi stupisco che nessuno ci abbia mai pensato. (...)
In realtà i santi hanno fatto ressa alla sala del banchetto di Cana, e hanno attinto abbondantemente quel vino miracoloso, che ha prodotto in loro effetti stupefacenti. E peggio per noi se non ce ne accorgiamo o esitiamo a registrare questo fenomeno. (...)

In confessionale, per ritrovare il sorriso
Un giorno il Curato d'Ars uscì in una confidenza sconcertante: «Se fossi triste, andrei subito a confessarmi».
E Chamfort, in una sua massima, sostiene: «Una giornata in cui non si è riso almeno una volta è una giornata perduta».
Il santo e lo scrittore mordace esprimono la stessa realtà, sia pure in modo diverso. Ossia, l'umorismo come dovere.
Sorriso, umorismo anche nel recinto sacro della religione.  (...)
E' stato osservato che là, dove l'umorismo non ha diritto di cittadinanza, regna la pedanteria. E dove regna la pedanteria , si perde la freschezza, si appanna la gioia della fede.
Qualcuno farà rilevare che i testi di ascetica e mistica sorvolano sull'argomento. E questo è il segno evidente che non sono abbastanza seri... Non tengono conto del fatto che la risata è sempre liberatrice. Libera dalle ossessioni, dai tormenti, dagli scrupoli, dalle inibizioni, dagli innumerevoli complessi.
Chi non è capace di ridere, si espone a un rischio gravissimo: diventa ridicolo.
Qualche barbassore, sempre troppo serioso, non mancherà di certo di obiettare spazientito: «(...) Dimmi dove trovi l'umorismo nel Vangelo. Dove sta scritto che Gesù abbia riso?».
Potrei replicare citando le parole di J. Sullivan: «L'umorismo non è mai assente dal Vangelo. Spesso, più che dalle parole stesse, scaturisce dal contesto in cui vengono pronunciate».
E quanto alla mancanza di sorriso in Cristo, è sufficiente, penso, una strizzatina alle meningi: poteva attirare nugoli di bambini, masse di gente semplice, un uomo burbero, scostante, col cipiglio sempre spianato?
E poteva avere un volto afflitto quando sentiva il maestro di tavola complimentarsi con lo sposo per quel vino prodigioso e di provenienza misteriosa?
E poteva forse dire con una grinta spianata ai propri amici: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11)? Gesù, al contrario, proprio nell'imminenza della Passione, non ha inoculato nelle vene dei suoi discepoli la tristezza, ma la gioia. E riesce arduo immaginare che l'abbia fatto senza almeno un sorriso.

L'umorismo è una cosa seria
L'umorismo è una cosa seria, come è seria l'umiltà di cui l'umorismo rappresenta uno dei... sintomi più convincenti.
Chi non sa sorridere è troppo ingombrato dal proprio io.
Nietzsche diceva che il diavolo è lo «spirito di severità».
E' difficile avere il senso delle proporzioni, tenere in ordine la scala dei valori nella vita. (...)
L'umorismo ci rende leggeri. In giro c'è troppa gente "pesante". Ossia incapace di spostarsi, perché ha collocato in sé il centro di gravità dell'universo. Perché carica, appesantita dai propri punti di vista, dalle proprie idee, dai propri pregiudizi, dalle proprie "istanze". (...)
In altre parole: bisogna avere il senso dei propri limiti, del relativo. E possedere, naturalmente, il senso dell'assoluto.
«L'umorismo  è il senso del relativo che fa da indispensabile contrappeso al gusto dell'assoluto» (Dubois-Dumée). Ecco perché troviamo l'umorismo come carisma piuttosto frequente presso i mistici, ossia presso persone «che non si fanno soverchie illusioni sulla santità del loro stato, né sul valore di osservanze ed esercizi, che tuttavia praticano con estrema serietà» (Cl. Champollion).

Essere il buffone di noi stessi
Il paradosso, lo stupefacente equilibrio, stanno proprio qui: agire con serietà, eppure non dare troppa importanza a ciò che si fa e ciò che si è. Questo vuol dire, precisamente, staccarsi da se stessi e misurarsi - insieme alla propria mercanzia - con l'assoluto che è Dio.
Nel medioevo i re tenevano il buffone di corte. Che non aveva soltanto il compito di divertire il sovrano, ma di farlo restare uomo, attaccato alla terra, cosciente della propria precarietà. Insomma, quella di buffone era una misura... igienica contro l'orgoglio.
Ciascuno di noi, in quanto partecipe del "sacerdozio regale di Cristo", è re. Sovrano in casa prorpia, capace di pacificare la propria natura, mettere rodine nelle proprie passioni, tenere a bada gli istinti. Incaricato di conquistare un pezzetto di Regno con la forza dell'amore. Destinato a stabilire la propria signoria sugli altri con l'umile servizio.
Ebbene, anche noi dovremmo tenere il buffone di corte.
Cerca di essere tu il buffone di te stesso. Che manda in frantumi la maschera di seriosità, sufficienza, supponenza. Che mette in evidenza quanto sei ridicolo allorché non sai sorridere di te stesso. Che ti impedisce di prenderti eccessivamente sul serio. Che ride delle tue pretese da mosca cocchiera e grillo parlante.
Non dimenticare il riso nella tua giornata. «Il riso è l'ultima arma della speranza. circondati su tutti i fronti dall'idiozia e dall'abiezione, sospinti a credere nell'imminenza dell'apocalisse finale, sembriamo tutti coltivare il riso come ultima difesa che ci rimane. Di fronte alla rovina e alla morte ridiamo invece di farci il segno della croce. O forse, più esattamente, il riso è il nostro modo di farci il segno della croce. E' la proa che, nonostante la scomparsa di qualsiasi motivo di speranza che si fondi sui fatti, non abbiamo cessato si sperare» (H. Cox).  (...)
Sorridi di te stesso, dei tuoi limiti, delle tue insufficienze.
Soltanto se non ti prenderai troppo sul serio, la tua vita diventerà una cosa seria. Utile anche agli altri.

Dammi un'anima a festa
Tommaso Moro, cancelliere di Enrico VIII, condannato a morte e rinchiuso nella Torre di Londra, una notte è stato assalito dalla tentazione del suicidio. Gli pareva di sentire una voce nel suo intimo che gli ripeteva, ossessivamente: «Impiccati».
Rispose: «Impiccarmi? A parte il fatto che sono troppo pesante, troppo grosso. Ma mi manca la corda...». E scoppiò a ridere.  Una risata squassante da far tremare le mura della prigione. Le tentazioni si vincono anche così.  (...)

Padre, ho peccato perché non ho riso abbastanza
Anch'io (...) ho composto una preghiera sull'argomento, di cui mi permetto citare una parte:
«Ho un piccolo, tormentoso sospetto, Signore. Temo che, nell'ultimo giorno, mi rimprovererai per non aver riso abbastanza su questa terra.
Eppure gli spettacoli divertenti non mancano, né scarseggiano gli attori volenterosi. Incominciando da me.
Sì, mi accuserai di non aver riso di me stesso. Della mia supponenza. Del sentirmi al centro del mondo. Dell'illusione che tutto dipenda dal mio fare, e che il progresso sia in rapporto al mio correre. Della preoccupazione ossessiva di ciò che gli altri pensano di me. (...) Delle mie lacrime infantili. Delle mie angosce... capricciose. Delle mie paure. Dei miei fallimenti...
... Signore, devo convincermi che la risata liberatrice rappresenta una pratica ascetica fondamentale. Il riso mi prepara all'eternità scrollandomi di dosso la polvere del contingente, le impalcature traballanti, i monumenti tarlati, le bardature solenni, il trucco e la vernice, le grandezze miserabili, i falsi valori, i pesi ingombranti. Il riso è ridimensionamento di ciò che pretende essere assoluto (...) sdrammatizzazione degli incidenti di percorso e dei guai che ci affliggono, correzione delle visioni distorte della realtà (...) riduzione all'essenziale, culto della povertà, tutela della propria libertà, oltre che della dignità.
Il riso è proclamazione dell'Assoluto, senso della provvisorietà, attesa dell'Eterno.
Signore, non nego che la terra sia anche una valle di lacrime. Ma forse non ci siamo ancora accorti che Tu ci hai dato il riso per prosciugarla almeno un po'.
E io temo proprio che quel giorno non mi chiederai se avrò pianto a sufficienza, ma vorrai accertare se avrò riso abbastanza... (....)
L'Apocalisse (21,4) sulla scorta di Isaia, ci assicura che Tu asciugherai le lacrime dai nostri occhi. Ma non dice che spegnerai il riso sui nostri volti».

Una correzione alla "Salve Regina"
Maria, sono sicuro mi permetterai di correggere così la preghiera della Salve Regina:  «Gementes et flentes et ridentes in hac lacrimarum valle».
Sono certo mi approverai con un sorriso.
A Cana c'eri pure per qualcosa...


don Alessandro Pronzato

tratto da: "C'era la Madre di Gesù... a Cana, con Maria, per scoprire quello che ci manca"


17/07/13

Nessun uomo è un'isola - John Donne

Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte della terra.
Se una zolla viene portata via dall'onda del mare,
la terra ne è diminuita,
come se un promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'umanità.
E così non chiedere mai per chi suona la campana:
essa suona per te.

John Donne


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-4783>

15/07/13

Quarantanove

Ogni violenza nel mondo ha delle conseguenze, come ogni azione. Esistiamo per prendere su di noi un po’ del dolore del mondo offrendo il nostro petto, non per moltiplicarlo, facendo a nostra volta violenza.

Etty Hillesum