06/06/13

La lotta spirituale - Enzo Bianchi


Movimento essenziale della vita spirituale cristiana è la lotta spirituale. Già la Scrittura esige dal credente tale atteggiamento: chiamato a «dominare» all'interno del creato, l'uomo deve esercitare tale dominio anche su di sé, sul peccato che lo minaccia: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo» (Genesi 4,7). Si tratta dunque di una lotta interiore, non rivolta contro esseri esterni a sé, ma contro le tentazioni, i pensieri, le suggestioni e le dinamiche che portano alla consumazione del male. 
Paolo, servendosi di immagini belliche e sportive (la corsa, il pugilato), parla della vita cristiana come di uno sforzo, una tensione interiore a rimanere nella fedeltà a Cristo, che comporta lo smascheramento delle dinamiche attraverso le quali il peccato si fa strada nel cuore dell'uomo per poterlo combattere al suo sorgere. Il cuore, infatti, è il luogo di questa battaglia. Il cuore inteso nel senso, derivato dall'antropologia biblica, dell' organo che meglio può rappresentare la vita nella sua totalità: centro della vita morale e interiore, sede dell'intelligenza è della volontà, il cuore contiene gli elementi costitutivi di quella che noi chiamiamo la «persona» e si avvicina a ciò che definiamo «coscienza». Ma tutto questo, nel cristianesimo, non è affatto semplicemente un movimento di «discernimento e di aggiustamento psicologico»: questa, dice Paolo, è «la lotta della fede» (1 Timoteo 6,12), l'unica lotta che può essere definita «buona». È cioè la lotta che nasce dalla fede, dal legame con Cristo manifestato dal battesimo, che avviene nella fede, cioè nella fiducia della vittoria già riportata dal Cristo stesso, e che conduce alla fede, alla sua conservazione e al suo irrobustimento.
La lotta spirituale mira, secondo la tradizione cristiana, a custodire la «sanità spirituale» del credente. Se il suo fine è l'apatheia, questa va intesa non nel senso dell'impassibilità, ma dell'assenza di patologie. Così la lotta spirituale mette in atto la valenza terapeutica della fede. Essendo la vita spirituale una realissima e concretissima vita, essa deve essere nutrita e corroborata per poter crescere e dev'essere curata quando è minacciata nella sua integrità. Sia l'Occidente che l'Oriente cristiano hanno codificato gli ambiti, gli spazi, in cui va esercitata tale lotta per mantenere il credente in un atteggiamento sano, cioè di comunione e non di consumo. La tradizione monastica ha sempre affermato con grande forza che la vita di fede assume la forma di un'incessante lotta contro le tentazioni. Antonio, il «padre dei monaci», ha detto: «Questa è la grande opera dell'uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio, e attendersi tentazioni fino all'ultimo respiro». Ma che significa «tentazione»?
Con questa espressione si indica un pensiero (i Padri greci parlano di loghismoi), una suggestione, uno stimolo che muove dall'esterno dell'uomo (ciò che si vede, che si ascolta, che ci sta intorno ecc.) oppure dal suo stesso interno, dalla sua struttura personale, dalla sua storia, dalle sue peculiari fragilità, e che insinua nell'uomo la possibilità di un' azione malvagia, contraria all'Evangelo. 


Dal catechismo frequentato in fanciullezza molti ricorderanno la lista dei «sette peccati capitali», diffusasi nel mondo cattolico soprattutto nell'epoca della Controriforma, ma risalente a Gregorio Magno, il quale parlava di vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria. A sua volta questa lista di sette era un rifacimento dell' elenco degli otto pensieri malvagi formulato da Evagrio Pontico nel IV secolo e volgarizzato in Occidente da Giovanni Cassiano. Rileggere oggi questi «peccati» uscendo dalla griglia moralistica e dalla casistica con cui sono giunti fino a noi e interpretarli come «rapporti» può mostrare la loro sconcertante modernità (molti vi hanno visto una forma di psicoanalisi ante litteram) e aiutarci a raggiungere il nucleo profondo ed estremamente semplice da cui sgorgavano al di là delle forme più o meno maldestre con cui ci sono stati fatti conoscere.
Evagrio parlava anzitutto di gastrimarghía, la quale non investe solo il rapporto con il cibo (né va banalizzata nel «peccato di gola»), ma ogni forma di patologia orale (si pensi alle articolate implicazioni della bulimia e dell'anoressia). La porneía designa poi gli squilibri nel rapporto con la sessualità, soprattutto la tendenza a cosificare il corpo proprio e dell' altro, ad assolutizzare le pulsioni e a ridurre a oggetto di desiderio chi è chiamato a essere soggetto di amore. La philarghyria designa sì l'avarizia, ma più profondamente ci rinvia al rapporto con le cose e denuncia la tendenza dell'uomo a lasciarsi definire da ciò che possiede. L'orghé (ira) indica il rapporto con gli altri, che può essere stravolto fino alla violenza con la collera, e in cui il credente è chiamato al paziente e faticoso esercizio (cioè, etimologicamente, all'ascesi) dell' accettazione dell'alterità. La lype indica la tristezza, ma anche la frustrazione di chi non vive in modo equilibrato il rapporto con il tempo e resta incapace di arrivare all'unificazione del tempo della propria vita. Lacerato tra nostalgia del passato e fughe irreali in avanti, l'uomo preda dello spiritus tristitiae è incapace di aderire all'oggi, al presente. L'akedia (acedia; scomparso nella lista occidentale di Gregorio Magno probabilmente perché fatto confluire nella tristezza) designa una pigrizia, un taedium vitae, una demotivazione radicale che diviene pulsione di morte e financo tendenza suicidaria. Si manifesta come instabilità radicale, disgusto di ciò che si vive, volontà di azzeramento della propria esistenza, e rivela l'incapacità di vivere armonicamente il rapporto con lo spazio. La kenodoxia, vanagloria, è la tentazione di definirsi a partire da ciò che si fa, dal proprio lavoro, dalla propria opera: essa investe dunque l'ambito del rapporto con il fare, con l'operare. Infine, la yperephania (superbia) designa la hybris nel rapporto con Dio. È l'orgoglio, l'affermazione dell'ego, la sostituzione di «io» a «Dio». 

Non è difficile vedere come il combattimento spirituale, che individua questi ambiti - riassuntivi di tutti i rapporti costitutivi della vita - come «campi di battaglia», voglia guidare il credente alla maturità personale e al dispiegamento della piena libertà. Vigilanza e attenzione sono la «fatica del cuore» (Barsanufio) che consente al credente di operarne la purificazione: è dal cuore infatti che escono le intenzioni malvagie ed è il cuore che deve divenire dimora del Cristo grazie alla fede. In questo senso la «custodia del cuore» (phylakè tes kardias) è l'opera per eccellenza dell'uomo spirituale, la sola veramente essenziale. 
Ma come avviene tale lotta? La sconfinata letteratura ascetica sull' argomento, dal De agone christiano di Agostino alle opere di Evagrio Pontico e di Giovanni Cassiano fino al celebre trattato Combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli, consente di individuare un itinerario preciso, un dinamismo attraverso cui si sviluppa la tentazione nel cuore umano e che occorre disarticolare con la lotta interiore. È un dinamismo in quattro momenti fondamentali: la suggestione, il dialogo, l'acconsentimento, la passione (o vizio).
La suggestione è l'insorgere nel cuore dell'uomo della possibilità di un' azione malvagia, peccaminosa. Questo carattere negativo del pensiero è discernibile dal fatto che provoca turbamento nel cuore, toglie la pace e la serenità. Questo momento è assolutamente universale: nessuno ne è esente. Se con questo pensiero ci si intrattiene e si dialoga, se si neutralizza, ricorrendo a espedienti autogiustificatori, il disagio e il turbamento che esso ingenera nel profondo dell'uomo, allora esso diviene, pian piano, una presenza prepotente nel cuore, presenza non più dominabile, ma che domina l'uomo. E allora che avviene l'acconsentimento, cioè una presa di posizione personale che contraddice la volontà di Dio. Se gli acconsentimenti si ripetono perché non si mostra alcuna capacità di lotta, allora si diventa schiavi di una passione, di un vizio. Questo processo elementare può invece essere spezzato da una lotta che si eserciti subito, alloro nascere, contro i pensieri e le suggestioni.
Ma di nuovo: quali sono, molto concretamente, le modalità di tale lotta? Anzitutto l'apertura del cuore all'interno di una relazione con un padre spirituale; quindi la preghiera e l'invocazione del Signore; l'ascolto e l'interiorizzazione della Parola di Dio; una vita di relazione, di carità, intensa e autentica. Questa lotta esige poi una grande capacità di vigilanza su di sé e sui molti rapporti che si intrattengono e sui quali può innestarsi la tentazione, cioè la possibilità dell'idolatria. Le forme che la tentazione può rivestire sono molteplici e abbracciano la molteplicità dei rapporti antropologici fondamentali. li rapporto col cibo, col proprio corpo e la propria sessualità, con le cose (in particolare i beni, il denaro), con gli altri, con il tempo, con lo spazio, con l'operare e, infine, con Dio. Tutti questi ambiti del nostro vivere, che definiscono la nostra identità umana e spirituale, devono essere ordinati e disciplinati attraverso una lotta. Sempre, in tutti questi ambiti, la tentazione si configura come seduzione di vivere nel regime del consumo invece che in quello della comunione. E per questo la lotta contro la tentazione trova il suo magistero eminente nell'eucaristia, che appunto è celebrazione della vita come comunione con Dio e con gli uomini.
A questa lotta occorre esercitarsi: bisogna anzitutto saper discernere le proprie tendenze di peccato, le proprie fragilità, le negatività che ci segnano in modo particolare, quindi chiamarle per nome, assumerle e non rimuoverle, e infine immettersi nella lunga e faticosa lotta volta a far regnare in sé la Parola e la volontà di Dio!
Organo di questa lotta è infatti il cuore, inteso biblicamente come organo della decisione e della volontà, non tanto dei sentimenti. La capacità di lotta spirituale, l'apprendimento dell'«arte della lotta» (Salmo 144,1; 18,35) è essenziale per l'accoglienza della Parola di Dio nel cuore umano. Se essa manca, allora «le preoccupazioni mondane, l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie soffocano la Parola» nel cuore dell'uomo e questa «rimane senza frutto» (Marco 4,19). Chi è sperimentato nella vita spirituale sa che questa lotta è più dura di tutte le lotte esterne, ma conosce anche il frutto di pacificazione, di libertà, di mitezza e di carità che essa produce. È grazie ad essa che la fede diviene fede che rimane, perseveranza. È grazie ad essa che l'amore viene purificato e ordinato. Ha testimoniato il Patriarca ecumenico Atenagora: «Per lottare efficacemente contro il male bisogna volgere la guerra all'interno, vincere il male in noi stessi. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stessi. lo questa guerra l'ho fatta. Per anni e anni. È stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché "l'amore scaccia la paura". Sono disarmato della volontà di spuntarla, di giustificarmi alle spese degli altri. Sì, non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?"». Sì, la tentazione, come ha scritto Origene, «fa del credente un martire o un idolatra».



Enzo Bianchi,  «Lessico della vita interiore»

Trentotto


L’uomo sa di aver trovato la propria vocazione quando cessa di cercare come si deve vivere e incomincia a vivere. Così se uno è chiamato alla vita solitaria, cesserà di preoccuparsi come si deve vivere e incomincerà a farlo in pace soltanto quando sarà in solitudine.
Ma se uno non è chiamato alla vita solitaria, più è solo più si preoccupa intorno al modo di vivere. 
Quando non si vive la propria vera vocazione, il pensiero offusca la vita, o si sostituisce ad essa, o si sottomette ad essa in modo che la vita soffoca il pensiero ed estingue la voce della coscienza. 
Quando troviamo la nostra vocazione pensiero e vita sono una sola cosa.

Thomas Merton


05/06/13

Peso - Giuseppe Ungaretti


Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant'Antonio
e va leggero

Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima

Giuseppe Ungaretti, 1916


04/06/13

La faccenda dei quadri - A. Baricco

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. 
Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, FRAN!!! giù, cadono. 
Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, FRAN!!! cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, FRAN!!! 
Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. 
FRAN!!!
Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? Ci ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, FRAN!!!. 
O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, FRAN!!! 
Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. 
Quando cade un quadro. 
Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. 
Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. 
Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. 
Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. 
Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: «A New York, fra tre giorni io scenderò da questa nave».
Ci rimasi secco.

Alessandro Baricco, "Novecento"


02/06/13

Madre dolcissima


O voi che siete i miei fratelli,
tristi creature vicine e lontane
voi che sognate di raddolcire
la vostra pena in un giro di stelle,
voi che prostrati senza parole
offrite esili mani pazienti
allo stellato pallore notturno,
voi che soffrite , voi che vegliate,
misero gregge senza una meta, 
battelli senza stella e senza sorte –
stranieri eppure a me così congiunti,
voi ricambiatemi il saluto!

Hermann Hesse




Madre dolcissima, Zucchero (1989)


01/06/13

Festa del corpo e sangue di Gesù

Lc 9, 11b-17

In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del Regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta, circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. 

«Mandali via, è sera ormai e siamo in un luogo deserto». Gli apostoli hanno a cuore la gente, ma solo in parte, è come se dicessero: lascia che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Gesù non li ascolta, lui non ha mai mandato via nessuno, vuole fare di quel deserto, di ogni nostro deserto, una casa dove si condividono pane e sogni.
Per i discepoli Gesù aveva finito il suo lavoro: aveva predicato, aveva nutrito la loro anima, era sufficiente. Per Gesù no. Lui non riusciva ad amare l'anima e a non amare i corpi: «parlava alle folle del Regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure». In tutta la Bibbia l'uomo non «ha» un corpo, «è» un'anima-corpo senza separazioni. 
Il Vangelo trabocca di miracoli compiuti sui corpi di uomini, donne, bambini. I corpi guariti diventano come il laboratorio del Regno, il collaudo di un mondo nuovo, risanato, liberato, respirante. Diventato casa: «fateli sedere in gruppi», metteteli in relazione tra loro, che facciano casa. Il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci - il Vangelo non parla di moltiplicazione - inizia con una richiesta illogica di Gesù ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Ma gli apostoli non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane ogni mille persone. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso con gli altri è sufficiente, che la fine della fame non sta nel mangiare a sazietà, da solo, il tuo pane, ma nello spartire con gli altri il poco che hai, il bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d'altri.
Gesù avanza questa pretesa irragionevole e profetica (voi date da mangiare) per dire a noi, alla Chiesa tutta di seguire la voce della profezia, non quella della ragione; di imparare a ragionare con il cuore, il cuore sognatore di chi condivide anche ciò che non ha. 
Dona, allora, anche il tempo che non hai. Non conta la quantità ma l'intensità. E vedrai che il tempo e il cuore donati si moltiplicheranno. Vedrai che torneranno a te ore più liete, giorni più sereni, battiti danzanti del cuore.
Tutti mangiarono a sazietà. Quel «tutti» è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi, nessuno escluso.
Così Dio immagina la sua Chiesa: capace di insegnare, guarire, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune tutto quello che ha. Capace di operare miracoli, che non consistono nella moltiplicazione di beni materiali, ma nella prodigiosa e creativa moltiplicazione del cuore.

Padre Ermes Ronchi

tratto da   http://www.avvenire.it 


Armonia e bellezza, riflesso di Dio - C. Lubich



Contemplando "la Pietà" di Michelangelo


Stai, Madonna bella di Michelangelo, in quella cappella di San Pietro, ed ogni volta che ti guardo sembri più bella. Passano giorni, anni, secoli e uomini di tutto il mondo sono corsi a vederti e tu hai lasciato nell'animo loro qualcosa di sublime, di dolcissimo. Dai, a chi ti ammira, di provare un senso come di beatitudine: sembra che tu tocchi il fondo di ogni anima umana, il fondo dell'anima umana, e questo raggio celeste, che da te parte, squarcia il centro immortale dell'uomo, di ogni uomo: di ieri, di oggi, di sempre.
Quando le tragedie del vivere mi incupiscono, quando la televisione con alcuni programmi mi umanizza ma non mi eleva, quando il giornale con le sue cronache sempre troppo eguali mi mette malinconia, quando il dolore mi morde nell'anima e nel corpo, ti guardo e mi sollevo.
C'è in te qualcosa che non muore.

(...) Oggi, mentre ti guardavo, Madonna bella, pensavo: quanto è sublime e divino l'effetto di un'opera d'arte. Testimonia l'immortalità dell'anima, perché se l'oggetto plasmato non muore, ma è arte proprio perché è immortale (nel senso che non passa finché si mantiene), colui che ti ha fatto non può morire. E mi parve che l'arte assurgesse a un'altezza mai pensata e il bello fosse, come il vero e il buono, materia prima del regno celeste, e che gli artisti veri, avessero, senza saperlo, una missione apostolica.
(...) Basta che l'artista trasfonda nell'opera l'anima sua, e l'anima dell'artista, anche se incredulo o ateo, è sempre immortale.
E' immortale, è spirituale: è una. Ed è qui, credo, la prima causa dell'opera d'arte. 
Se contenuto della filosofia è il vero, dell'arte è il bello. E il bello è armonia: e armonia vuol dire "altissima unità". Ora, chi saprà comporre in armonia i colori e le parti di una pittura, se non l'anima dell'artista che è una ad immagine dell'unità di Dio che l'ha creata?
E' l'anima umana, riflesso del Cielo, che l'artista trasfonde nell'opera, e in questa "creazione", frutto del suo genio, l'artista trova una seconda immortalità: la prima in sé, come ogni altro uomo nato quaggiù, la seconda nelle sue opere, attraverso le quali si dona nel corso dei tempi all'umanità.
L'artista è forse il più vicino al santo. Perché se il santo è tale portento che sa donare Dio al mondo, l'artista dona, in certo modo, la creatura più bella della terra: l'anima umana.

Questo ho meditato di fronte a te, Madonnina bella di Michelangelo.
E giacché a te ho parlato, a te chiedo un dono: guarda gli artisti, che ti contemplano ogni giorno, con occhi di maternità, e sazia la sete di bellezza che il mondo sente: manda grandi artisti, ma plasma con essi grandi anime, che col loro splendore avviino gli uomini verso il più bello tra i figli degli uomini: il tuo dolce Gesù.

Chiara Lubich