11/05/13

Antico, sono ubriacato dalla voce - E. Montale


Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento 
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.


Eugenio Montale
da "Mediterraneo", 1924




09/05/13

"Non hanno più sete" - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)


Sono insoddisfatto, dunque posso stare tranquillo 
(...) Julien Green sostiene, con un paradosso, che «fin che si è insoddisfatti, si può stare tranquilli».
In realtà, tutto comincia con l'insoddisfazione. Ossia con la capacità di ammettere: «Non ne posso più... Sono stufo di questa vita che non è vita... Questa recita mi ha stancato... Così non si può andare avanti...».
Normalmente noi siamo insoddisfatti degli altri. Ma è di noi stessi che dobbiamo essere scontenti.
Devo sentirmi impacciato in una vita diminuita, mediocre, apparente, ritagliata sulle misure comuni.
Trovarmi a disagio anche col cuore, gli occhi, la testa, le gambe, le mani.
Qualcosa comincia allorché non riesco più a sopportarmi come sono. Tutto, in me stesso, mi provoca fastidio. Mi fanno male i pensieri, i sentimenti, le idee, i progetti, gli interessi che frequento abitualmente. Avverto che sto stretto dentro di me, fino a soffocare, a esplodere.
E sospetto che posso, devo essere un altro. Quello non sono io! Ci sono in me possibilità sfruttate solo in minima parte. Il mio essere vero non è ancora venuto alla luce.
Insomma, devo passare dall'abitudine all'invenzione di me.
Devo perciò consentire al fatto che la mia minuscola isola di appagamento anneghi e venga sommersa nell'oceano di Dio, della sua tenerezza, dei progetti folli del suo amore.
Sono chiamato a "nascere". (...)

Riconoscibili perché insoliti
«Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu, invece, hai conservato fino ad ora il vino buono» (Gv 2,10).
Le parole del maestro di tavola sono tipiche di una certa mentalità, stando alla quale tutto deve svolgersi secondo una programmazione precisa, un cerimoniale fisso, ubbidendo a regole immutabili, seguendo i binari delle consuetudini accettate da tutti.
Invece il vino offerto da Gesù a Cana è all'insegna dell'imprevedibilità. Qualcosa di sorprendente, non regolamentato.
Così dovrebbero essere i comportamenti del cristiano, sempre che non esiti ad accostare le labbra a quel vino miracoloso.
Non qualcosa di scontato, largamente prevedibile in riferimento al solito copione.
Gli stessi gesti, gli stessi comportamenti, gli stessi pensieri, le stesse chiacchiere e discussioni inconcludenti, le stesse immancabili reazioni, le stesse risposte risapute...
No. Il cristiano dovrebbe essere un sovvertitore delle previsioni. Guai se diventa uno specialista delle repliche, un campione delle ripetitività. Guai se si rassegna alla mediocrità, per farsi accettare nel mondo dell'insignificanza.
La testimonianza cristiana dev'essere la testimonianza e la vocazione dell'insolito.
Un cristiano incapace di sorprendere, fare diverso, è uno che ha dimenticato la propria missione specifica.

La vocazione di Francesco d'Assisi
Dunque. Vocazione allo straordinario, alla marginalità, all'originalità, all'insoddisfazione e all'insolito. 
Il tutto si riassume nella chiamata alla follia evangelica.
L'homo sapiens ha combinato e continua a combinare guai notevoli. E' ora si tiri in disparte, dal momento che non è neppure in grado di risarcire i danni che ha causato. 
La salvezza dell'umanità può essere attuata unicamente con l'apparizione dell'homo demens, del cristiano che esce dal guscio della ragionevolezza, del calcolo, delle prudenze tatticistiche, degli equilibri, del giusto mezzo, e imbocca decisamente la strada dell'esagerazione, dell'eccesso, della provocazione. 
Il mondo non ha bisogno di santerelli afflitti da torcicollo, né di intellettuali raffinati, ripuliti a dovere e con la voce incipriata, né di dottori che prescrivono ricette e pillole con i dosaggi appropriati, magari col metodo omeopatico (che facciano bene al corpo senza arrecare danni all'anima), ma di "folli di Dio" capaci di compiere gesti insoliti, perfino un po' spregiudicati, impertinenti, sorprendenti per la loro fantasia, scandalosi nella loro libertà, che non esitino a piazzare pugni nello stomaco per far digerire il nutrimento evangelico più pesante.
Nel Capitolo delle stuoie, Framcesco d'Assisi proclama davanti a tutti i suoi frati, in mezzo ai quali cominciano a serpeggiare tentazioni intellettualistiche: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo!» (Leggenda perugina, 114).
Personalmente ritengo che le parole di Cristo possano essere comprese e interpretate e tradotte unicamente in una dimensione di stoltezza e perfino di pazzia. 
Le beatitudini stesse non sono altro che una sconcertante, grandiosa, "sinfonia dei folli".
Se non recuperiamo il valore della follia evangelica, non capiremo mai nulla dello spirito che pervade il Sermone del Monte.
Erasmo da Rotterdam si definiva "christianus infirmus". Eppure era un intellettuale coi fiocchi. Ma, in quanto cristiano, riconosceva di essere "debole", senza valore, da niente. Forse perché non abbastanza "irragionevole", non sufficientemente esperto in stoltezza.
E tu, sei disposto a recare il tuo contributo attivo per la composizione di una necessaria "sinfonia dei folli"?

I folli per Cristo
Nella tradizione russa sono stati canonizzati, insieme a martiri e confessori, decine di folli per Cristo ("jurodivyje", un termine che richiama qualcosa come "aborto", "cosa mostruosa"). Erano individui che avevano conseguito il diploma di analfabeti, ignoranti, idioti.
Appartenevano alla razza, non dell'homo sapiens, ma dell'homo demens, nella sottispecie dell'homo ludens.
Erano tipi bizzarri, irrequieti, turbolenti, monelli incorreggibili, che procuravano un fracco di fastidi ai grandi, ai prelati e alla gente perbene.
Il popolo li aveva battezzati "bambini di Dio". O li dichiarava semplicemente - e significativamente! - "beati". 
Si divertivano un mondo a impallinare i galli variopinti issati sul loro personale letamaio (...), che al mattino strillano al mondo che sono loro, col loro canto, a far nascere il sole.
Strappavano volentieri le maschere e le penne ai pavoni che informano la platea estatica come sia la loro ruota a far girare la terra.
In un clima conformistico, opprimente oltre che noioso, loro si sono fatti scanzonati, spregiudicati difensori della libertà interiore.

Io ho l'impressione che oggi troppo cristianesimo sia malato di rigidezza, compostezza, sussiego, seriosità (che è l'opposto della serietà, essendo la cosa più falsa, inautentica da un punto di vista evangelico).
Forse abbiamo dimenticato che Cristo non ci ha detto che dobbiamo essere degli imbalsamatori (mummie che imbalsamano altre mummie può essere l'equivalente del cieco che ha la pretesa di guidare un altro cieco...), ma di essere sale che brucia: «Ognuno sarà salato con il fuoco» (Mc 9,49).
Se non diventerete come bambini... se non diventerete folli... se non avrete sale in voi stessi... non gusterete mai la gioia che permea tutto il messaggio di Cristo, e non potrete diffonderla.

Dio ha bisogno del tuo cuore impazzito
I folli per Cristo ci ricordano qual è la nostra vocazione specifica. Ci trasmettono il loro metodo perché possiamo assolvere il nostro compito di essere sale della terra e luce del mondo.
Ci dicono: «Molti di voi si illudono di possedere Dio con la testa ragionante e di trasmetterlo per mezzo delle idee. In realtà, non fanno altro che girare a vuoto attorno a un'immagine innocua e sbiadita di Dio
Bisogna vi decidiate a lasciarvi sedurre, incendiare da Lui. Perché solo così riuscirete a sedurre e bruciare gli altri col vostro sale.
Occorre prendiate sul serio i paradossi evangelici, non vi limitiate a ricamare pie e dotte considerazioni su quel testo.
L'incontro con Lui è sempre pericoloso. Per voi e per gli altri. Smettetela di essere insignificanti, timidi, ammodo, rassicuranti.
Rifiutatevi di essere decorativi, folkloristici.
Piantatela di fare il verso agli intellettuali. 
Rompete le righe dell'uniformità, del consenso obbligato.
Siate degli irregolari.
Dio non vi conquista quando entra nel vostro cervello.
Dio è sicuro di possedervi, e di arrivare a qualche vicino o lontano, soltanto quando Gli permettete di impadronirsi totalmente del vostro cuore.
Dio non sa che farsene della vostra mente che funziona in maniera inappuntabile, da primi della classe.
Dio ha bisogno del vostro cuore impazzito...».
E anche gli altri che stanno al buio, e che son costretti a trangugiare cibi insipidi, ne hanno bisogno.

Il senso della misura
Resta da precisare che la pazzia evangelica è compatibile con l'equilibrio e perfino col buonsenso. Oserei dire che ne ha bisogno come del proprio terreno di coltura.
E' capace di perdere la testa solo chi ce l'ha e la fa funzionare!
Per perdere la testa, occorre prima dimostrare di possederla!
Il sale è anche questione di dosaggio. Né scarso, ma nemmeno troppo.
Se manca il sale, un piatto risulta senza sapore.
Ma l'eccesso di sale può rendere una vivanda disgustosa, immangiabile.
Come abbiamo già rilevato, c'è uno stile cristiano insulso, rinunciatario, timido, tremebondo. Ma c'è anche uno stile cristiano invadente, urtante, indisponente, aggressivo, borioso, fracassone (proprio l'opposto dell'atteggiamento tenuto dalla Madonna a Cana e durante tutta la sua esistenza). 
Non è compatibile con la vocazione cristiana un comportamento sospiroso, impotente, lagnoso, rassegnato.
Ma la testimonianza all'insegna della franchezza e dell'audacia (parresìa), non ha niente a che vedere con la protervia, il gusto della provocazione clamorosa. (...)
Il senso della misura non diminuisce per nulla la forza di irradiazione, ma le conferisce una maggior intensità ed efficacia.

Non abbiamo sete
Maria, Vergine sorprendente, oggi con tutta probabilità diresti: «Non hanno più sete», invece che «Non hanno più vino».
Siamo sazi, appagati, torpidi, soddisfatti di ciò che siamo e di ciò che abbiamo.
Commettiamo il peccato di "non desiderare altro", di accontentarci.
E poi siamo riusciti a compiere il miracolo opposto a quello di Cana. Lo realizziamo quasi tutti i giorni.
Sì, ci siamo specializzati nel cambiare il vino in acqua.
Annacquiamo abbondantemente i paradossi del Vangelo. Diluiamo le sue esigenze. Addolciamo le sue provocazioni. Cancelliamo le sue asprezze. Abbelliamo le sue ruvidezze. Ammorbidiamo le sue spigolosità.
Al posto di quel vino forte, ingolliamo quantitativi incredibili di camomilla. Provvediamo a spegnere il fuoco contenuto nel sale. Disinneschiamo la pericolosità del messaggio rivoluzionario di tuo Figlio.
Il "troppo" ci spaventa.
E poi abbiamo l'impudenza di lamentarci perché il nostro cristianesimo insipido, insapore, piatto, insignificante, non viene preso sul serio, e noi siamo irrilevanti, trascurabili.
Stiamo diventando innocui, inoffensivi, composti, ammodo, ragionevoli, comprensivi.
La nostra fiamma riscalda così poco...
Maria, dacci la voglia di essere fuoco che scotta, sale che brucia, elemento di disturbo, portatori di inquietudine.
Maria, restituiscici la nostalgia di quel vino forte, anche a rischio di apparire "ubriachi" (At 2,13).
Meglio brilli, che spenti.
Tu sei, insieme, la Donna dell'equilibrio e della follia. 
equilibrio spinto fino alla pazzia. E pazzia che arriva all'equilibrio...


don Alessandro Pronzato

tratto da "C'era la madre di Gesù... A Cana con Maria, per scoprire quello che ci manca"


05/05/13

L'altro volto di Gesù - Maddalena di Spello

Questo titolo mi ha subito messa in pensiero, ed ha finito per preoccuparmi. 
Se è vero, io sono la più grande peccatrice che la terra abbia mai avuto. E se è vero anche solo a metà, allora è un ritornello che adesso va di moda e prima o poi finirà per non significare più un gran ché.
Se leggo la Scrittura, dall’Antico Testamento al Nuovo, trovo che la verità viene rivelata gradualmente. Ed è solo dopo Gesù, che posso parlare dell’altro come volto di Dio. 
Contemplando il nostro padre Abraham, vedo che lui sa riconoscere Dio nei tre personaggi che arrivano presso la sua tenda all’ora più calda del giorno, e sa comportarsi verso di loro come si deve, servendoli con tutti gli onori. Malgrado ciò, serve il suo Signore nella solitudine e nel silenzio dell’obbedienza fedele. Non Lo vede nei personaggi che lo circondano, tuttavia Lo conosce bene in colui che gli può dire “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela...”. Certamente, non è un uomo che ti possa dire simili parole e spingerti a deciderti ad andare, ma solo Dio può parlare così, perché parla nel più profondo dell’anima.
Mosé nel deserto non ha visto Dio nel volto di un uomo, ma nel consumarsi di un roveto ardente. 
È solo Gesù che osa dire: “Chi vede me vede il Padre,” poi: “Tutto ciò che fate per il più piccolo degli uomini lo fate a me,” ed è con queste frasi che inizia a prendere forma la formula oggi di moda, anche dopo i libri di Emmanuel Levinas, che non avrebbero potuto essere scritti, se non fosse successo l’orribile olocausto di 6 milioni di ebrei e milioni di altri uomini uccisi nel corso delle ultime due guerre: fatti così sconvolgenti che i filosofi hanno voltato pagina con la metafisica e si sono decisi a girare il loro sguardo verso la terra e suoi abitanti. 
In un mondo riempito di campi di concentramento, dalla Russia alla Germania, in tutti i Paesi che hanno avuto la sfortuna di essere coronati da dittatori, e (ancora oggi ve ne sono) è diventato urgente gridare: “L’Altro, è il volto di Dio.”

L’incognita del divino
Andrej Rublëv  SS. Trinità
Ma se penso alla nostra vita quotidiana, non posso limitarmi a pensare e ripetere questa frase. Per conto mio, non potrei vivere in un mondo in cui l’Altro sarebbe l’unico volto di Dio! Mi sentirei prigioniera, e cercherei di scapparne, mi sentirei come in un altro campo di concentramento fatto di mille volti, e mille storie. Un po’ come gli appartamenti comunitari dell’Unione Sovietica, la persona veniva annientata, privata dell’intimità, del silenzio, della segretezza, dove ad ogni momento uno qualunque poteva traversare il territorio riservato del privato e venire a spiare le azioni di ogni individuo! 
Posso osare dire che solo alla luce del cristianesimo e, particolarmente della Santa Trinità, prendono senso queste parole?
Dio Padre non ha volto e non posso trasformarLo in una super forma umana senza distruggerLo e renderLo simile agli uomini! Una vera bestemmia. Di lui non si può parlare se non come faceva Francesco nostro, con la lode e la meraviglia! 
Cristo ha un volto e ci ha fatto capire la sua presenza in ogni uomo. Ma se non voglio essere riduttiva nei confronti della Trinità, non posso fermarmi a Cristo perché Lui mi riporta sempre al Padre, cioè al non-detto, al non-tutto-rivelato, al segreto, al nascosto, all’immenso, all’indefinibile, all’unico infinito, all’unico eterno. 
È lo Spirito Santo che opera questa trasformante conoscenza che mi porta al Figlio per riportarmi al Padre! Entro nella Trinità o piuttosto sono aspirata da Essa ed è Essa che mi apre gli occhi e mi fa vedere l’altro come un volto di Dio, ma mai l’unico Suo volto!
Se giro lo sguardo verso gli uomini, vedo Dio in essi, ma se giro lo sguardo verso il cielo, ci vedo pure Dio, e se lo giro verso la notte ci trovo ancora Dio, e se ascolto la musica e sto davanti ad un Van Gogh, con stupore vedo nuovamente le orme della divinità, il dono della bellezza e della sofferenza sacra!
Dove non è Dio? Anche se il suo posto prediletto è negli uomini? Ma è anche in un Hitler? In uno Stalin? In un pedofilo? In un assassino? In un avaro? In un politico corrotto? In una parola, in un peccatore incallito?
Sì, anche in un peccatore indurito e insensibile alla Grazia Cristo c’è. È il Cristo agonizzante, ferito, sofferente, morente mille e mille volte al giorno; in tutti gli uomini che sfigurano la Sua persona e lo rendono addirittura odiabile. Ma se il Padre è sempre presente con il suo Spirito di vita in ogni uomo, (poiché se così non fosse non vi sarebbe neppure il peccatore), allora, anche l’essere più rivoltante diventa intoccabile poiché rimane inaccessibile, al di là di ogni possibile confusione con la materia e permane sempre segno della scommessa di Dio sull’umanità.
La compassione per Cristo e la sua sofferenza mi porta ad avere compassione per tutti gli uomini. Ma ho bisogno del nutrimento della presenza del Padre e dello Spirito per essere viva in Cristo in questo modo, perché solo così potrò stare ai Suoi piedi e sapervi stare con Lui, per aderire a Lui, ed essere Sua figlia.
Solo se l’amore dato da Gesù mi riempie, posso amare l’altro come me stesso e come Cristo l’ha amato.
Da me sola, certo che non so, né posso amare come se l’altro fosse un volto di Dio.
Ho bisogno di tutti e Tre: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, altrimenti questa operazione diventa un gesto senza senso e la frase, “l’altro, volto di Dio”, una pura moda.

Confesso di essere una strana cristiana, ma non sono capace di vivere circondata solo da esseri umani, per trovare Dio. Anzi, devo confessare che non sono tanto io ad aver trovato Dio, quanto piuttosto che sia stato Lui ad essersi fatto trovare da me, nel bel mezzo dell’oscurità e nella nebbia della vita quando si sta per attraversare il guado fra la speranza e la disperazione e non si sa dove poggiare il passo. Nella preghiera della notte e nelle lacrime della sofferenza. Nella bellezza del mondo e nella solitudine. Nello stormire delle foreste e nell’armonia della musica di Mozart o di Schubert. Insomma, sono una cattiva cristiana, perché solo dopo averLo conosciuto così, Lui mi si è fatto presente nei miseri, e solo dopo averLo incontrato nei miseri, ho capito e visto che siamo tutti miseri! Anche i potenti di questo mondo! E soprattutto io! Miserabile e incapace di essere serva fedele e abbandonata tutta a questo Padre che non aspetta altro che riempirci di Lui.
Ho capito che come Abraham, anch’io devo stare all’entrata della tenda della mia vita quotidiana, lasciando dentro i miei amori e i miei interessi, devo stare fuori ed essere sensibile all’approccio di Dio, alle sue sembianze sempre diverse! Perché quando passa per farmi visita, lo sappia riconoscere, anche se il suo volto non sempre è facilmente riconoscibile.
Devo sapere ascoltare e aspettare... devo obbedire fedelmente alla Sua parola, devo essere pronta a servirLo, e servirLo bene, così saprò servire gli uomini! E riconoscere in loro le orme del mio Signore. Solo allora vedrò Cristo e cercherò di toccare il suo mantello e mi sentirò chiamare da Lui per nome! Perché Lui è l’unico che sappia dire il mio nome! L’unico che abbia la voce eterna dell’amore!


Maddalena di Spello

dalla rivista "Maria Ausiliatrice", 2003-9

04/05/13

... e prenderemo dimora presso di lui - VI Pasqua

Gv 14, 23-29

In quel tempo, Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. 
Affermazione così importante da essere ribadita subito al negativo: chi non mi ama non osserva le mie parole, non riesce, non ce la può fare, non da solo. Una limpida constatazione: solo se ami il Signore, allora e solo allora la sua Parola, il tuo desiderio e la tua volontà cominciano a coincidere. Come si fa ad amare il Signore Gesù? L'amore verso di lui è un'emozione, un gesto, molti gesti di carità, molte preghiere o sacrifici? No. Amare comincia con una resa, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie. Io sono un campo dove circola vento, cade pioggia di vita, scoccano dardi di sole. «Capisco che non posso fare affidamento sui pochi centesimi di amore che soli mi appartengono, non bastano per quasi nulla. Nei momenti difficili, se non ci fossi tu, Padre saldo, Figlio tenero, Spirito vitale, cosa potrei comprare con le mie monetine?» (M. Marcolini). 
Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 
Noi siamo il cielo di Dio, abitati da Dio intero, Padre Figlio e Spirito Santo. Un cielo trinitario è dentro di noi. Ci hanno spesso insegnato che l'incontro con il Signore era il premio per le nostre buone azioni. Il Vangelo però dice altro: se, come Zaccheo, ti lasci incontrare dal Signore, allora sarà lui a trasformarti in tutte le tue azioni. Simone Weil usa questa delicata metafora: Le amiche della sposa non conoscono i segreti della camera nuziale, ma quando vedono l'amica diversa, gloriosa di vita nuova, con il grembo che s'inarca come una vela, allora capiscono che a trasformarla è stato l'incontro d'amore. Ci è rivolta qui una delle parole più liberanti di Gesù: il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. Al centro non stanno le mie azioni, buone o cattive, ma quelle di Dio, il Totalmente Altro che viene e mi rende altro. Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, alla relazione affettuosa con Dio, allo stringersi a Lui come un bambino si stringe al petto della madre e non la vuol lasciare, perché per lui è vita. 
Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto
Una affermazione colma di bellissimi significati profetici. Due verbi: Insegnare e Ricordare. Sono i due poli entro cui soffia lo Spirito: la memoria cordiale dei grandi gesti di Gesù e l'apprendimento di nuove sillabe divine; le parole dette «in quei giorni» e le nuove conquiste della mente e dell'anima che lo Spirito induce. Colui che in principio covava le grandi acque e si librava sugli abissi, continua ancora a covare le menti e a librarsi, creatore, sugli abissi del cuore.

P. Ermes Ronchi

www.avvenire.it


03/05/13

Trentatrè


Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.

Alda Merini 




02/05/13

Ripenso il tuo sorriso - E. Montale


Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida 
scorta per avventura tra le petraie d'un greto, 
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi; 
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano, 
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua, 
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie 
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma, 
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia 
schietto come la cima d'una giovinetta palma...


Eugenio Montale
da  "Ossi di seppia"



01/05/13

Ci manca il coraggio dell'originalità - A. Pronzato

«... Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù disse: "Non hanno più vino"» (Gv 2,3)

La vera tortura
Aprile 1867. Kunstmuseum di Basilea. Un uomo sui quarantacinque anni, scortato dalla moglie, che gli lancia occhiate apprensive, perlustra le varie sale. Asciutto, una folta barba biondiccia, le labbra pallide stirate su un volto di un rossore sospetto, lo sguardo quasi allucinato.
A un tratto si blocca di fronte al "Cristo nel sepolcro", dipinto da Hans Holbein il giovane tra il 1521 e il 1522, uno dei capolavori più agghiaccianti che si conoscano. Un'immagine di morte che mette i brividi addosso.
Commenterà più tardi: «E' il cadavere di un uomo lacerato dai colpi, dimagrito, gonfio, con dei lividi tremendi, sanguinolenti e tumefatti; le pupille storte; gli occhi, grandi, dilatati, brillano di un lucore vitreo».
La donna di avvicina, temendo che quella visione possa scatenare un accesso del male che periodicamente aggredisce il marito, già estremamente sensibile per natura. 
Lui si limita a mormorare: «Un quadro così può far perdere la fede». E si avvia, pensieroso, verso la sala successiva. Per poi ritornare di fronte a quel quadro, quasi fosse attirato da una calamita invisibile. Ritornato all'albergo, avrà uno degli attacchi epilettici più furiosi della sua vita. Si chiama Fëdor Dostoevskij e ha appena pubblicato "Delitto e castigo". Non riuscirà più a staccarsi dalla contemplazione del Cristo morto di Holbein.
Quando capito nei paraggi, anch'io mi infilo nel Kunstmuseum di Basilea e punto dritto verso quella sala. Devo riconoscere, però, che l'immagine che tanto ha sconvolto il romanziere russo provoca in me pensieri totalmente diversi.
Lui si era posto due domande drammatiche: «Se i suoi futuri apostoli e le donne che lo seguivano e che stettero ai piedi della croce videro il suo cadavere in questo modo, come poterono credere che quelle spoglie sarebbero risuscitate? Se lo stesso Maestro avesse potuto vedere la propria immagine da morto, la vigilia del suo supplizio, avrebbe avuto il coraggio di salire sulla croce?».
Il fatto è che le donne e alcuni degli amici hanno visto quel corpo straziato e hanno creduto e testimoniato la risurrezione.
Pure Lui "l'ha visto" prima di consegnarsi ai carnefici. "Si è visto" orrendamente sfigurato.
Per me, la cosa incomprensibile è che si possa contemplare quella morte atroce e poi continuare a vivere come se nulla fosse, interpretare un cristianesimo al ribasso, annacquare i paradossi evangelici, ammorbidire il Sermone sul Monte, tessere ricami intorno alle beatitudini, pagare a comode rate il prezzo della fede, conciliare la croce con la poltrona.
Ha ragione J. Descalzo quando afferma che l'amore folle di Gesù tutt'oggi deve sopportare qualcosa di più atroce della morte stessa: la tortura quotidiana di vedersi ridotto alla mediocrità, addolcito, edulcorato, mitigato, alleggerito, fatto noioso, compassionevole, rimpicciolito, insulso, reso digeribile ogni Settimana Santa perché non disturbi troppo, perché si adatti alle nostre misure e ai nostri calcoli. Uno stile cristiano insulso, rinunciatario, timido, tremebondo, rappresenta la più scandalosa sconfessione dell'amore folle di Cristo.

Chiamati allo straordinario
La Madonna ha detto, quella volta, a Cana, e continua a ripetere oggi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
Il fatto è che abbiamo paura. A noi manca il coraggio di rispondere alla nostra vocazione specifica, che è una chiamata:
 - allo straordinario
 - alla marginalità
 - all'originalità

Ci sono le chiamate dell'ordinario. Ma ci sono, altresì, le chiamate allo straordinario.
«E se date il vostro saluto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5,47).
La vocazione del cristiano è una vocazione allo straordinario.
Mettiamocelo bene in testa questo termine, ficchiamocela nel cuore questa spina: ciò che caratterizza il cristiano è lo "straordinario" (in greco perissòn).
Il fattore cristiano è il fattore "s": straordinario, ossia ciò che è insolito, niente affatto normale, non va da sé, non è naturale, non segue l'andazzo comune.
E' ciò che supera abbondantemente le misure del buonsenso, del calcolo giudizioso. E' ciò che va oltre il possibile. 
«Dove non c'è questo fattore singolare, straordinario, non c'è nulla di cristiano» (Dietrich Bonhoeffer).
Il cristiano si rende "visibile" solo con lo straordinario.
Non si tratta, beninteso, di abbandonare il campo di azione comune, ordinario. Ma di inserirvi l'elemento eccezionale. Un'eccezione che poi è la regola, stando al codice cristiano. (...)
Quando uno, nel suo amore, non si lascia determinare dai comportamenti altrui, reagisce a una provocazione con la dolcezza, di fronte a un sopruso risponde con mitezza, persegue la via della conciliazione senza ragionare in termini di diritti da far valere o di torti da rinfacciare, si è guadagnato semplicemente la possibilità di dichiarare, senza mentire, il proprio nome: cristiano.
Se, invece, mi professo cristiano, ma non parlo il linguaggio dell'amore, del perdono, della comprensione, della non violenza (compresa naturalmente quella verbale), io dico il falso.

Chiamati alla marginalità
I margini sono gli spazi bianchi che contornano un testo. Lì si è liberi di scrivere ciò che si vuole. Le proprie osservazioni, il proprio accordo, ma anche il proprio dissenso.
Esiste un testo scritto, accettato dai più, che sembra immodificabile. Una specie di copione fisso. Lì sono stabilite le regole del successo, del potere, della felicità, della carriera, dell'interpretazione della vita in chiave di utilità individualistica, di comodità, di piacere, di possesso. 
I cristiano notano, ai margini, che non sono d'accordo con quelle regole. Scrivono, ai margini, un altro testo, un altro modo di interpretare la vita.
Approfittando dei larghi spazi disponibili ai margini della pagina, vi apportano le loro correzioni decisive (anche se non clamorose). 
Loro, tuttavia, non si accontentano di scrivere ai margini.
Camminano ai margini.
La carovana dei seguaci di Cristo, santi in testa, batte strade insolite, anzi si inoltra in percorsi fuori-strada, si mostra attenta a una segnaletica invisibile. 
La turba immensa dei santi non segue gli itinerari "raccomandati" della prudenza, della furbizia, della potenza, della popolarità, delle diplomazie, delle mascherate.
Passa senza lasciare orme visibili nella storia. Eppure vi conserva, sotterraneo, il fermento del Vangelo. Vi nasconde, sotto la crosta, il seme dell'amore di Dio.
I cristiani, pur vivendo in questo mondo, ne ripudiano la logica, ne respingono le astuzie, preferiscono mantenersi al largo dal palazzo e dagli apparati, stanno fuori dalla città, fuori dal recinto, proprio come Gesù che è nato ed è stato mandato a morire "fuori dalle mura" della città.
I cristiani sono testimoni del Trascendente, nel senso che si ostinano a salire al di là del muro dove vive sicuro il gregge, dove sonnecchia la massa.  "Trascendere", infatti, deriva da trans (al di là, oltre, attraverso), e scandere (salire): arrampicarsi oltre, buttarsi dall'altra parte.
Il cristiano, pur rimanendo nel mondo, è "altrove" rispetto agli appetiti, alle abitudini, ai modi di pensare e di agire dei più. Sta "al di là", pur dimorando "nell'al di qua". 

Chiamati all'originalità
Il cristiano, in fondo, lo si può definire come un "originale".
Originale nel senso che fa delle cose un po' strane, ha dei comportamenti bizzarri, compie azioni non programmate secondo i criteri abituali. 
Uno che rifiuta, secondo i dettami del Sermone sulla Montagna, di odiare chi gli è nemico, ribatte a una ingiuria con una parola di comprensione, benedice chi va in giro a sparlare di lui, saluta con un sorriso un individuo che non se lo merita, non si preoccupa di farsi valere, oppone la mitezza alla prepotenza, dimentica una umiliazione, che gli è stata inflitta, una azione infame che ha dovuto subire, è indubbiamente un "originale", frequenta un altro mondo, non rispetta i criteri usuali di comportamento.
I perbenisti, ancora una volta, come hanno fatto i parenti di Gesù, sentenziano gravemente: «Non è a posto...», «E' fuori di sé...». 
In realtà, non sta nel posto assegnato da loro. E' "fuori" di loro. Estraneo alle loro consuetudini. "Fuori" dalla mentalità dominante. (...)
La possibilità di imitare Dio nella sua generosità senza restrizioni, nel suo amore senza confini, fonda l'originalità, la specificità del cristiano.
Il cristiano, o è un originale (a fatti, non a parole), o non è cristiano.
Se fa come tutti, si adegua alle regole del mondo vecchio, incapace di azioni insolite, diventa insignificante, trascurabile. Se vive attenendosi ai registri della compostezza, della ragionevolezza, della prudenza umane, dimostra di non aver imparato il «ma io vi dico» del Cristo.
Il cristiano, o è l'uomo del paradosso, o è l'uomo della banalità. Se è prevedibile, ripetitivo, non riesce a sorprendere, annulla la novità evangelica, non merita attenzione.
Se la presenza cristiana non risulta scomoda, imbarazzante, non getta lo scompiglio nei cerimoniali accettati da tutti, indossa gli abiti confezionati secondo le misure del buonsenso, e i gusti del mondo, determina l'assenza di Gesù, tradisce il Maestro. (...)
Resta l'amore "impossibile", folle, impensabile, suggerito dal «ma io vi dico» di Cristo, e interpretato da Lui nella sua esistenza terrena e nella sua Passione e morte, il vero criterio dell'originalità cristiana.

L'artista e lo scolaro
Maria, dimmi , che cos'era per te il messaggio di tuo Figlio?
Io non riesco ad immaginare che tu lo considerassi come un arido codice contenente una serie di disposizioni legali, norme, divieti, imposizioni. Qualcosa da osservare rigidamente. Un testo da interpretare alla lettera, senza un guizzo di fantasia, senza slancio e creatività.
Penso, piuttosto, che tu l'abbia percepito come una musica.
Vedi, noi rassomigliamo al bambino che si ostina a picchiare con un dito solo sul pianoforte.
E' venuto Gesù, che ha fatto risuonare delle armonie incredibili, lasciandoci intuire il mondo meraviglioso che potremmo frequentare e costruire noi stessi, con un po' di inventività.
E noi siamo ancora lì, col nostro bravo dito, a battere sempre lo stesso tasto, eseguire l'identico spartito ormai consunto, battere quell'unica nota, ripetere quella stucchevole esercitazione scolastica.
Ci riveliamo incapaci di uscir fuori dal campo delle nostre possibilità.
Rimaniamo chiusi nel nostro mondo.
E, oltre ad addormentarci, facciamo addormentare e annoiare tutti.
Maria, toglici il complesso dello scolaro diligente, che si accontenta di compiere il proprio dovere, fare lo stretto necessario.
Fa' che ci lasciamo avvolgere e travolgere dalla stessa melodia che è risuonata nel tuo cuore. Che ne cogliamo tutte le sfumature e le varianti.
Maria, fa' che ci abbandoniamo, come te, all'ispirazione , perché la nostra vita sia una composizione nuova, inedita, con qualche tocco almeno di originalità. Una vita che non mortifica lo Spirito, ma gli offre ampi spazi per le sue stupefacenti improvvisazioni.


don Alessandro Pronzato

tratto da "C'era la madre di Gesù... A Cana, con Maria, per scoprire quello che ci manca"