27/12/12

Col cuore d'aquila - Teresa di Lisieux

«... I miei immensi desideri non sono un sogno, una follia? ... Ah! se è così, Gesù illuminami, tu lo sai, io cerco la verità... se i miei desideri sono temerari, falli sparire, perché questi desideri sono per me il più grande dei martìri (...) 
Come può un'anima così imperfetta qual è la mia aspirare a possedere la pienezza dell'Amore? ... O Gesù! mio primo, mio solo Amico, te che amo unicamente, dimmi che mistero è questo? ... Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che planano nelle altezze? ... Io mi considero un debole uccellino coperto solo di una leggera peluria, io non sono un'aquila, ne ho semplicemente gli occhi e il cuore, perché malgrado la mia estrema piccolezza oso fissare il Sole Divino, il Sole dell'Amore e il mio cuore sente in sé tutte le aspirazioni dell'Aquila... L'uccellino vorrebbe volare verso quel Sole brillante che affascina i suoi occhi (...) ... ahimé tutto quello che può fare, è alzare le sue piccole ali, ma volare, questo non è nelle sue piccole possibilità! cosa gli accadrà? morire di tristezza vedendosi così impotente? ... Oh no! l'uccellino non si affliggerà affatto. Con un audace abbandono, vuole restare a fissare il suo Divino Sole; nulla potrà spaventarlo, né il vento né la pioggia, e se nubi oscure vengono a nascondere l'Astro d'Amore, l'uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi il suo Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi un solo istante. Talvolta, è vero, il cuore dell'uccellino si trova assalito dalla tempesta, gli sembra di non poter credere che esista altra cosa che le nubi che lo avvolgono; è allora il momento della gioia perfetta per il povero piccolo essere debole. Quale felicità per lui rimanere lì lo stesso, fissare l'invisibile luce che si nasconde alla sua fede!!! Gesù, fino da ora, comprendo il tuo amore per l'uccellino, poiché esso non si allontana da te...  (...)
Gesù, sono troppo piccola per fare grandi cose, e la mia follia è quella di sperare che il tuo Amore mi accetti come vittima... La mia follia consiste nel supplicare le Aquile miei fratelli di ottenermi la capacità di volare verso il Sole dell'Amore con le ali stesse dell'Aquila Divina...
Finché tu vorrai, il tuo uccellino resterà senza forze e senza ali, resterà sempre con gli occhi fissi su di te, esso vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuole divenire la preda del tuo Amore... Un giorno, lo spero, Aquila Adorata, verrai a cercare il tuo uccellino, e risalendo con lui il Focolare dell'Amore, lo tufferai per l'eternità nel bruciante Abisso di questo Amore al quale si è offerto vittima....»

Teresa di Lisieux

25/12/12

Natale di Gesù

(Lc 2,1-14)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si torvavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Miagola, pigola, vagisce con una flebile voce, come fanno i cuccioli d’uomo appena nati.
Gli occhi socchiusi, le minuscole mani serrate a pugno, appoggia il viso grinzoso all’acerbo seno della madre. Per un istante spalanca gli occhi, come ad essere rassicurato, poi ripiomba nel sonno.La madre, inesperta, attinge il dito mignolo in una tazza di coccio e glielo appoggia sulle piccola labbra che si dischiudono e si bagnano del latte di capra.
Maria gli aggiusta la coperta di lana che protegge il corpo nudo del neonato dal freddo del deserto che lambisce le case di Betlemme. Sorride, Maria, e guarda il suo solido Giuseppe, seduto sulla paglia, esausto dal lungo viaggio e dalle emozioni delle ultime ore. 
Anch’io taccio, in un angolo della stalla, senza fare rumore, sospeso fra la commozione e la stanchezza. 
Sono venuto qui con la preghiera, in un angolo, senza disturbare. Scosso da questa crisi che sembra non finire, dalle paure del futuro, dalla follia che sta trascinando il nostro mondo verso l’abisso. Poi li guardo e penso a quanto più dura fosse allora, per questa coppia di giovani sposi. Ecco Dio, dunque.


Ecco Dio. 
Siamo tutti spiazzati, ancora. Ecco Dio. Ecco com’è veramente.Lontano mille chilometri dall’orribile immagine che di lui ci siamo fatti.Ecco Dio: enorme inerme, possente fragile, debole per scelta. Suscita tenerezza, viene voglia di prenderlo in mano di accarezzarlo.


Ecco l’uomo.Maria ha creduto nelle parole del principe degli angeli, ha messo la sua vita nelle mani di Dio. E ora è lì, con il mistero dell’Universo che stringe a sé. Frastornata e meditabonda, con il suo cuore, immenso cuore di discepola, altalenante fra il gioire dell’essere diventata madre e lo stupirsi nel tenere Dio appeso al suo collo. Prima fra i folli di Dio, prima fra i credenti, prima fra le donne, benedette figlie di Eva che di Dio condividono il generare.

Giuseppe siede stanco. Anche lui ha detto sì, ma il suo è stato più sofferto, faticoso, ribelle.I suoi sogni ora sono il sogno di Dio, non ha più futuro, né spazio, né ambizione, né comprensibile orgoglio di padre. Il Padre lo ha reso padre, lui, ora dovrà accudire Dio e la sua madre, proteggerli e lasciarli crescere, loro così abitati dal Mistero, lui così consapevole che la vita non si misura dai risultati ma dalla fedeltà agli eventi.

Sulle colline intorno a Betlemme, i pastori, i bastardi di Dio, i perdenti, gli zingari, gli arraffatori, gli uomini senza dignità, senza futuro, senza speranza, bestemmiano in cuor loro la sorte, ricacciando il dolore che sale a soffocare la gola e a riempire gli occhi di lacrime. Fine di un giorno uguale come i precedenti, uguale come i futuri, senza scampo, senza tregua, senza luce. E un angelo appare loro. Per voi, dice. Una mangiatoia, dice. Una mangiatoia per i pecorai, come una barca per i pescatori, come un prato per i contadini. Dio non fugge, non si nasconde, non fa il difficile. Si lascia trovare attraverso i segni più banali.
E vanno. Trovano Dio che abita in una mangiatoia, come se fosse un trono, a capiscono che anche una mangiatoia che odora di sterco di pecora può diventare il trono del Dio degli sconfitti.

A est, lontano, un gruppo di curiosi accampati discutono, alzando il prezzo della scommessa: chi sostiene che il segno nel cielo indica la nascita di un re, altri dicono che, invece, prospetta una catastrofe, altri ancora che non significa nulla. E scherzano e ridono, mentre i servi portano la carne cotta al fuoco. Andranno a dormire presto, domani ripartiranno verso la Giudea. Sazi di denaro, sazi di cultura, sazi di beni.Ma ancora curiosi, ancora si interrogano e cercano.

A Gerusalemme i Sommi Sacerdoti commentano la giornata, pianificano il futuro del nuovo, splendido tempio. Alla fine si congedano, pregano, invocano al venuta del Messia. Qualcuno sorride: ci mancherebbe la venuta del Messia, ora, a cosa servirebbe? Ora ci sono loro.

Erode caccia la concubina dal suo letto, stenta a prendere sonno. Si affaccia sulla terrazza del palazzo che domina la sua città. No, la folla non lo ama, nonostante tutto, pazienza: se non sarà ricordato per la sua gloria, sarà ricordato per il suo odio.

Noi.
Ecco Dio, mi ripeto nella penombra della chiesa.Dio non si è ancora stancato di noi, se chiede di nascere.Prego, ora, affidando tutti, e tutti non riescono a stare nella mia povera preghiera.Penso a chi soffre, questa notte, perché nessun angelo gli ha ancora detto che Dio nasce proprio per lui. Prego per i tanti, migliaia, che ho incontrato in questo anno così doloroso e intenso per me, e a come Dio sia stupefacente nel disegnare nuove strade per chi si affida a Lui. Penso alla nostra Italia così litigiosa, così affaticata e delusa, che non ha più speranza, che pensa di essere davvero mediocre come appare, e chiedo al Signore un regalo: di ricordarci da dove proveniamo e verso chi andiamo, tutti.
Vedo il bambino, nella penombra della chiesa. E mi dico in che cavolo di guaio mi sono messo, seguendo un Dio che, invece di risolvermi i problemi, me ne crea a bizzeffe. Vorrei stringerlo fra le mie braccia, riempirlo di baci questo Dio, dire che lo amo, proprio perché così imprevedibile, perché così misteriosamente incontrabile e banale.Apro un libretto di canti del banco e trovo un’immaginetta: contiene una preghiera di uno dei più feroci atei del secolo scorso, maestro del dubbio e della noia: Sartre.

Maria guarda Gesù e pensa:
questo Dio è mio figlio.
È Dio. E mi assomiglia.
Un Dio bambino che si può prendere fra le braccia
E coprire di baci.
Un Dio caldo
Che sorride e respira.
Un Dio che si può toccare e che respira,
un Dio che si può toccare e ride.
È in uno di questi momenti
Che dipingerei Maria,
se fossi pittore.

Paolo Curtaz




24/12/12

La promessa di Dio - A. Casati


Realizzerò le promesse di bene che ho fatto

(Ger 33,14)


La nostra vita, la nostra storia è accompagnata da promesse.
Anche a te, al tuo nome è legata una promessa di bene,
una promessa di Dio.

E tu non venir meno!
Non venir meno nella fiducia
perché Dio è fedele alle sue promesse.

A volte, scoraggiati e delusi, lo dimentichiamo.
Ricorda la promessa:
è questa promessa che non ci fa arresi
ma resistenti.

Angelo Casati



23/12/12

IV Avvento

Lc 1,39-45


In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta  fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».


Dopo l'annuncio dell'angelo, Maria è una persona alla quale è stato consegnato un grande segreto che cambia la sua vita, che la coinvolge profondamente, che la porterà a vivere un'esperienza del tutto diversa da quella da lei immaginata. Porta nel cuore questo segreto e non può spiegarlo a nessuno. E' certamente un segreto di gioia che la potrebbe riempire di letizia, tuttavia è anche imbarazzante e doloroso. Maria si trova nella situazione di chi, avendo qualcosa di grande dentro di sé, che le dà gioia e insieme peso, vorrebbe comunicarlo. Vorrebbe farsi capire, e non sa a chi e come. Maria si avvia verso la montagna di Giuda e, entrando nella casa di Zaccaria, saluta Elisabetta. «Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo"». Improvvisamente, senza bisogno di parole, Maria si sente capita, sente che il suo segreto è stato colto da chi poteva intuirlo nello Spirito Santo, sente che ciò che è avvenuto in lei, il mistero di Dio, è ormai inteso da altri, ed è inteso con amore, con benevolenza, con fiducia. Ora che un'altra persona ha potuto intuire il suo segreto, Maria si sente liberata interiormente e può esclamare a gran voce ciò che ha dentro; può esprimersi, attraverso un'amicizia discreta e attenta, attraverso un cuore capace di comprenderla. Ed ecco erompere il suo canto, che proclama ciò che aveva meditato per lungo tempo, durante il viaggio. Quanto è importante il valore di un'amicizia che ci capisca e aiuti a sbloccarci, che ci permetta di mettere fuori ciò che abbiamo dentro, di bello o forse di brutto. Purché sia espresso, purché sia detto! Maria si esprime cantando ed esultando perché il suo animo è pieno di gioia.

Carlo Maria Martini

Cinque

Non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare a tentoni la propria strada e seguirla coraggiosamente, consiste la vera libertà.

Mahatma Gandhi

22/12/12

Le donne - Teresa D'Avila


«Signore dell'anima mia, tu, quando pellegrinavi quaggiù sulla terra non disprezzasti le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore, persino maggior fede che negli uomini. Nel mondo le onoravi. Possibile che non riusciamo a fare qualcosa di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità, che piangiamo in segreto, che tu non debba esaudirci quando ti rivolgiamo una richiesta così giusta? Io non lo credo, Signore, perché faccio affidamento sulla tua bontà e giustizia. (So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, per i quali, essendo figli di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta). O mio Re, dovrà pur venire il giorno in cui tutti si conoscono per quel che valgono. Non parlo per me, poiché il mondo conosce la mia miseria. Vedo però profilarsi dei tempi in cui non c'è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne».

S. Teresa D'Avila

21/12/12

Dissipa tu se lo vuoi... - Montale

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M'attendo di ritornare nel tuo circolo,
s'adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d'uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall'ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d'un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

Eugenio Montale da "Mediterraneo" (1924)