15/12/12

La candela e la falena - A. Branduardi




Io ti canto dolce candela
che tu sia di tua luce amante

Sono la fiamma e la falena
come Verità ed amore.

Per amore danzo nel fuoco
per te l'amo... non ho altro amore
La mia passione si spegnerà 
nella fiamma che consuma.

Nella luce io danzo
per il fuoco d'amore
amo il fuoco per te:
altro amore non ho.

Ora danzi nel nulla
le tue nozze d'amore
In quel volo insensato
brucerai le tue ali.

Io ti canto bella falena
che tu sei di mia luce amante
tu non conosci la verità
il tuo volo è un'illusione.

Amo me stessa e la mia morte
come arde il fuoco,
non io nel fuoco
Quando all'alba mi spegnerò
di me traccia non resterà.

Nella luce io danzo
per il fuoco d'amore
amo il fuoco per te:
altro amore non ho.

Ora danzi nel nulla
le tue nozze d'amore
In quel volo insensato
brucerai le tue ali.

14/12/12

La Fonte - Giovanni della Croce


Come conosco bene
la fonte che scaturisce e scorre,
benché sia notte.

Resta nascosta quell'eterna fonte,
ma io ben so dov'è la sua dimora,
benché sia notte.

L'origine non so, poiché ne è priva,
ma ogni origine so che ne deriva,
benché sia notte.

So che non può esister cosa tanto bella,
e che cieli e terra bevono da quella,
benché sia notte.

So bene che in lei non si ritrova il fondo
e che sondarla non può nessuno al mondo,
benché sia notte.

Il suo splendore non si oscura mai
e so che è la sorgente d'ogni luce,
benché sia notte.

So che le sue correnti traboccanti,
inferni e cieli irrigano, e le genti,
benché sia notte.

La corrente che sgorga da questa fonte
ben so quanto è capace e onnipotente,
benché sia notte.

La corrente che da queste due procede
so che nessuna di quelle la precede,
benché sia notte.

Giace nascosta questa eterna fonte
in questo vivo pane, per dare a noi la vita,
benché sia notte.

Sta qui chiamando le creature,
che di quest'acqua si saziano, benché allo scuro,
perché ora è notte.

Questa fonte d'acqua viva cui anelo,
in questo pane di vita io la vedo,
benché sia notte.

San Giovanni della Croce

Fontiveros 24 giugno 1542 - Ubeda 14 dicembre 1591





13/12/12

La spiritualità di chi non crede - E.Bianchi


da La Repubblica, 13 dicembre 2012

Non sorprende che in un paese come il nostro – dove non esiste più da quasi trent’anni una “religione di stato”, ma dove non c’è ancora una legge specifica sulla libertà religiosa – ogni discussione sulla laicità dello stato e sui diritti individuali e comunitari dei credenti rischi di provocare un corto circuito. Si aggiungono aggettivi qualificativi alla laicità o la si rinchiude nel peggiorativo laicismo, rendendo quasi impossibile lo sviluppo e l’adattamento alle mutate condizioni sociologiche del nostro paese di quella convergenza di intenti e di valori che il legislatore costituente aveva sapientemente saputo ricostruire sulle macerie della guerra. A furia di ridurre la presenza dello stato e nel contempo di chiedergli di farsi garante di un’etica religiosa specifica, a furia di confondere la somma di beni privati con il bene comune, la coesione sociale viene a mancare e si atrofizza quello spazio comune garantito in cui ciascun soggetto individuale o sociale –  può contribuire alla crescita umana e spirituale dell’insieme della società. 
Lo stato laico, infatti, non può limitarsi alla funzione di chi regola il traffico di una società civile che si muoverebbe secondo direttive proprie, molteplici e slegate da un interesse collettivo. Nessun distacco o neutralità da parte dello stato, al contrario, la quotidiana fatica di tradurre in un quadro legislativo rispettoso di tutti i cittadini, uomini e donne, quei principi e valori democraticamente recepiti come fondanti. Per far questo è indispensabile trovare e utilizzare modalità laiche per discernere cosa è ritenuto bene per l’insieme della popolazione e cosa danneggia la convivenza, quali adattamenti escogitare affinché il meglio sognato non uccida il bene possibile.
Un’etica condivisa non è utopia: si tratta allora di individuarla, perseguirla, garantirla con mezzi consoni a uno stato non confessionale che si faccia carico di una società ormai plurale per religioni e culture. Non dimentichiamoci che l’umanità è una, che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità, intesa come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Sono sempre stato convinto che esiste anche una spiritualità degli agnostici, di quanti sono in cerca della verità perché insoddisfatti di verità definite una volta per tutte: è una spiritualità che si nutre di interiorità, di ricerca del senso, di confronto con l’esperienza del limite e della morte.
Si tratta, di essere tutti fedeli alla terra e all’umanità, vivendo e agendo umanamente, credendo all’amore, parola oggi abusata fino a svuotarla di significato, ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il “luogo” cui l’essere umano si sente chiamato. Del resto la fede – questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo – non sta nell’ordine del “sapere” e neppure in quello dell’acquisizione: si crede in libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Analogamente gli atei, nell’ordine del sapere non possono dire “Dio non c’è”: è, infatti, un’affermazione possibile solo nell’ambito della convinzione. Si può negare Dio o farne a meno senza pensare a se stessi come dio? Sì, è possibile e la storia lo dimostra.
 Del resto, il cristianesimo riconosce che il Dio in cui crede è presente e agisce anche nella coscienza di chi non crede, perché ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e ha in sé la fonte del bene. La laicità dello stato è allora quella opzione di fondo che consente di reinventare continuamente strumenti condivisibili e linguaggi comprensibili da tutti, di garantire presidi di libertà e di non sopraffazione, di difendere la dignità di ciascuno, a cominciare da quelli cui viene negata, di consentire a ciascuno di ricercare, anche assieme ad altri, la pienezza di senso per la propria vita.

Enzo Bianchi 
priore e fondatore della Comunità Monastica di Bose



La Preghiera della Gestalt - F. Perls


Io faccio la mia strada e tu la tua.

Io non sono al mondo per esaudire le tue aspettative;
come tu non sei in questo mondo per esaudire le mie.

Tu sei tu e io sono io,

e se per caso ci incontriamo sarà bellissimo!

Altrimenti non ci sarà nulla da fare.

Fritz Perls  
- padre e teorico della "Psicoterapia della Gestalt" - 




11/12/12

Quattro


L'evoluzione è molto più importante che il vivere.

Karl Gustav Jung


10/12/12

Preghiera - Thomas Merton

Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la Tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.

Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in Te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell'ombra della morte.
Non avrò paura,
perché Tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli.

Thomas Merton
Prades, 31 gennaio 1915 - Bangkok 10 dicembre 1968










09/12/12

II Avvento

(Lc 3,1-6)

Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tratrarca dell'Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio  venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbasato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».


Luca dà inizio al racconto dell'attività pubblica di Gesù con una pagina solenne, quasi maestosa, un lungo elenco di re e sacerdoti, che improvvisamente subisce uno scarto, un dirottamento: un sassolino del deserto cade dentro l'ingranaggio collaudato della storia e ne muta il passo: «la parola di Dio venne su Giovanni nel deserto». 
La Parola, fragile e immensa, viene come l'estasi della storia, di una storia che non basta più a se stessa; le inietta un'estasi, che è come un uscire da sé, un sollevarsi sopra le logiche di potere, un dirottarsi dai soliti binari, lontano dalle grandi capitali, via dalle regge e dai cortigiani, a perdersi nel deserto. È il Dio che sceglie i piccoli, che «abbatte i potenti», che fa dei poveri i principi del suo regno, cui basta un uomo solo che si lasci infiammare dalla sua Parola. Chi conta nella storia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel Bambino; Pilato perché l'ha condannato a morte. Nella storia conta davvero chi comincia a pensare pensieri buoni, i pensieri di Dio. 
«La parola di Dio venne su Giovanni, nel deserto».
Ma parola di Dio viene ancora, è sempre in volo in cerca di uomini e donne dove porre il suo nido, di gente semplice e vera, che voglia diventare «sillaba del Verbo» (Turoldo). Perché nessuno è così piccolo o così peccatore, nessuno conta così poco da non poter diventare profeta del Signore.
«Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate».
Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Per il viaggio mai finito dell'uomo verso l'uomo, dell'uomo verso il suo cuore. E soprattutto di Dio verso l'uomo. 
La voce dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: le montagne invalicabili sono quei muri che tagliano in due villaggi, case e oliveti; i burroni scoscesi sono le trincee scavate per non offrire bersaglio e per meglio uccidere; sono l'isolarsi per paura... È anche la nostra geografia interiore, una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti. 
Un'opera imponente e gioiosa, e a portarla a compimento sarà Colui che l'ha iniziata. L'esito è certo, perché il profeta assicura «Ogni uomo vedrà la salvezza». Ogni uomo? Sì, esattamente questo: ogni uomo. Dio viene e non si fermerà davanti a burroni o montagne, e neppure davanti al mio contorto cuore. Raggiungerà ogni uomo, gli porrà la sua Parola nel grembo, potenza di parto di un mondo nuovo e felice, dove tutto ciò che è umano trovi eco nel cuore di Dio.


Ermes Ronchi  da "Avvenire".